fragilità

Ci sono persone che, la loro storia, l’hanno scritta tutta in quell’inseparabilità di nome-e-cognome, pronunciato sempre insieme, senza soluzione di continuità, quasi fosse un’unica entità. Gigi Gherzi, anzi GigiGherzi, è una di queste, e se la porta tutta lì, la sua storia, nella musicalità spigolosa del suo nome e nel volto che quella musicalità spigolosa racconta. Ed a Milano, GigiGherzi, lo conoscono così, con la musicalità spigolosa delle storie che racconta a teatro. GigiGherzi è curiosità, è sperimentazione, è andare in giro per le strade a cercare storie e da quelle storie venire mangiato. GigiGherzi per cui teatro è racconto, da vivere e da insegnare (ed hai anche provato, a insegnarmi a scrivere storie di teatro, a me che ho sempre fidelizzato l’improvvisazione, renitente alla scrittura ed al testo a memoria, e chissà se ci sei riuscito). GigiGherzi, è stato bello poterti reincontrare, ieri sera, in quel teatro che in realtà era una stanza ritagliata in un sottoscala di cemento, tra amici e volti meno noti. È stato bello, ieri sera, immergersi senza riserve nella tua storia, nel racconto della tua Milano città fragile. È stato bello lasciarsi avvolgere dal racconto di un anno di storie raccolte tra la gente. Sì, perché Report dalla città fragile è questo, è una storia avvolgente, di paure lotte nostalgie rabbie precariato disoccupazione lentezze violenza e richieste d’aiuto, è storia di fragilità, sì, di una Milano città fragile ed a volte bastarda, quando illude. Ma è anche – e soprattutto – esplorazione, è cercare di ricomporre insieme. È il pubblico che scrive, suggerisce frasi, evoca storie, che scompone e ricompone la scenografia. E poi, il viaggio nella città fragile è un viaggio nella malattia mentale trenta, quaranta, cinquanta anni fa. Anzi, oggi, ché i conti col passato non sono stati ancora fatti. È la storia di un bimbo di sette anni che guarda la madre, irraggiungibile la voce, dietro le inferriate delle finestre dall’ex ospedale psichiatrico PaoloPini (ché anche questo, di nome, è un tutt’uno), e non può far altro che salutare con una mano che piano a piano si affievolisce nel movimento, perché è tardi, adesso è ora di andare. È una storia che brucia ancora, a Milano, il PaoloPini. GigiGherzi improvvisa ed accompagna, tra le storie, con delicatezza, chiede parole, restituisce parole. Restituisce storie, incontrate scavando tra le fragilità di Milano. Restituisce storie di senza dimora (“la panchina, quella panchina di pietra era tutto, per noi. E c’erano delle regole: il silenzio, innazitutto“), di adolescenti in cura (“è la prima volta che riesco a parlare per più di un’ora con una persona senza doverla pagare dopo“), precariato (“ho una laurea in architettura, un master in grafica, un stage non retribuito di dodici ore al giorno. Sognavo di riempire di creatvità la città. Quando, dopo il colloquio, mi hanno detto: «Signorina, in realtà stiamo cercando un’altra figura per il contratto, ci serve solo una persona che faccia ritenute d’acconto», io ho risposto: «È tutta la vita che io sogno di poter fare ritenute d’acconto». Ho detto questo per poter avere, finalmente, dopo dieci anni, un lavoro.“). GigiGherzi, è stato bello reincontrarti, ieri sera. È stato bello, il tuo saluto: “avere il coraggio di essere un po’ più inermi“. Un misto di fragilità e prospettive insieme. E comunque, pieno di quella immancabile, spigolosa, musicalità.

scenografiacittafragile

Annunci

15 thoughts on “fragilità

  1. il coraggio di essere un po’ più inermi, appunto. Che ci dovevi essere ieri sera a sentir parlare Cancrini a Gorizia, di quei grandi così grandi che non hanno più paura di essere inermi, che di quelle proprie fragilità ne fanno una forza, uno spiraglio di creatività.E’ questo che mi trasmettono in grandi maestri, il poter guardare alle proprie falle come tratti distintivi, come motore di vita e di partire da lì, da questa prospettiva altra. (E comunque, non lo so tu, ma direi che sono anche io una di quelle che il mio nome e cognome lo separano in pochi, solo gli amici più stretti, che chi mi conosce meno lo dice tutto d’un fiato, tuttoinsieme).

