di storie bastarde e domande sospese

E così sabato sera ci siamo rivisti. Prima o poi, d’altronde, sarebbe dovuto accadere.
Ma quindici anni (abbondanti) non sono facili da raccontare, ed il contesto di una serata con decine di persone, di festa e (per quanto bella) confusione difficilmente facilita. Sono state le domande di rito a fare da padrone, “come stai?“, “il lavoro?“, “e i tuoi bimbi?“, “e ora dove abiti?“, e così via. Eppure ce ne sarebbero state di cose da raccontare, dal liceo. Una compagnia che c’era e che non c’è più, ma fortunatamente, d’altronde si cresce e la vita ti porta per strade diverse, ed in fondo sono stato io per primo andare a vivere da un’altra parte. I tempi dell’università. Il matrimonio con E.

E poi.

E poi il suo omicidio, in quell’assurdo gennaio di tre anni fa.

Di tutte le cose che ci siamo detti, le domande che più avrei voluto farti, e chissà se avresti avuto voglia di rispondere, sono quelle che sono rimaste strozzate nella consapevolezza dell’essersi persi di vista, in questi anni, e del fatto che forse non fosse la serata ed il momento opportuno per farle. Le domande che avevo nella testa, con la stessa rabbia di quando seppi dell’accaduto. La rabbia per tanti motivi: per averlo saputo tardi, e non esserci stato in quel momento – ed è lo scotto da pagare quando te ne vai in’altra città, e rabbia per non averti cercato, dopo, per parlarne. Perché non riuscivo a credere che potesse essere accaduto, perché i poco più di trent’anni di E. gridano l’assurdità di un sistema, perché scoprire che quel cemento che uccide non è solo quello raccontato dalla Gomorra così geograficamente distante ma è qui, a due passi, rabbia perché si fa così fatica a dire che questa è stata ed è mafia, rabbia feroce che, per dignità e per rifiuto di entrare nelle logiche mafiose, si può morire anche nel bastardo Nord. Rabbia per tuo figlio a cui forse, ora, non interessa nulla di quella dignità, e dell’impegno sociale, e dei libri che scriveranno, e piuttosto l’unica cosa che conta è che papà non c’è, “che gli altri bimbi sì e io no”, ché “se n’è andato quando ero troppo piccolo per ricordarmelo”, e “che fatica capire che quel ragnetto di sei mesi sdraiato sul letto fra le sua braccia nella foto sono io”.

Rabbia, perché quello che avrei voluto chiederti è semplicemente un: “come stai?“, ma detto in modo diverso, sussurrato, lasciando che sottintendesse tutto.
Rabbia perché di tutte queste domande non ne aveva senso neanche una.

E forse è stato meglio così: una chiacchierata, sorridendo, interrotta dall’accorrere disperato del tuo bimbo scapicollato nel mezzo della festa. La rabbia rimane, ma rimane anche la voglia di rivedersi, chissà, in una qualche occasione meno collettiva.

Restano le domande. Resta un arrivederci.

Resta, forse, sopra ogni cosa, la dignità.

cantieri

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7 thoughts on “di storie bastarde e domande sospese

  1. Sono rimasta senza parole perché sono riuscita a entrarci dentro. C’ero anch’io lì da qualche parte in silenzio come un soprammobile. mi ritaglio questa parte perché l’ho pensato spesso ma tu hai saputo dirlo con parole speciali:

    “…Rabbia, perché quello che avrei voluto chiederti è semplicemente un: “come stai?“ Ma detto in modo diverso, sussurrato, lasciando che sottintendesse tutto.
    Rabbia perché di tutte queste domande non ne aveva senso neanche una…”

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