lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta

Fino a qualche giorno fa era un’accozzaglia di metallo, arrugginita e precaria. Erano d’altronde arrivati dei segnali di deterioramento troppo forti per non essere ascoltati. Sicché, l’avevo smontata pezzo per pezzo, la bicicletta che mi ha accompagnato per circa due anni per le strade milanesi, tra binari del tram, sanpietrini e marciapiedi (sì, lo so, non si dovrebbe, ma pedalare su alcuni marciapiedi fa parte del corso di sopravvivenza ciclistica urbana). Il telaio, sabbiato e ridipinto – color rosso estintore, quello che offre l’azienda di amici di amici che, appunto, dipinge estintori. I pezzi recuperati, ri-tirati a lucido, ingrassati, limati dove serviva. Non si butta via niente di ciò che è ancora funzionante. Onesto dire che, per quanto mi riguarda, la logica del Ricicla-Recupera-Ripara che di norma applico in ogni ambito del quotidiano è invece, quando si tratta di biciclette, un efficace contraltare al desiderio di acquisto che sfiora l’ossessivo-compulsivo e che mi pervade ogni volta che entro in un luogo che espone biciclette ed accessori (ma di questo aspetto, cioè che se fossi un capitalista spenderei i miei averi in biciclette, avrò modo di parlare in altra occasione). Per la verità un piccolo lusso me lo sono concesso: ho cambiato i pedali mettendo quelli di metallo, più adatti a tenere fermo il piede quando si pedala sotto la pioggia. Ora, lei (antroporfizzo troppo?), è tornata ad avere una forma, un colore, dei freni funzionanti, delle ruote in asse, ha riscoperto l’idea di pulizia. Questa mattina sono andato a recuperarla dall’amico ciclista (che in fondo un po’ mi ricorda “l’amico culo-di-gomma, famoso meccanico), riassemblata nelle parti per cui solo il mestiere di 30 anni e le mani fatate dall’esperienza riescono a trovare la quadra e l’assetto giusto. Quel manubrio piegato due centimetri in più verso il basso, che ti lascia morbide le spalle. Quel freno che si allinea perfettamente con il cerchione e non “sbava” di mezzo millimetro. Quel cambio registrato alla perfezione, non un minimo “tac-tac-tac” alla catena se porti la levetta a fine corsa. Certo, non è uno di quei ciclisti da cui porti la bici e la aspetti per il giorno dopo, non è uno che “massimodopodomanièpronta”. Per certi versi mi ricorda Nagg, in Finale di partita di Beckett, quando racconta del sarto che continua a rimandare indietro il cliente perché c’è ogni volta qualcosa che non va nei pantaloni, salvo alla fine esserne talmente orgoglioso da considerarli più riusciti della creazione del mondo [Beckett ovviamente l’ha narrato meglio di me: vedi nota in calce].

Ecco, mi è rimasta questa sensazione: il prendersi cura di una bicicletta, restituirle dignità, come un momento dedicato non solo a lei, ma a se stessi. Riprendendosi il tempo, non solo quello che ti regala il pedalare.

 

* NAGG. Sentila ancora. (Voce di narratore). Un inglese… (fa una faccia da inglese, riprende la propria espressione) … avendo bisogno d’urgenza di un paio di pantaloni a righe per le feste dell’anno nuovo, va dal suo sarto che gli prende le misure. (Voce del sarto) “Ecco fatto, ritorni tra quattro giorni, saranno pronti”. Bene. Quattro giorni dopo. (Voce del sarto) “Sorry, torni tra otto giorni, ho sbagliato il fondo”. Bene, d’accordo, il fondo non è una cosa semplice. Otto giorni dopo. (Voce del sarto) “Desolato, ritorni tra dieci giorni, ho sballato il cavallo”. Bene, d’accordo, il cavallo è una cosa delicata. Dieci giorni dopo. (Voce del sarto) “Spiacente, torni tra quindici giorni, la bottoniera è venuta male”. Bene, effettivamente una bella bottoniera ha la sua importanza. (Pausa. Voce normale) La racconto male. (Pausa. Avvilito) Racconto questa storiella sempre peggio. (Pausa. Voce di narratore) Insomma, per farla breve, un giorno dopo l’altro, arriva la Santa Pasqua e sbaglia le asole. (Faccia, poi voce del cliente) “Goddam, sir, ma dove andiamo a finire, è una cosa indecente, alla fin fine! In sei giorni, ha capito, in sei giorni Dio ha fatto il mondo. Proprio così, caro signore, il mondo! E lei non è stato capace di fare un paio di pantaloni in tre mesi!” (Voce del sarto, scandalizzato) “Ma Milord! Ma Milord! Guardi… (gesto di disprezzo, con disgusto) … il mondo… (pausa) … e guardi… (gesto amorevole, con orgoglio) … i miei pantaloni!”.

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