l’abito delle occasioni

Si alzava di buon ora, lo zi’ Memmo, ogni mattina, ché il lavoro nell’orto ed in bottega non avessero a tardare. Ogni giorno, pane latte e caffè a colazione, e nei giorni migliori un uovo sbattuto a dispensare energia. E che energia. Le uova fresche delle sue galline erano note in tutto il paese ed anche nei dintorni, tanto che perfino un famoso personaggio dello spettacolo, che periodicamente cercava pace ed isolamento rifugiandosi tra le colline della val d’Orcia, voleva che le uova sulla sua tavola fossero quelle (in paese lo raccontano ancora, di quando gliele portavi su al Poggio, a lei che era “la tua grande amica”).
Ogni mattina, lo zi’ Memmo si preparava col vestito del lavoro, quello di tutti i giorni, sabati e domeniche inclusi: i pantaloni (rigorosamente neri o marrone scuro) un po’ lisi, le scarpe impolverate e rigate dal fango sul bordo della suola (fango che presto sarebbe diventato un tutt’uno anche con la tomaia) ed infine la camicia, perché non c’era giorno dell’anno che non fosse di camicia, ché di fronte alla terra e poi in bottega ci vuol sempre dignità, mica sciatteria. E poi le bretelle. Quelle che sorreggevano i pantaloni, tesi, esattamente a cinger l’addome altezza ombelico; quelle che non erano mai abbinate di colore, e però riuscivano ugualmente a trovare una loro armonia d’insieme; quelle che, con la camicia altrettanto tesa che sembrava cortissima, contribuivano a rendere ancora più pronunciato lo iato tra il torace magro e quella leggera rotondità della pancia che teneva i pantaloni scostati dal bacino.

Anche quella domenica di quasi estate, di una calda estate di inizio anni ottanta, lo zi’ Memmo si svegliò all’alba, fece colazione, si vestì. Il vestito, però, non era quello di tutti i giorni e di tutte le domeniche, né di una festa qualsiasi. Era l’abito delle grandi occasioni. La giacca innanzitutto, la camicia quella bianca, le bretelle in pelle, le scarpe buone tirate a lucido. E poi la barba, fatta di fresco a far risaltare ancor di più il naso grande ed un po’ bitorzoluto (caratteristica di famiglia).

Era l’abito delle grandi occasioni, sì, perché – quella domenica – s’andava a votare. Ed il giorno del voto, “ci s’ha da vestissi bene. Oggi s’elegge i politici”. Ed allora via, al seggio, alle vecchie scuole, “vestiti ammodìno”. Andare a votare, pensava zi’ Memmmo quella domenica di quasi estate, ancor più che le feste comandate, merita rispetto, e dignità.

unita.post.eb

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14 thoughts on “l’abito delle occasioni

  1. rispetto e dignità.
    ci pensavo giusto ieri sera, pensavo alle elezioni e che stavolta per me hanno un senso diverso dal solito.
    sento un peso che prima mi sfuggiva.
    perchè forse tempo fa non avrei capito il pensiero di zi’ Memmo, invece ora lo condivido.
    e domenica non metterò le scarpe da ginnastica, promesso.

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  2. quanta delicatezza, quanto stile in questo zio. dice bene lui, dignità. e rispetto per se stessi e per gli altri. In fondo è la vita tutta che merita dignità e mica sciatteria, sempre ogni giorno, ogni cosa. anche questo voto che mi sta di traverso lo darò con questa dignità di altri tempi che abbiamo dimenticata ormai, promesso.

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  3. Bellissima la descrizione di questo zio d’altri tempi. Il voto merita rispetto, aveva ragione, è morta gente che poteva fare ben altro quel giorno per il nostro diritto al voto. E quando sento alcuni dire che è inutile votare, tanto sono tutti uguali, mi si storce il naso. La politica è di tutti, mica solo di chi ci sta dentro.

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  4. Leggendo questo post mi hai fatto ricordare il nonno del mio ex. I primi tempi che stavamo insieme un giorno andammo a mangiare a casa loro.Persone modeste e ormai in là con l’età Suo nonno indossava una cravatta. Non glielo ho più rivista. Un giorno mi confessò che era l’aveva fatto per una forma di rispetto nei miei confronti. Ecco, il tuo zio Memmo (ma che nome stano, conosco Mimmo oppure Memo)aveva la dignità nel sangue e quella non s’indossa solo con gli abiti. Ti confido che per la prima volta a queste elezioni sarei stata tentata di fare lo spettatore sulla collina come atto consapevole e non di menefreghismo, ma poi da qualche parte dentro di me c’è uno zio Memmo che mi fa pensare.

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  5. Bellissimo racconto di una storia passata che dovrebbe essere moderna… votare è un diritto ed è un dovere e andrebbe fatto sempre come se fosse un giorno importante perchè decidiano, tra l’altro, del nostro futuro.. ma i siparietti di questi giorni fanno sembrare tutto una farsa…e allora perchè consumare il vestito nuovo? Si va a votare in tutta e scarpe da tennis.

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  6. Vorrei che oggi si provasse lo stesso rispetto e si desse la stessa importanza ad un giorno fondamentale, come quello del voto. E invece, io so di averci pensato tanto, di aver letto meno di quello che avrei voluto, di aver scelto “il meno peggio” almeno dal mio punto di vista, di essermi vestita a caso, come spesso succede, ma di averci messo testa e cuore in quelle maledette crocette.
    Eppure ho la sensazione che in troppi abbiano messo quelle crocette a caso, credendo più al potere dell’Iphone che ai bisogni dell’Italia.
    Dove ci siamo persi?

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    • è da due giorni che, come tanti, ci sbatto la testa. non so se uscirà fuori qualcosa di buono, da tutto questo. ieri mi hanno “regalato” una frase di wu ming, la regalo anche a te: «Armarsi di pazienza, ossigeno, immaginazione. Speranza no, quella è controproducente. Scarponi e zaino semivuoto, camminare domandando.»

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