    Mi piace

    • non ero lì, ma ero nella medesima atmosfera: prima del teatro, ad un aperitivo-presentazione di un reportage fotografico di ugo panella (che quasi ero indeciso se scrivere un post su di lui, anziché questo…). panella, che da fotografo free-lancer s’è girato teatri di guerra, ospedali, zone di calamità naturali e nel raccontarlo/raccontarsi trasmette fragilità, e semplicità, e delicatezza, e però che forza al tempo stesso… hai presente “gli imprescindibili” di brecht? ecco. (rispetto al nome, invece, no, tendenzialmente credo di essere più nome che cognome. certo, se i tuoi amici ti chiamassero solo “esercizi” non sarebbe come dire tutto assieme ;))

      Mi piace

  2. Sono entrata in questa storia senza sentirmi una spettatrice distaccata. Forse era proprio questo che voleva il tuo maestro-amico-attore. Io credo che la sensibilità possa portare a due strade, alla durezza per paura oppure alla fragilità come umana resa. Nel secondo caso io mi sento capita. (il mio nome e cognome? staccato. Di forza. E penna bianca solo minuscolo! :-))

    Mi piace

  3. io solo nome, possibilmente neanche tutto.
    cognome solo a scuola, gradito.
    fuori da scuola no, c’è troppo mio padre in quello, mi pesa addosso e mi schiaccia.

    Mi piace

  4. Lo ammetto non so chi sia Gigi Gherzi, e questo mi ricorda che non conosco un sacco di cose, soprattutto nomi incollati a cognomi. Non conosco Milano, a parte qualche via, la stazione e un barista stronzo che una volta non mi servì il cappuccino perché mi ostinavo a non volerlo chiamare “cappuccio”. Ma conoscono la fragilità dei luoghi, come della mia Roma, austera e allo stesso tempo molle, che affonda ogni giorno di più ne ricordi delle sue glorie da sussidiario. Poi conosco un Mondo, fragile anch’esso, pieno di sogni fragili che si pensavano forti, fino a quando non hanno incontrato un altro stronzo, messo lì a cercare carne viva a cui incaricare ritenute d’acconto.

    Mi piace

    • dal canto mio vorrei conoscere meglio Roma, ché ogni volta che ci passo non riesco mai a dedicarle quanto vorrei, e Roma è tanta (finora non ho trovato avverbio/aggettivo più adatto). e immagino siano altrettante le sue fragilità (ora però ho una curiosità: come dovevi chiamare il cappuccino? solo per una enne di differenza tutte quelle storie? mah, ‘sti milanesi… eccome se ti capisco, che vengo da sotto al Po pure io…)

      Mi piace

      • Diceva che il cappuccino si dice “cappuccio” e il cornetto “brioche”, e non c’è stato verso di farsi servire. Sopra o sotto il Po i coglioni sembrano la razza più numerosa. A Roma passaci, o guardala su Google Earth, che è come una di quelle donne che quando le vedi truccate fanno un certo effetto, e poi la mattina appena sveglie fanno venir voglia di trovarsi in un altro posto.

        Mi piace

      • ah già che qua sono tarlati sui cornetti. il miglior modo per odiare la lingua meneghina, comunque, è passare anche solo dieci minuti al giorno al bancone di un bar 😀
        di Roma mi piace in realtà molto la parte che ho conosciuto, meno truccata e più “acqua e sapone”… o forse non era mattino quando l’ho vista?

        Mi piace

  5. Pingback: fragilità – adp | I discutibili

ammennicoli di commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...