un uomo felicemente disadattato

Dodici anni senza. E non sembra ieri.

Oggi i miei colleghi parlavano di un personaggio pubblico, diciamo, “molto famoso”. Chiamiamolo Tizio, non è questo il fuoco del discorso, come non lo è il fatto che un imprescindibile  stacco mentale dal lavoro, durante la pausa pranzo, spesso non contempli argomenti particolarmente aulici o filosofici: per essere precisi, contempla “gossip”.  Nello specifico, il racconto dell’incontro casuale con Tizio in un bar milanese. La questione non è nemmeno tanto il mio essere disadattato al gossip, eternamente fuori dal discorso (ormai, ci sono abituati, conoscono la mia renitenza a determinati argomenti e mi sopportano). Quello che mi ha dato da riflettere è stato il realizzare che, a differenza dei miei colleghi (in prevalenza di sesso femminile, il che non è comunque l’elemento del discrimine), abili conoscitori di uomini e donne immagine del panorama nazionale ed internazionale, non sarei in grado non solo di riconoscere Tizio se lo incontrassi in giro per strada – nonostante Tizio sia tra i Tizi più gettonati nel capitolo gossip di questi ultimi anni, a quanto mi è dato di apprendere – ma non sarei nemmeno in grado di riconoscere una lunga serie di altrettanti Tizi che affollano il panorama dei rotocalchi, della free-press, della televisione.

Ecco, tombola. Non ci vuole molto a capire il motivo del mio disadattamento. Rotocalchi, free-press e televisione. Tre elementi che non fanno parte della mia vita. Tre elementi di cui non sento la mancanza. Tre elementi, tre media che hanno una caratteristica precisa in comune: quella di non essere più (se mai lo sono stati) strumento di informazione, ma di costituire il fatto in sé. Il parallelepipedo, in particolare. Forse c’è stato un momento di illibatezza in cui si è anche potuto arrogare il diritto di esserlo, un mezzo, uno strumento di informazione, ma la mia idea è che sia durato veramente poco. Torno al mio interrogativo sul disadattamento: “Eppur mi informo”, è stata la considerazione immediatamente successiva. Internet e social network (in grande quantità), spesso e volentieri il quotidiano (faccio parte di quella schiera che ancora non è riuscita a sostituire il formato tabloid su carta con il formato tablet su supporto elettronico), settimanali che si definiscono “d’informazione”, radio. Dove sta quindi l’inghippo?

Sta che io cerco loro, ma loro no. O meglio, loro mi cercano fino a un certo punto. Sono discreti. Non mi bombardano di immagini. Cerco io le immagini, statiche o dinamiche, che desidero vedere. Non conosco quasi il volto di Tizio (e riconosco il mio disadattamento), ma mi alimento di curiosità e, perché no, immaginazione. Seguire un evento alla radio, anche il più drammatico, fissa nella mente ricordi forse più sfumati di un’immagine, ma in ogni caso molto precisi, e soprattutto aiuta a capire, a comprendere: non si è distratti dall’immagine. Alla televisione, invece, è difficile scappare. È lei a cercare te, a proporti le immagini e i contenuti (anzi, i non-contenuti), a scegliere per te; e a poco valgono i commenti pressoché universali del tipo: “ma tanto lo so che sono tutte cavolate”, “sì, ma io la guardo così, non è che gli do retta più di tanto”, “sì, io ce l’ho ma non l’accendo quasi mai”, “beh, ma basta scegliere quello che vuoi guardare”, et cetera. Non funziona: è lei a scegliere te. Tu, homo televivendis, conosci il volto di Tizio anche se non vuoi. Io no – ed infatti sono un disadattato.

Dodici anni senza televisione in casa. Senza avere il minimo desiderio di cercarla, di guardarla. Ampiamente disintossicato, sicuramente, da un contesto familiare in cui il parallelepipedo era acceso ventiquattr’ore-su-ventiquattro, “perché faceva compagnia”. Disadattato, forse, ma molto, molto felicemente.

Dodici anni senza. E non sembra ieri.

La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre.
[Pier Paolo Pasolini, 1973]

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2 thoughts on “un uomo felicemente disadattato

  1. Io la tele non ce l’ho mai avuta, non mi manca perchè ho sempre fatto senza. Da qualche settimana il venerdì sera spengo il computer fino al lunedì mattina, mi sono accorta che ci passavo troppo tempo, che non era sempre tempo buono e che non leggevo Internazionale che ogni venerdì mi bussa alla porta. Il gossip però, quando vado dal medico o a tagliare i capelli faccio un update generale, insomma…dici che c’entra con il fatto che sono una femmina?

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    • No, dai, in fondo credo che ognuno, piccoli o grandi, abbia i suoi gossip d’interesse… Parliamo piuttosto di Internazionale e Poste SpA: disappunto e fastidio. In una paesino piccolo e dimenticato dalla storia come quello in cui abito, Poste SpA al sabato non fa più consegna e al venerdì spesso si dimentica. E quindi Internazionale una volta su due arriva lunedì, se non addirittura martedì. Umpf…

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