la terza via

La via Gaggio è un laccio di circa cinque chilometri, una corda dritta come un fuso, che porta da Lonate Pozzolo alla vecchia Dogana austro-ungarica di Tornavento, in linea d’aria a poche decine di metri sopra alle chiuse che danno vita al Naviglio Grande. La sua storia ed il suo nome hanno radici longobarde, quando la chiamarono “bosco recintato”, questa spianata nel Parco del Ticino che, come tutte le vie di comunicazione (destino infame delle terre di mezzo) nel corso del tempo ha sempre avuto a che fare con qualche vicenda bellica: dalla Guerra dei trent’anni (ancora rievocata con pagliaccesche rappresentazioni, a distanza di quasi 400 anni) alla seconda guerra mondiale, di cui rimangono segni ben distinti di trincee, cucine da campo tedesche, piste d’aviazione, il tutto creato per difendere l’accesso a Malpensa, di cui la via Gaggio segna il limite australe. Oggi è stata recuperata a via ciclopedonale, museo all’aperto della storia del Naviglio e del conflitto del secolo scorso, sterrato che scivola caparbio sotto le ali degli aerei in atterraggio all’aeroporto di Malpensa. Malpensa, che ha così pesantemente segnato il destino della via e a causa della cui fantomatica “terza pista” potrebbe scomparire: la terza pista, quella che la stessa SEA ha definito inutile di fronte all’attuale mole di passeggeri annui.

Alla via Gaggio si accede da una parte collinare del paese, la località Moncucco. A passarci in bicicletta, l’altro giorno, in una tiepida ma nuvolosa domenica protoautunnale, sembrava di attraversare una terra di nessuno, un landa desolata degna di uno scenario post-atomico. Eppure, attorno, sono ville e giardini a perdita d’occhio. Dove sta l’inganno? Sta nel fatto che le case sono disabitate dal 1998, quando  il governo affrontò il problema dell’ inquinamento acustico acquistando, per tramite della Regione, le ville e le case collocate nel bacino delle curve isofoniche legate al traffico aereo, dalla località Moncucco fino alla via Gaggio.

Non entro nel merito dell’acquisto: per molte famiglie fu sradicamento, per molte altre il poter rivendere la casa ad un prezzo superiore rispetto al suo valore fu manna dal cielo. Mi interrogo sul che cosa si sarebbe potuto fare. Una possibilità era quella di investire fondi, anziché nell’acquisto a fondo perduto, per provvedere ad una adeguata insonorizzazione degli edifici coinvolti con trasformazione d’uso – ovvero funzionali allo scalo aeroportuale. Una scelta forte sarebbe potuta essere l’abbattimento delle case, ovvero decementificazione e rinverdimento della zona, con conseguenze benefiche a livello ambientale.

Ma come in ogni alchimia di buon governo, si scelse la terza via, la più semplice, quella all’italiana: lasciare case, ville e giardini abbandonati, murando porte e finestre delle case vuote per evitare che potessero essere occupate abusivamente – in genere, dopo “abusivamente” tra gli autoctoni è abitudine aggiungere “da extracomunitari”, ormai inscindibili in un luogo comune che ha soppiantato il concetto di indigenza a livello nazionale per elevarla a rango di internazionalità e presunta maggior illegalità).

Il problema, atavico, della terza via.

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