una storia

Sarebbe una storia normale.

D’altronde, a tanti può essere capitato di incontrarsi per caso in un ex-lazzaretto. A tanti può essere capitato di trovarsi seduti su due sedie improbabili sotto gli sguardi grandangolari delle foto di Salgado, la seconda volta in cui si parla insieme, e in quella volta di parlare di nomi di ipotetici figli – o dell’ipotetica esistenza di un qualche dio – o di viaggi – o di decrescita – o di qualche sperduta baraccopoli d’Africa – o chissà di quante altre cose. Che discorsi folli sarebbero stati, la seconda volta in cui si parla insieme. A tanti può essere capitato poi, in quelle baraccopoli d’Africa, di starci – e quasi per scherzo del destino, in due momenti diversi. Sarebbe una storia normale, anche se fosse iniziata in un anfratto di cucina affacciato sul cortile interno di un palazzo madrileno, in quel mezzo metro che separa un lavello dalla porta a soffietto di un improbabile bagno colorato d’azzurro e ingabbiato in un angolo della stanza in cui si prepara da mangiare (alla faccia di ogni norma igienica). Sarebbe normale perché a tanti può essere capitato che quello ne fosse l’inizio, un po’ rocambolesco, fatto di fughe e rincorse, l’inizio di un cammino di scoperte, di dubbi e paure come di magìe e sogni.

A tanti può essere capitato di voltarsi indietro dopo, ad esempio, dodici anni e scoprire che poi, quello di cui si era parlato all’ombra di Salgado, ha iniziato a prendere una forma, e si è arricchito di particolari. I viaggi africani affiancati da faticose, ma appaganti, salite tra bricchi innevati d’inverno e assolati d’estate, o affiancati da altrettanto faticose, ed altrettanto appaganti, pedalate. Le difficili e continue sfide bilanciste affiancate dalla creatività del teatro, immergendosi tra prostituzione carceri e periferie urbane. Oppure affiancate da momenti di – difficile – resistenza quotidiana. A tanti, per fare un esempio a questo proposito, potrebbe per assurdo essere capitato di iniziare a vivere insieme proprio il giorno dopo essere stati in mezzo al delirio di Genova, nel 2001.

Sarebbe una storia normale. A tanti, d’altronde, quotidianamente, capita di vivere insieme con due stipendi da precari, a volte soltanto uno.

A tanti capita di discutere, infuriarsi, impuntarsi, e poi però sospendere il giudizio, ascoltarsi, capirsi, ripartire insieme piano piano. E a tanti capita di chiamarsi, dopo, ripensandoci, Pinìn e Ginetta, come due vetero-brontoloni attempati ma belli. A tanti, forse non a tantissimi, capita di rispettarsi. Sempre.

Sarebbe una storia normale. A tanti, d’altronde, capita di avere due figli. Anche se quei due pargoli avessero tutta la forza rivoluzionaria di un uomo e una donna del futuro, a completare quella storia normale.

Sarebbe una storia normale. Se fosse semplicemente raccontata così, su un foglio di carta o sullo schermata di un computer. Anche se fosse piena di mille e mille altre storie.

Ma a viverla tutta insieme, questa storia, fatta di tutti quei piccoli, ma profondi, tasselli, e fatta di mille e mille altre storie, a viverla no, allora quella normalità scompare. Come è scomparsa l’altro giorno, riguardando le foto che mi hai regalato (ah, forse sarebbe una storia normale anche se due persone decidessero di regalarsi le proprie foto, dopo dodici anni. Ma anche in questo caso, solo a parole, perché a viverlo ha tutt’altro sapore). Riguardarle, riguardarsi, ripensarsi. Riscoprire l’unicità e la magia del camminare insieme.

Ancora un volta, buen viaje, per il cammino di questi anni insieme, incominciato in quell’oggi di dodici anni fa nella piccola magìa di quell’anfratto di cucina affacciato sul cortile interno di un palazzo madrileno, in quel mezzo metro che separa un lavello dalla porta a soffietto di un improbabile bagno colorato d’azzurro. E ancora una volta, buen viaje, per il nostro tempo che verrà.

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14 thoughts on “una storia

  1. Ma che bello quest’amore che sento ancora pulsante, vivo. come se durante questi dodici anni fosse morto e rinato più volte. Tutte cose che percepisco da come hai scritto questo post, da quale forma hai dato al narrare. Bello!

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    • grazie davvero! (è curiosa questa prospettiva di ciclicità che hai percepito, anche se forse direi piuttosto movimento, non-staticità… cammino, appunto).

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  2. Bello bello questo racconto “iniziato in un anfratto di cucina affacciato sul cortile interno di un palazzo madrileno, in quel mezzo metro che separa un lavello dalla porta a soffietto di un improbabile bagno colorato d’azzurro” e poi volato, anzi viaggiato, nel mondo :o)

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  3. Io vivo con un madrileno biologo/paleoantropologo.
    Le storie si ripetono su livelli diversi di variazione e, infatti, la nostra è iniziata su un divano sudicio di un salone affumicato in una Granada di inizio dicembre.
    Sei molto bravo.

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    • grazie, davvero, e che curiosa “variazione sul tema” :-). sai che gli aspetti etologici e antropologici sono uno dei miei “grandi amori” nella biologia, che seguo sempre con piacere anche se non me ne occupo direttamente? benvenuta!

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  4. Pingback: lavapiès | ammennicolidipensiero

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