piccole idee di verze e socialismo

E con quest’anno fanno tre. È arrivata, finalmente, la gelata sulle verze, quella che le rende buone per la cassöeula. Perché, se non c’è la gelata, la cassöeula non viene come dovrebbe, dicono quelli che ne han cucinate, di cassöeule (chissà se si può dire al plurale. ma d’altronde il dialetto lombardo, io, non l’ho mai capito, per cui andrà bene così). Dicon così, quelli che le hanno cucinate preparandosi il giorno prima, perché a farla bene ci vogliono ore – e non solo di cucina, ma di cura e passione. 

Insomma, è arrivata la gelata, a mandare in letargo l’orto per il terzo anno consecutivo. Chi l’avrebbe detto, una scommessa partita tre anni fa e ancora siamo qui, a viverci un’orto condiviso. Partimmo in pochi, pionieri di un’idea e di un (mezzo) ideale, quello di ricominciare dal basso, dalla terra, tirandosi su le maniche e lasciando da parte le discussioni da salotto di “come sarebbe meglio il mondo se”. Partimmo con un’idea folle, un po’ perché la storia l’ha disconfermata nella sua applicazione su larga scala, un po’ perché quell’idea richiedeva, per starci, di lasciare al di fuori qualsiasi logica del libero mercato. E non è una questione di rifiuto della proprietà privata o di “trasformazione della collettività in amministratrice della produzione”. No, niente ideologie. Solo, un’idea. Un’idea di condivisione.

“Chi vuole mette ciò che può, e chiunque prende quanto ha bisogno“. E dici niente, come sfida. 

Nacque così, l’idea di un orto condiviso, affittato a una cifra simbolica più che ridicola (e non è uno scherzo, come si potrebbe dire d’altro di un euro a testa?) e su cui, in una manciata di famiglie, ci si mise a lavorare, a seminare, a raccogliere, a giocare. La sfida è che quell’idea è ancora viva e, quel che forse ha dell’incredibile, funziona. Davvero non ci sono regole, se non minime, tipo la scelta di coltivare “bio” e i turni a bagnare – e la regola c’è perché forse sarebbero più spesso le volte in cui ci si trova in due, a bagnare, anziché nessuno. Soprattutto, davvero chi vuole ha messo ciò che poteva. E si continua così. C’è chi ci mette l’impegno quotidiano, e quello più di tutti ce l’hanno messo finora i nonni, al mattino, a zappettare e curare quei piccoli dettagli che hanno trasformato un semplice orto in un orto con l’abito delle feste (i nonni, quelli che più di qualsiasi libro sulla decrescita insegnano a recuperare, riutilizzare, ridare vita agli oggetti). C’è Ambrogio, lo spirito pragmatico dell’orto, il nastro isolante per tenere assieme i tralicci dei pomodori e la retìna sul cappello per tener lontane le zanzare, col volto sorridente e paonazzo dopo aver zappato. E Carla, piedi saldi e sguardo che da sempre sogna terre da coltivare, anche lontane, ed i sogni li fa tenere in mano ai fieri spaventapasseri che ci ha regalato. C’è chi mette le braccia a spalar letame (difficile a credersi, ma può dar soddisfazioni catartiche), o a vangare, o a piantare pomodori o anche solo ad imparare come si fa. C’è chi ci mette i bimbi a giocare, ed è felice quando si torna a casa e si infilano sotto la doccia pieni di terra perché, all’orto, sono loro i primi a crederci e volerci andare. C’è Simone, che con abilità, scrupolo e passione ha messo le foto e le immagini a raccontare questa folla idea. E poi c’è chi ci mette la “post-produzione”, perché, diamine, l’orto non finisce mica lì: l’orto condiviso sono anche i pomeriggi nel cortile di Ester e Nico, e di Vincenzo e Maria Pia, a sgranar ceci, tagliar verdure da congelare per l’inverno, preparare il dado vegetale con le erbe aromatiche, dividersi le fave. E poi sono le feste, con le grigliate a fianco di quel pezzo di terra che ormai, qua al paese, è l’orto della collettività. Si coltiva tutto, qua, perché la sfida è anche dimostrare che la terra del Freddo Nord é povera solo se non la si conosce. “Ravanei, remulàss, barbabietul e spinass” ci sono (ebbene sì, c’è pure il remulàss, quello che sembrava scomparso insieme ai due liocorni, e invece il ràfano esiste, eccome, e in insalata è pure delizioso); ci sono i meloni, le fragole selvatiche, le zucche.

