te racumandi

Solleva la saracinesca ogni giorno poco dopo le cinque e mezza, l’Ivano, e dopo altrettanto poco arriva pure il Brunìn, il fratello più grande, per le consegne. L’Ivano ha nel sangue e negli occhi l’Engadina, c’è nato tra quei monti, ma nell’animo s’è ritagliato un angolo di Milano, e allora posso permettermi di dirglielo: mannaggia a voi milanesi, che mettete sempre quel dannato articolo davanti al nome. Eppure quell’articolo, all’Ivano, quasi gli dona, perchè oltre ad uno spazio nell’animo, a Milano, s’è ritagliato pure un angolo di mondo che è una sfida quasi anacronistica ai ritmi della metropoli.
A sollevarla, la saracinesca, ogni giorno poco dopo le cinque e mezza, ne sono rimaste poche di edicole, di quelle a mo’ di bottega, di quelle in cui entri e quando entri respiri l’odore della carta stampata. È un’altra dimensione, diversa dal chiosco in lamiera e plexiglass, quello in cui una coltre di rotocalchi rosa, riviste patinate da mutuo, allegati di pubblicazione grandi quanto un CD e comodamente imbustati in cartoni plastificati formato cinquanta per settanta, il tutto a lasciare una finestra grande quanto un fazzoletto, ti separano dall’edicolante bardato di sciarpa e cappello (rigorosamente di lana blu e adattato alla testa come un preservativo – sarà la moda degli edicolanti, perchè son tutti così) imbucato all’interno dello sgabbiotto riscaldato.

È un’altra dimensione, e non solo fisica. È la dimensione della gente, dell’incontro, del tempo sospeso tra una chiacchiera ed un caffè. È Nuccio che passa e saluta, prima di sollevare la sua, di saracinesca. È una Milano di pochi milanesi, perché ormai nelle botteghe del centro, a parte l’Ivano (che a parte l’articolo è mezzo engadinese) e il vetraio, di milanesi c’è solo l’ombra. È bottega, ed è “l’ultimo vero salotto culturale di questa Milano”, come dice Enrico, che è modenese e l’articolo non ce lo vuole, ma di cultura ne ha da vendere, ai milanesi. È la sciùra Cristina, quintessenza della sinistra radicalscìc, sessant’anni portati come un aperitivo e ogni giorno un vestito da regalare alla fantasia del più bislacco degli stilisti, che varca la soglia contemporaneamente al suo “Buongiorno Ivano, cosa mi racconta oggi?”. Sono il Claudio e la Gloria (l’articolo, l’articolo…), baluardo dei servizi sociali del Comune, compagni del caffè mattutino. Sì, del caffè, in edicola, perché l’Ivano è edicola, è bottega, è salotto culturale, ma perdiamine è pure il caffè del mattino, perché all’edicola dell’Ivano manca solo un tavolino con due sedie e poi il caffè c’è, non sarà l’espresso del bar ma lo diventa grazie alla cura che l’Ivano ci mette a prepararlo, quel caffè. Da fare invida a quello letterario, a poche decine di metri più in là, quello che ha trovato ospitalità tra i portici del Piccolo teatro (che di letterario, ormai, ha solo la vendita dei libri, e tutto il resto che aveva di culturale l’ha congedato con i ritmi della Milano da bere).

L’Ivano è l’Inter, e i commenti dei tifosi del lunedì mattina che, anche chi non solidarizza con il calcio, osserva con partecipe interesse. L’Ivano sono i Nirvana unplugged, o Rino Gaetano, o Van de Sfroos, o gli inseparabilmente-pronuciati-Crosby-Still-Nash-e-Young che ti accompagnano quando entri in quell’angolo di mondo, perché l’edicola è anche musica, e la musica accoglie.

