la logica del minculpop che governa l’accesso libero ai tornelli

La reiterazione di concetti, ancorché non veritieri, costituisce uno dei migliori veicoli di propaganda (anzi, mi faceva notare un compagno di viaggio in treno, ora si chiama “formazione del consenso”). Circola in rete un aneddoto su Lyndon Johnson, che alludendo ad un avversario politico pare abbia pronunciato queste parole: “potremmo mettere in giro la voce che si diverte a sodomizzare le galline, naturalmente non è vero, ma voglio vederlo smentire la notizia con la bocca che trema, ed ogni volta che comparirà in televisione alla gente tornerà in mente l’immagine di lui che insegue quei poveri polli in mezzo all’aia” (da notare: il fatto che questa notizia stessa potrebbe essere falsa non fa che avvalorare e rinforzare il concetto che repetita persuadent mentes). Mettere in giro una voce e ripetere, ripetere, ripetere: anche se falsa, qualcosa resterà. Non secondariamente, nella maggior parte dei casi la suddetta voce si incisterà nella mente dei destinatari in forma acritica, ovvero resiliente ai nuovi stimoli eventualmente contraddittori rispetto al messaggio originale.

Ora, tralasciando per un attimo l’uso in ambito politico di questa logica, di cui la storia riporta innumerevoli aneddoti, ho scoperto che il mondo delle ferrovie e del pendolarismo ne offre un esempio banale e al tempo stesso limpidissimo.
Milano, stazione Cadorna. Da un mese a questa parte, ogni 10 minuti, l’altoparlante ha ripetuto incessantemente un concetto che si potrebbe riassumere più o meno così: “Alla stazione di Milano i tornelli saranno chiusi anche in uscita, bisogna oblitarare il biglietto o non uscite dalla zona banchine/binari”.
E va bene, non voglio sindacare la scelta: opinabile, ma “nel mondo funziona così”. La conseguenza, in una stazione con pochi tornelli e treni carichi di pendolari che arrivano quasi contemporaneamente, è che negli unici tre giorni in cui il blocco è stato funzionante si è causato un ovvio rallentamento secondo la logica dell’imbuto o “collo di bottiglia” (della serie: non ci voleva un laureato in fisica per capirlo, ecco).
Dove sta il collegamento con l’esempio di Lyndon Johnson?
Il collegamento sta nel fatto che i gestori della ferrovia si sono probabilmente accorti dell’intoppo (o perlomeno, io mi sono fatto questa idea… non mi spiego altrimenti il cambio di programma) e hanno scelto di “liberalizzare” l’uscita, in un primo momento alle ore “calde” di arrivo dei treni pendolari, ma da quello che ho intuito ormai su tutto l’arco della giornata. Ciò è stato inequivocabilmente sancito da almeno due fatti: uno, la scritta “Accesso libero” in carattere di almeno corpo 36 sul display dei tornelli e due, ancor più inequivocabile, il fatto che il tornello si apra all’avvicinarsi del viaggiatore di turno senza bisogno di alcuna “validazione del titolo di viaggio” in uscita.
Cosa succede, ora, nella prassi? Succede che gli imbuti ci sono ancora, perchè dopo un mese di martellamento “mediatico” il pendolare che si trova di fronte al tornello, nonostante l’evidenza dell’accesso libero, si ferma a validare ugualmente il titolo di viaggio (che ovviamente si è dimenticato di preparare per tempo, nonostante la stessa operazione si ripeta tutti i giorni. Ma va bene così, non lasciamo che gli automatismi prendano il sopravvento nelle nostre vite). IN sostenza, ripetere il messaggio è stato talmente efficace che, nonostante le evidenze del contrario, il pendolare continua a seguire pedissequamente la regola con conseguente “blocco mattutino del traffico”. Geniale no?
Ma l’aspetto più geniale della vicenda (e qui vien fuori tutta l’italica illogicità nel suo splendore) è che ogni giorno, ogni 10 minuti, i messaggi continuino incessanti: “Obliterate all’uscita perchè trovate i tornelli chiusi, obliterate all’uscita  perchè trovate i tornelli chiusi, obliterate all’uscita  perchè trovate i tornelli chiusi”. Ma, forse, è solo perchè nel frattempo stanno aspettando un fisico laureato che gli spieghi la questione dei flussi.

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