esserci stati

Turbinio di eventi non meglio prevedibili. Sì, poteva essere una definizione appropriata, ma non avrebbe reso l’idea fino in fondo. Perché prima di tutto c’era un incontro, nato per caso, di qualche manciata di persone, ognuna proveniente da un periodo “particolare” (parola orribile, se usata in questo contesto, ma che rende perfettamente l’idea) della propria vita, capitate per caso in un paesino della Maremma toscana. C’era voglia di cambiare. C’erano strade e percorsi che si intrecciarono, così come si intrecciarono i nostri circa-venticinque-anni in bilico tra eroi, ideologie ed i “proviamo tutto” dell’adolescenza alle spalle, ed i no logo, gli ideali ed il”proviamo tutto, ma dopo averci pensato un po’ di più” dei trent’anni davanti agli occhi. Il turbinio, irrefrenabile, arrivò solo dopo, nel non riuscire a fare a meno di quel gruppo di persone. Ad ogni costo, esserci. Contro ogni logica di resistenza fisica alla deprivazione di sonno, contro ogni logica di carriera universitaria proficua ed efficiente, contro ogni stanchezza, contro ogni distanza. Ed in ogni caso, il messaggio era poi semplice, di una libertà e linearità invidiabile: “chi c’è, c’è”.
Spesso torna alla mente, quel pensiero di una profondità filosofica altrettanto invidiabile, torna alla mente quel pensiero che a momenti spostava decisamente ed indiscutibilmente verso l’adolescenza dei proclami quell’essere “in bilico” dei venticinque anni di cui sopra: “Per quante pinte di vino berremo, ci porteremo questa sete rabbiosa nell’eternità” (non necessariamente superato coi trent’anni); tornano alla mente le serate ed i momenti che riportavano con i piedi a terra ed univano nelle lotte quotidiane, fatte di concretezza, stili di vita, impegno civile e sociale.
Ma tutto nacque da quell’incontro, casuale, intenso, folgorante. Chi c’era, c’era, fin dalla prima volta. C’era un nome, innanzitutto, che era un’identità: Sminchionauti. Più di una semplice crasi, più di un neologismo, più di un melting pot di significati. Un’identità, un riassunto di un’essenza. E, quasi per dispetto, una non-identità nel nome proprio, chissà se perché in quello, forse, c’era invece bisogno di una maschera. Così nacque Paura, il primo soprannome, perché a quell’ora, con quella luce, quelle occhiaie, venne fuori così, semplicemente. E poi fu una catena, uno dopo l’altro. C’era Penombra, e sempre la luce fu il motivo di tale. C’era Nukleo, perchè ogni atomo ha il suo centro d’aggregazione, e quello era lui, l’iniziale trait d’union di elettroni in cerca di un’orbita comune. C’era Peyote, che del significato racchiudeva l’essenza nell’animo. C’era Tetrapaq, con la Q, e vai a ricordarti perchè il soprannome fosse quello. C’era Tetrix, un po’ tetro e un po’ Matrix. C’era Glice, glicerina o glicemia all’occorrenza, ed il pane burro e zucchero ne spiegherebbero il motivo. C’era il Rolla, e di questo non serve spiegare il perché. C’era Paresi, che quella sera stava seduto vicino a Rolla (il che potrebbe essere sufficiente a capire). C’era la coppia, Aulin e Tachi (che detto così, potrebbero sembrare dei dopati di antidolorifici ma, si sa, a volte il soprannome inganna: per nascere, basta una volta detto nel modo giusto – che non era il caso di Rolla, dove invece fu premiata la continuità). C’era Zaba, ché come fece lo zabaione lei, nessuno. C’era Nitro, il chimico. C’era Sclero, ma era solo l’apparenza, ché la sostanza era ben altra. E poi c’era Nespola, perché in tutti i gruppi che si rispettino ci deve essere un Nespola. Ed il Cigno, nomen omen, la grazia prima di tutto ma attenzione ad avvicinarsi troppo. C’era Autoktono, unico (e fiero) esponente del paesello. E poi ci fuorno quelli che s’aggiunsero dopo, perché quell’orbita era avvolgente e magnetica, e vuoi non avere un soprannome? Gregaria, Sprovvista (di soprannome, finché la sorte non le diede quello), IlCose, ElPanda. Insomma, folgorazioni. Il fuoco che ne nacque, finché ebbe un senso, durò. Vivo, pulsante, intensissimo, straripante di idee ed avventure. Ed anche lungo, con quell’ironico “beh, s’èffatto tardi” che prima o poi qualcuno pronunciava ed ogni volta arrivava, ironicamente e perentoriamente, a sancire la pausa che bramava ansiosa la ripresa.