L’edicola dell’Ivano è un crocevia di volti e storie di vita, è incontrare la cultura algerina di tutti gli esuli del Maghreb che transitano a poche decine di metri dal consolato e invadono quel microcosmo alla ricerca di improbabili fax transmediterranei o di fotocopie di documenti antidiluviani, e che trovano, semplicemente, accoglienza. Accoglienza semplice, con quelle parole in dialetto che un algerino non capirà mai ma quel che conta è intendersi – e, d’altronde, di dialetto milanese non ho mai capito una parola nemmeno io, che affosso le radici nel vernacolo (chi invece il dialetto l’ha imparato è l’Outz, ormai rigorosamente con l’articolo davanti, che probabilmente ne ha trovato le affinità con il turco della regione di Izmir). Già, perché l’Ivano ha viaggiato, nella sua edicola, in ogni dove, dalla Turchia di Outz al Brasile, dalla Lucania allo Sri Lanka, dalla Francia all’Algeria, dal Messico alle nuvole delle vette dell’Engadina. E in questo viaggio, l’Ivano, riesce a portarci tutti, quelli che dall’edicola ci passano e hanno voglia di farsi mangiare dalle storie della gente che incontrano.

L’Ivano, mannaggia all’articolo e a quando m’ha dato retta, è l’unico edicolante milanese che sfoggia copie di Altreconomia in vetrina. E lo fa con l’orgoglio di chi, l’edicola, la costruisce insieme agli avventori. O agli amici, perché in tutto questo una cosa che ancora non ho detto è che in quell’edicola, sì, possono nascere legami, e anche profondi. Si condividono storie quotidiane, di casa scuola e lavoro, edicole ospedali e teatro, ma anche di escursioni e vacanze, di politica sport e bicicletta – anzi, “la biga”. Come quella su cui l’Ivano e il Brunìn salgono ogni mattina, per le consegne, a qualunque condizione il tempo voglia offrire (e anche questo, condividiamo, con l’Ivano, quella mantella cerata che ci accompagna a sfidare le strade milanesi nei giorni di pioggia, che sian poche gocce o tempesta).

Questo post, Ivano, è per i tuoi gemelli, per il loro anno in più che festeggeranno domani, per l’affettuoso diminutivo che metti in fondo al loro nome (che, oltre all’articolo davanti, è davvero una sfida al vernacolo…), per raccontargli una storia: quella dell’ultimo salotto culturale milanese. Quella dell’Ivano, che al mattino, dopo quegli immancabili dieci minuti di chiacchiere, rassegna stampa e caffè che ti accompagnano verso la giornata lavorativa, ti saluta mentre sali sulla bici per andare a lavoro: “Ci vediamo domani, allora. Stammi bene, te racumandi!”.

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8 thoughts on “te racumandi

  1. Che meraviglia. L’articolo -che metto anch’io ma solo alle donne- è perchè Ivano è proprio lui, non un altro: l’Ivano, quello lì. Io lo trovo poeticissimo questo articolo davanti ai nomi, mi fa relazione. Mica è per tutti l’articolo, è un segno di affetto, di qualcosa che passa. E comunque tu ogni volta mi fai venire sempre più voglia di venire a Milano, mannaggia.

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    • …a compensazione della voglia di starci che Milano non dispensa proprio a piene mani, in giornate uggiose come oggi, ecco… (ma il caffè dell’Ivano stamani era particolarmente buono, per cui è stato comunque un piacevole inizio di settimana metropolitana).

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  2. io amo Milano e mi piace viverci… e questo storia-racconto è bellissimo… speriamo che rinascano posti così e quelli che ci sono continuino a vivere trasmettendo quella cultura che fa parte della nostra storia.

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  3. Caro, hai scritto magistralmente quello che tutti noi, frequentatori del “salotto culturale” (edicola sarebbe riduttivo) del grande Ivano, pensiamo e sentiamo. Del resto abbiamo sempre condiviso, nei brevi momenti di incontro chez l’amico Ivano, la magia di questo luogo, reso da Ivano crocevia di improbabili e meravigliosi brevi incontri tra persone diversissime tra loro sotto tutti gli aspetti ma che da Ivano trovano un denominatore comune di umanità e simpatia.

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  4. Pingback: trovate voi il titolo, anzi i titoli, di questo post | I discutibili

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