a ticket to lunch

Da precario incallito quale mi ritrovo ad essere (inutile dirlo: esclusivamente per scelta altrui), qualche tempo fa ho accolto, non nascondo quasi con piacere, l’arrivo di un tesserino di riconoscimento (più cosmopolitanamente chiamato “badge”) da strisciare quotidianamente nell’apposita macchinetta all’ingresso del padiglione per sancire sine ambiguitate entrata ed uscita dal lavoro. Per carità, una minima dose di diffidenza per l’idea che un qualche “grande fratello” volesse in qualche modo controllare anche i lavoratori non strutturati risiedeva in fondo ai miei pensieri – cosa tutt’altro che improbabile, per inciso, nel contesto in cui lavoro. Mi chiedevo ad esempio se questo strumento di controllo non potesse essere usato, nel marasma di “forme contrattuali” che non prevedono nè ferie, nè malattia, nè maternità, quale ulteriore elemento per sfavorire in primis le donne, collegando la tracciabilità degli orari ai diritti assistenziali. Avute però sufficienti rassicurazioni che la motivazione del badge non fosse il controllo, bensì la tutela (reciproca) e la garanzia per il lavoratore dal punto di vista assicurativo, l’unico elemento di dispiacere, per un precario che vede un tesserino dopo 12 anni di lavoro, può rimanere solo la risibile fatica di una strisciata in un lettore ottico. Per il resto, anche un elemento così banale può dare l’idea di un qualche diritto lavorativo che manca da (troppo) tempo.

È comunque da considerare che il ruolo del badge, per quanto importante come ingresso nella quotidianità lavorativa, non possa che confinarsi al massimo a puro edonismo, per quanto di edonismo possano suscitare le foto di un-centimetro-per-uno sui tesserni magnetici.
C’è stato però un attimo, oggi, in cui ho realizzato quale davvero possa essere, dopo i suddetti 12 anni di precariato, l’elemento che forse avrebbe la possibilità di assommmare la tua qualche-forma-di-lavoro-dipendente ad un contratto a tempo indeterminato.
Non il calendario con le righe verticali per segnare le ferie, non la visita del medico della mutua se sei in malattia, non il nominativo nella rubrica dell’intranet.
No, il vero oggetto di desiderio per un precario è un misero fogliettino colorato, grande quanto un biglietto d’un concerto, di norma accorpato a nove foglietti simili – solo un numerino di differenza – in un blocchetto pinzato con la cucitrice. Esso, il buono pasto. O, più cosmopolitanamente parando, il ticket.
Quello con cui puoi avere la sensazione di mangiare gratuitamente nel bar o nella mensa aziendale, se non addirittura nel bar più ambito della zona. Dove fanno le insalate di mare che i comuni consumatori pagano da 5 a 10 euro. O i cappuccini che c’hanno-pure-la-pagina-su-feisbùk-di-quanto-sono-belli-i-disegni-colla-schiuma (giuro, esiste davvero). Poco importa se il costo di quel ticket è detratto dalla tua retribuzione mensile, o se a conti fatti per te, precario, sarebbe molto meglio portare a casa qualche decina di euro in più e scegliere di mangiare a pranzo gli avanzi della sera prima. Quel che conta è il gesto, il gesto di onnipotenza che prova un lavoratore nel presentare al barista, al momento del conto, un foglietto apparentemente insignificante ma dal valore economico tale da non dover estrarre il portafoglio per pagare di tasca propria il cibo quotidiano. Esso, il ticket, è il vero oggetto del desiderio del lavoratore precario. A ticket to lunch, per i nuovi working class heroes.

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One thought on “a ticket to lunch

  1. e pensa che a volte i buoni li usano per fare la spesa al supermercato. allora pare proprio che il mondo sia un gioco, tipo il monopoli. che dai che adesso finiamo la partita e torniamo tutti ricchi uguale, mica solo chi ha il parco della vittoria. e facciamo che il nostro lavoro ce l’abbiamo. (ma più che il lavoro è lo stipendio, direi. lavoro ce n’è qui da noi. è che se chiedi di essere pagato ti guardano un po storto “come dottoressa, lei lavora nel sociale e pretende di essere pagata?”).

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