lo stato della pratica

Sono dieci anni che provo ad offrire un caffè a Mohamed, e l’avrà accettato sì e no una ventina di volte. Eppure, quel «Mohamed, che ne dici, lo beviamo un caffè?», «Noooo grazie, stamani ne ho già bevuti quattro» è ormai la nostra ritualità, introduce quei cinque minuti di chiacchiere e di benvenuto, ché sennò qua i musi si sprecano, introduce la nostra piacevole complicità. E dice quattro, ma in realtà solo perché conta una caffettiera intera come tre: precisione quasi svizzera in un cuore somalo. La sua storia è quella di tanti: senza retorica, con la dovuta rabbia, ma con infinita dignità. Luogo di nascita Jowhaar, un centinaio di chilometri scarsi da Mogadiscio; data di nascita, non nota, se non l’anno («quello della grande siccità, diceva mia madre»), con conseguente assegnazione automatica del primo gennaio al momento del primo documento;  la fuga dalla Somalia in uno degli oramai non più numerabili periodi di guerra civile, il rifugio politico in Italia una ventina abbondante di anni fa e la carta di soggiorno in piena regola da allora; qualche anno al sud e poi Milano, trovando lavoro in un’impresa di pulizie, di cui ormai è pietra miliare, in uno dei grandi ospedali milanesi – il luogo della nostra ritualità mattutina; moglie e figli visti l’ultima volta nell’aprile di otto anni fa, attualmente negli States e non raggiungibili se non previo ottenimento della cittadinanza.
Già, questa mattina si parlava proprio di cittadinanza, di quel documento che manca per poter raggiungere i familiari; meglio, di quel timbro che manca, perché la sostanza è tutta lì. Qualche anno fa funzionava così: c’era il colloquio alla questure, c’erano le domande  sul nostro paese, “l’articolo 4 e l’articolo 10 della Costituzione?”, “la struttura del Parlamento italiano?”, “i fiumi che si incontrano a Pavia?”, “la data dell’unità d’Italia?” (sembra che adesso le domande non vengano più fatte – mi chiedo se non sia perché qualcuno, in un momento d’illuminazione, abbia valutato che sulla base del criterio di conoscenza di norme, geografia, storia del nostro paese si sarebbe dovuta ritenere indebita la cittadinanza che, ius sanguinis, appartiene a una metà buona di noi italiani). Ad ogni buon conto, la storia di Mohamed racconta che la questura ha inviato la propria approvazione al Ministero: ora, manca davvero poco, una piccola verifica, un timbro.
Ma.
«Non riesco più ad avere informazioni. prima si poteva chiamare o scrivere, ora al Minstero dell’Interno per le pratiche hanno tolto sia il telefono sia l’indirizzo di posta elettronica. Ed io comunque non ho il computer, non riesco più ad accedere alla mia pratica». La rete, il sito ministeriale, conferma: niente più numeri di telefono, niente più mail, niente più contatti (!) – e gli unici aggiornamenti saranno quelli disponibili nella pagina della propria pratica. «Il computer, qua in laboratorio, è disponibile quando vuoi, Mohamed: guardiamo, e chissà che non ci siano novità e non ti abbiano avvisato.». Illusione, il paese dei cachi non è terra di speranza, in questo momento: la dicitura sul sito è esattamente la stessa presente sul foglio protocollato, quello di ricezione della domanda, “L’istruttoria è stata avviata. Si è in attesa dei pareri necessari alla definizione della pratica.“. Va così, tocca pazientare ancora. Il piccolo, irrilevante, dettaglio, è la data dell’avvio della suddetta pratica: ventidue-ottobre-duemilasette.

Deve essere davvero pesante, da spostare, quel timbro.

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14 thoughts on “lo stato della pratica

  1. Ultimamente gira una pubblicità finanziata dal Consiglio dei Ministri che recita così: “Ospitalità significa aprire la tua casa, il tuo albergo, le tue braccia al mondo. […] Ospitalità significa rimuovere qualunque ostacolo e rendere tutto più accessibile, per tutti.”
    Una contraddizione in termini, vero? Ogni volta mi viene il nervoso…

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    • allora, parti dal presupposto che già essere riuscita a farmi vedere una pubblicità intera – e consapevolmente – è un evento, che in una dozzina d’anni senza tele sarà capitato due o tre volte a dire tanto. poi, una pubblicità del ministero è ancora più un evento 😀 detto questo, niente male anche il passaggio in cui “l’ospitalità, o ce l’hai nel sangue o mi spiace per te”, un po’ come se fosse una malattia. ma il vero capolavoro è riuscire a ricordare la denominazione estesa di chi ha creato il video, ovvero il Comitato-per-la-Promozione-ed-il-Sostegno-del-Turismo-Accessibile-presieduto-dal-Coordinatore-della-Struttura-di-Missione-per-il-rilancio-dell’immagine-dell’Italia-alle-dirette-dipendenze-del-Ministro-per- gli-Affari-Regionali-il-Turismo-e-lo-Sport – e quel che è peggio, non è una supercazzola.

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    • guarda, è davvero una bella amicizia. pensa che lui ha addirittura “scelto” di considerare come data di nascita, non sapendo quella vera, il 13 gennaio, giorno in cui in laboratorio qualche anno fa gli si fece una festa a sorpresa…

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  2. Pesantissimo direi.
    Come il culo di tutti quelli che ci governano dalle loro preziose seggioline.
    Ma se il problema fosse il loro allora.. in un attimo si muoverebbe.
    (ho il dente avvelenato? Un filino.. ma dai pure colpa di tutto agli ormoni, panacea di tutti gli umori).

    La storia della data di nascita la conoscevo, più o meno tutta l’Africa si trova con lo stesso problema e.. sai che la trovo molto romantica? Ha un ‘che di estremamente legato alla terra, alla vita, al caso, al dono.. non come oggi che della data di nascita ne facciamo il centro della nostra vita.

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    • anche a me dà l’idea di romanticità, questo legare la nascita agli eventi (“l’anno della siccità”). eppure, ti dirò, a mohamed mancava molto, non saperla, ed è stato bello riscoprire insieme quella ritualità. chissà, forse è il desiderio di vivere la cultura nella quale ti ritrovi immerso.

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