Già, le zucche, quelle che stasera abbiamo deciso come tema per la cena, con “quelli dell’orto”. Perché, se c’è qualcosa che sicuramente non manca nel socialismo utopico dell’orto condiviso, quel qualcosa sono le serate in compagnia a mangiar quel che la terra ci regala, del buon vino e la voglia di ricominciare. Ci rivediamo in primavera, terra nostra.

ortocondiviso

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6 thoughts on “piccole idee di verze e socialismo

  1. Meraviglia, mi sembra la nostra Palomar. Anche io vorrei un orticello così d fare con gli amici, e chi lo sa, magari un giorno, lo propongo, basta trovare un piccolo spiazzo. E’ questo il futuro, io lo so, ne sono sicura. (E il rafano è una delle cose più buone del mondo, io lo mangio con tutto, ho una dipendenza da quella cosa lì).
    Che bellezza questo clima di comunità, che bellezza questo crederci. Buone zucche, e buon radicchio (il radicchio ce l’avete anche voi?).

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    • Mi piace questa prospettiva di Palomar che sbarca tra i broccoli e il cavolo nero (o in mezzo all’immancabile radicchio. Ma voi lo chiamate radicchio o trevigiana? Perché qua chiamano radicchio quello rosso, di chioggia, e trevigiana il radicchio verde).
      A margine, piccolo aneddoto in tema di ideologie: alla “tombola delle fetecchie” (o “rici-tombola”, o “tombola degli oggetti dimenticati”, ha tanti nomi, comunque quella cosa con le tabelle e i numeri da coprire coi fagioli in cui si mettono in palio oggetti altrimenti destinati dell’oblio e invece recuperati da rigirare ad altri che magari potranno farne miglior uso), mi sono ritrovato in mano un libro, PuntoRosso edizioni: “Democrazia Proletaria – La nuova sinistra tra piazze e palazzi”. Curiosa nemesi di questo post.

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  2. Bellissimo… la condivisione non è solo nella terra ma anche nei rapporti con le persone… dalla produzione alla tavola “condivisa” di vino, chiacchiere e amicizia fiorita dall’orto.. complimenti :o)

    Ps la verza deve gelare per perdere un po’ d’acqua altrimenti quando la si cuoce ne perde tanta rendendo troppo “zuppa” la cassöeula

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    • Grazie! Per entrambe le cose, sia per il sostegno sia perché hai dato finalmente risposta a un interrogativo che, da non autoctono, mi ero sempre posto, ovvero se questa teoria della gelata fosse legata a un qualche motivo culinario o se invece fosse semplice tradizione “rituale” (a questo punto perorerò la causa di quelli che, se la gelata non arriva, mettono la verza in congelatore per due o tre giorni prima di cuocere la cassöeula, anche se vengono additati come profani perché “la gelata sul sa la vegna” – e, come sempre, chiedo perdono per gli errori nel dialetto).

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  3. Sentirsi parte di un progetto comune, di un’idea condivisa mette in moto tanta energia. C’è spazio per tutti, c’è valore in ogni gesto. E poi c’è sempre uno scambio. che bello quando intorno ad un tavole le parole non rimangono solo parole!

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    • E sai che mi sto accorgendo che è una cosa tutt’altro che scontata, quella di avere un progetto comune e di riuscire a condividerlo non solo a parole? Credo davvero che questa sia una delle risorse più preziose di questa esperienza “agricola”.

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