qualcosa di sinistra

Quel marzo di diciannove anni fa. Ho dei ricordi precisi, di quel mese, di quel periodo, di cambiamenti, di quel non dire mai di no, in cui ogni giorno accadeva qualcosa di diverso. Gli eventi attorno forse facilitano anche la memoria. Erano i giorni della discesa in campo dell’unto del signore, di Peppino Diana, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – ricordo le televisioni trasmettere la notizia quando tornai a casa, quella domenica sera. Avevo cambiato da poco università, abbandonando un’improbabile corso di laurea in ingegneria che non ho ancora ben capito come avessi incontrato sulla mia strada, ma comunque per sbaglio, per dedicarmi alla ricerca. Ricordo i primi sofferti esami, in quel marzo, non senza iniziali fallimenti nel tentativo di recuperare il tempo perduto. Ricordo episodi. Ricordo il primo, folgorante, concerto di Guccini, in quello che allora si chiamava Palatrussardi. Ci andammo con una indimenticabile Renault quattro bianca con dipinti a bomboletta un volatile ad ali spiegate sul cofano e le sagome dei Beatles sulla fiancata (in città la raccontano ancora, quella macchina). Ricordo quel concerto con maniacale precisione, forse complice – anche in questo caso – il fil rouge dell’unto del signore come bersaglio di ogni sorta d’ironia. Ricordo che in quel mese, con caparbietà ed insistenza fino allo sfinimento, e grazie soprattutto alla benevolenza ed alla complicità del dottor S., riuscii finalmente ad entrare all’ex ospedale psichiatrico provinciale, come libero cittadino non autorizzato se non dal desiderio di conoscere a fondo quella realtà.

Ricordo che in quel marzo, proprio durante la campagna elettorale pre-catastrofe, iniziai ad ascoltare Radio Popolare. Non la conoscevo. Per me, pischello che si divertiva a trasmettere da una piccola radio di provincia, fu una scoperta entusiasmante. Una radio di informazione, una radio libera, su cui la mia tensione politica si adagiava con l’entusiasmo dei vent’anni e la curiosità di chi vuole sapere tutto della sua storia e di quelle voci, l’equivalente di un groupie della frequenza centosetteessei. Quelle voci che c’erano quando Fausto e Iaio, quando Giorgiana Masi, quando Vallanzasca. Ma anche quando Bar Sport e quando “campioni del mondo”. Quelle voci che c’erano a Milano, libere, “ma libere veramente”, come recita un famoso jingle. Radio Popolare negli anni successivi  fu un tuffo di ascolto e di esperienze. Svegliarsi al mattino con il radiogiornale, con la rassegna stampa, con il sarcasmo, l’ironia e la sagacia di Piovono pietre, con la travolgente comicità ed il trasporto di Sansone, il famoso arruffapopoli. E poi la scelta di sostenere la radio con l’abbonamento, con l’acquisto dei mattoni della nuova sede, con l’Operazione Primavera. E poi le migliaia di torce di Milano fa male riprese dal satellite, l’extrafesta alla cascina Monluè, l’essere in mezzo a quelle ottomila bandiere bianche e colorate al Paolo Pini, a formare quell’enorme simbolo di pace in mezzo al prato – e anche lì ci fu il satellite a raccontarlo. Radio Popolare è stato il nostro spettacolo di teatro invisibile con Lorenzo, che ci ha seguito in un’idea folle per le strade milanesi. Radio Popolare, la frequenza stabilmente sintonizzata in macchina, a casa, in streaming da quando c’è.

Radio Popolare ora è anche, e soprattutto, rabbia. È rabbia leggere, stasera – al di là di un verosimile errore grossolano sulle cifre, nella notizia riportata da un noto quotidiano – che la Errepi Spa, la società proprietaria, sta discutendo la possibilità di una cassa integrazione in deroga per i dipendenti al 20% dello stipendio. È rabbia perché, al di là delle cifre o di quel che accadrà, oggi, a distanza di anni, la sensazione che qualcosa non sia andato nella direzione giusta c’è, e che la responsabilità non sia solo del periodo storico. Ho conservato l’abbonamento finché ho potuto, finché quella cifra non è diventata oltremodo difficile da sostenere. Ma la scelta di rinunciare, due anni fa, non è stata solo economica. No, ultimamente quello che è mancato è l’entusiasmo, è la sensazione di una radio che, da “libera veramente”, ha delegato il proprio futuro economico agli inserzionisti, si è appiattita su un pensiero comune, è diventata lo specchio di “una posizione moderata”. Una radio che non punge, ma sfiora. Una radio che mette giù il telefono a chi non condivide il pensiero maggioritario. Una maggioranza sempre più silenziosa. È opinione, e certo non pretendo sia verità: sono le sensazioni di amarezza nel non respirare, ultimamente, in quell’ascolto, un po’ di sana radicalità. Di respirare, forse, qualcosa di sinistra.

pace800x600

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14 thoughts on “qualcosa di sinistra

  1. no, io non c’ero. diciannove anni fa io ero al liceo, fratellone. forse già con la kefiah, comunque a crederci. una ragazzina più arrabbiata che confusa. e niente radio popolare io, niente. che qualcosa non sia andato per il verso giusto, io direi che dubbi non ce n’è più ormai.

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    • questo non è un commento. è una spina nel cuore: perchè in due righe riassume tutta l’essenza di quella disillusione (e, tra l’altro, l’esperimento di radiopopolare roma mi sa che è un’altra bella spinetta…)

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