Senza rimpianti, quell’atomo rimase tale finché gli elettroni non trovarono la propria strada, ché forse è poi davvero il motivo per cui quell’orbita era nata. Senza rimpianti, senza voler cercare a tutti i costi un motivo o un capro espiatorio, fosse anche che probabilmente cotribuirono storie d’amore e d’affetti scombinati. Non era in ogni caso questo il punto, quanto piuttosto che, ad un certo punto, in quell’aggregazione, in quell’identità collettiva, si ruppe qualcosa, e prevalsero le strade di vita, prevalsero e si consolidarono altrettanto splendide relazioni tra coppie di elettroni, a volte anche terzetti o quartetti. Ma quell’identità collettiva, no, aveva fatto il suo tempo. Oggi, a distanza di anni, mi piace pensare ad una semplice e naturale evoluzione, per cui ad un certo punto quel “chi c’è, c’è” era semplicemente sfumato, lentamente e delicatamente, sapendosi ritirare, forse, al momento giusto.

Quel “Chi c’è, c’è” ricomparì solo in un’occasione, tempo dopo. Nonostante la consapevolezza di qualcosa che s’era rotto – o che semplicemente si stava evolvendo – quella volta la sua identità, la sua essenza non erano cambiate. Una sera del luglio 2001. “Chi c’è, c’è, si parte”, domani si va a Genova, anche se avevamo deciso di no, domani si va.
Ma lì si ruppe qualcosa di più grande.

Annunci

12 thoughts on “esserci stati

  1. Alle prime tre parole di questo post ho pensato “genova”, e te lo dico solo perchè lo so che tu mi credi. chevvuoi, certe cose non me le spiego neanche più. E comunque io ci sono, voglio un posto vicina al rolla, però.

    Mi piace

      • tu c’eri? io no, ma è un buco nero il pensarci, ho tra le altre cose, un libriccino che parla e prenderlo in mano mi fa sragionare.
        (gemello, comunque tu non mi credere quando dico che ho smesso di fumare però, che io a gennaio ho tenuto duro un mese, e da allora smetto a fasce orarie: funziona).

        Mi piace

      • c’ero, c’eravamo. le sagome nere non erano metaforiche, ma in carne ed ossa, e con scudi trasparenti davanti a loro.
        e comunque ora no, non è il momento e voglio prima finire un libro che ho in ballo da troppo tempo, ma ho da parecchio in testa un’idea di scrittura collettiva e prima o poi credo che ve la proporrò.

        Mi piace

  2. Come si stringono tra loro queste parole. Sembra quasi abbiano timore a venire fuori. Forse, è quella rottura di cui accenni nel finale, che ha lasciato un po’ di smarrimento.

    Mi piace

    • genova è stata, ed è ancora, smarrimento. un capitolo che non si ancora chiuso, tasselli che vanno ancora collocati. piano piano. più che gli sminchionauti, che sono stati un esplosione che ha dato vita a strade e percorsi nuovi.

      Mi piace

  3. Pingback: di cento, di tre | ammennicolidipensiero

ammennicoli di commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...