l’appuntamento con il fardello

Ogni giorno l’appuntamento è nello stesso luogo, sul lato orientale del piazzale della Stazione Cadorna – e circa alla stessa ora, cinque minuti prima del treno delle 19 e 15, quello del ritorno a casa, quello a cui si arriva con i pensieri in bilico tra il lavoro appena concluso e le prospettive della sera. Tutto accade, sorprendentemente, con la stessa ritualità.

Io arrivo al parcheggio delle biciclette, pronto a legare “la rossa”, l’amata a contropedale, che con cura avviluppo con tre-lucchetti-tre per resistere caparbia alla solitudine delle notti milanesi.

Tu ti avvicini, scrutandomi, hai un libro in mano. Il parcheggio delle bici si colloca in una tappa intermedia sulle poche decine di metri – dall’uscita della metro fino al parcheggio Buonaparte – che ogni giorno macini per decine, centinaia, forse migliaia di volte avanti e indietro.

Io so che stai arrivando, avverto la tua presenza con la coda dell’occhio ma forse non c’è nemmeno bisogno, so che stai arrivando.

Tu cammini silenzioso. L’abbigliamento è la prima immagine che arriva. È sempre lo stesso, di questa stagione: giacchetta color panna leggeremente sgualcita, jeans leggermente sborsati, scarpe in pelle leggermente sbiadita.

Io copro il sellino della bici con un sacchetto, altra abitudine consolidata per evitare di fradiciarsi i pantaloni al mattino in caso di pioggia notturna.

Tu hai in mano un libro che ormai non è semplicemente un libro. È lo stesso libro da mesi. Sgualcito anch’esso, la copertina ormai logora dall’essere stata tenuta troppo in mano, gli angoli “colle orecchie” così pronunciate che, foss’anche solo per quello, farebbe fatica a piazzarsi anche su una bancarella di libri usati. E soprattutto, oltre ad essere sempre lo stesso, da mesi, è anche l’unico che hai in mano, da mesi.

E lì che inizia il gioco, sempre lo stesso, che mi vede interlocutore di un uomo di cui di fatto non so nulla, né nome né storia né vita – e pur consapevole di non aver l’esclusività del gioco.

“Compra un libro”.
“Grazie, ce l’ho già” (è vero e, caso vuole, l’ho anche letto. Ma non è importante cercare di dimostrargli che sia veramente così).
“Allora dammi un euro, un euro per mangiare”
“Mi spiace, non ho moneta”

Lui sorride, piega leggermente il capo con una smorfia, se ne va. Un dialogo breve, un gioco delle parti che, con una regolarità che ha del surreale, si ripete identico, ogni giorno, e molto probabilmente quasi con chiunque.

È un gioco delle parti, ma non banale, perché in quel gioco, in quell’istante, in quella ritualità, l’ambiguità dei pensieri fa da padrone, probabilmente, solo in una delle due parti, ovvero la mia – e forse di molti altri abituali od occasionali interlocutori. Sono pensieri che si insinuano contraddittori, sono riflessioni che demandano un giudizio di valore, sono interrogativi sullo status che non consentono deroghe al pregiudizio: sono le domande sulla dignità dell’elemosina, sulla buona fede della controparte, sulla liceità della richiesta, sulla legalità della provenienza del libro, sulla regolarità del soggiorno, sul diritto di negarsi alla richiesta, sul fatto che quell’euro non è insignificante per un lavoratore precario con famiglia, sul senso della relazione. O in altre parole, sull’eterno confrontarsi con il fardello  – culturale, sociale, storico – dell’uomo bianco. E non conta quanto ci si dichiari (o quanto lo si sia realmente) “aperti all’interculturalità”, quanto si sia vicino ai diritti dei migranti, quanto si sia viaggiato (e ho la fortuna di averlo fatto) per baraccopoli e slum del cuore dell’Africa.

Per lui, probabilmente, conta solo la risposta: “Mi spiace, non ho moneta”.

P.S. Ah, il libro si intitola “Imbarazzismi“. Curiosa nemesi dell’incontro.

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4 thoughts on “l’appuntamento con il fardello

  1. Ma tu leghi una contropedale rossa la sera a Cadorna? Questa vita ciclistica milanese mi fa un po’ nostalgia. Devo tornarci un pochino a Milano, devo devo. Magari per una critical mass, con la mia contropedale Italia.

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  2. Per ora, in dieci anni che lascio la bici lì, è andata bene (ma lo dico sempre sottovoce, eh, si sa mai): uno o due tagli vandalici di gomme, un campanello arancione rubato (era tanto carino…), e poco di più. Certo, il rovescio della medaglia è andare in giro con quattro chili di catenacci, uno sotto la sella, uno sotto la canna, e uno sulle spalle…

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  3. Si… a milano ci si deve tornare.
    Ho attraversato pochi minuti fa il piazzale cadorna, sono sopra un treno. Si va via, ma milano è sempre qui…
    A milano ci si torna. Sempre.

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