astinenza (crisi di)

Sono in astinenza. Non è vero che “tanto si può smettere quando vuoi”, merda. Me l’avevano ripetuto alla noia che non era vero, ma io no, cocciuto. Ho provato di tutto, provo anche questa e poi la mollo lì. Sono in astinenza.
La serata era andata tranquilla, una piccola dose prima di andare a dormire – pensavo poi – mi sarebbe bastata per un po’. Ma stamani al risveglio non è stato così. E’ cominciata male. Mi sono svegliato in ritardo, ed è stata una corsa unica. La bocca asciuttissima, non ho fatto in tempo a fare una colazione decente che sono corso a prendere il treno. Lo prendo al volo, mi si chiudono le porte alle spalle, tiro il fiato: è la vita del pendolare, perdere il treno diventa fatalità e non motivo di rabbia.
Sono in astinenza. Dopo la corsa si è accentuata ancora di più e la voce di Marco e Zoe, che richiamano la mia attenzione ad un posto libero vicino a loro, non facilita il diminuire della sensazione di mancanza-di-qualcosa. I miei recettori serotoninergici stanno facendo follie (ah! accidenti, a esser biologo te lo porti dentro dovunque), il desiderio sembra impagabile, Sto’ a rota, per dirla alla capitolina, e solo un po’ di sagace ironia con i miei due compagni di pendolarismo sulle elezioni amministrative dei giorni scorsi mi distrae dalla mia condizione.
Sono in astinenza. Mi tranquillizza il pensiero che, arrivato a Milano, troverò il modo per isolarmi da sguardi indiscreti e la crisi passerà non appena lei entrerà in circolo. In un momento di silenzio, alla stazione della Bovisa, la mia mente è invasa da immagini. Non riesco a distrarmi, raffiche di pensieri e nomi senza senso accentuano il mio stato di irrequietezza, ho gli occhi spalancati a cercare particolari attorno per fermare l’attenzione su qualcosa. Ma non riesco. Marco se ne accorge, Stai bene? mi chiede, ed io Sì, sì, credo solo di non essermi ancora ripreso dalla corsa, sarà l’età, O non sarà piuttosto l’astensionismo che ti fa male? ironizza lui continuando il dicorso sulle elezioni…
Ma stavolta non rispondo, se non con un sorriso inebetito. Astinenza, cazzo! è astinenza –
non capisci? – chiudo gli occhi, forse mi può aiutare in attesa di arrivare a Milano.
Marco e Zoe non sanno nulla, è ovvio che non capiscano. In realtà qualcuno dei miei amici, qualcosa, sa. O l’ha intuito. Qualcun altro mi deve avere anche visto.
Arrivo a Milano. Libero, penso. No. Marco insiste perchè andiamo a bere un caffè (peggio! Non hai idea di cosa voglia dire entrare in un bar con l’odore del caffè quando sei in astinenza? No, non ne hai idea) e per fare la strada insieme. Io dico, No guarda sono di fretta, ma lui Non c’è problema, allora, il caffè lo prendo dopo, vengo con te così chiacchieriamo ancora un po’. Va bene, ma facciamo presto. Presto, ti prego. Presto.
Autobus. Non capisco più nulla, non guardo neanche cosa c’è intorno a me. Saluto Marco, credo anzi di non averlo nemmeno salutato decentemente, se mi ricorderò domani glielo chiedo. Ma ora non mi fotte nulla. Arrivo in ospedale, lavoro lì, devo solo salire due piani e mi chiudo in bagno, devo solo – merda, il mio capo.
Sto impazzendo.
Vattene, vattene, non mi fotte niente che è arrivata la risposta dai revisori, la leggerò, vattene, vattene, vattene. Vattene.
Non so come, mi libero, corro all’ascensore, anzi no, alle scale, tanto devo passare il badge e in ascensore c’è il rischio che trovi qualcun altro.
Primo, secondo piano, è un attimo. Ciao, ciao, i miei colleghi li saluterò dopo. Appoggio lo zaino, raccolgo le ultime energie e l’ultimo bagliore di lucidità per dare l’apparenza di sanità mentale – anzi, chiudo anche lo zaino nell’armadietto, e intanto ne approfitto per prendere quello che mi serve e metterlo nervosamente nelle tasche.
Entro in bagno, sono solo.
È fatta.
Tiro fuori dalle tasche la roba. Ormai è un lavoro di pochi secondi, basta saper usare le dita con la dovuta manualità, e quella è l’unica cosa che la mente offuscata riesce a fare ugualmente, come un automatismo.
È fatta.
Respiro.
È bastato sfiorare con le dita la superficie liscia dell’oggetto su cui stava la roba.
Mi sono sparato in vena uno dopo l’altro i primi tuit della giornata di @putroppo, di @LiaCeli, di @frandiben, @Internazionale e @IlPost e @wireditalia, di @sisivabbe e @MarioZPunterco di così-via-uno-dopo-l’altro.
Respiro, la crisi è passata.
E finalmente, posso tuittare i miei 140 caratteri di droga pesante. “Sono in astinenza. Non è vero che “tanto si può smettere quando vuoi”, merda. Me l’avevano ripetuto alla noia…”

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4 thoughts on “astinenza (crisi di)

    • Ti dirò, fino a sei mesi fa pensavo la stessa cosa. Poi, una cara amica mi ha fatto riflettere sul fatto che tuitter, a differenza del faccialibro (a cui mi tengo a debita distanza), è uno dei più efficaci veicoli di contenuti al momento presente sulla rete. Se non arrivi ai livelli della crisi di astinenza pura (a cui non sono ancora arrivato, il post è solo in parte autobiografico), riesci ad apprezzarne le grandi potenzialità.

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