il vento contro del nord

Conoscersi sotto uno di quei cieli, a ridere del fatto che la vostra tenda ipertecnologica imbarcasse acqua da tutte le parti e la nostra, tenuta su con lo sputo, tenesse botta ai cieli, per antonomasia cangianti ed imprevedibili, d’Irlanda; conoscersi sul tavolo di un ostello a due passi dalle Cliffs, travolgenti e al tempo stesso silenziose scogliere, quando alle Cliffs ci si poteva ancora avvicinare all’orlo e, sdraiati, sporgere la testa fuori di qualche centimetro per sentire sul volto l’aria travolgerti, a cercare d’immaginarsi quanto potessero essere grandi le onde qualche centinaio di metri più sotto, ché da lì ti sembravano piccole risacche; conoscersi  davanti ad una birra, insieme  ad un improbabile tedesco a cui chiedemmo un passaggio in autostop, quando ancora l’Irlanda si poteva girare tutta in autostop. Conoscersi in vacanza, e come tutte le volte in cui si conosce qualcuno in vacanza e si sta bene insieme, darsi appuntamento al ritorno. A Milano. Sono passati quasi quattordici anni, amico mio, ed è bello pensare che quelle parole, “rivediamoci”, non siano rimaste sospese come illusorie promesse eterne di adolescenti innamorati.

Piantare un albero, educare un figlio, scrivere un libro”: circola in rete questo pensiero minimalista su impegni di vita ipoteticamente irrinunciabili, attribuito oggi a Bacone, domani a Garcia Lorca, e dopodomani ad un non meglio identificato aforista cinese. Senza voler attribuire a tale icastico precetto maggior significato del mero senso compiuto delle parole che lo compongono, ho memoria dell’unica volta in cui lo sentii, da te, con chiosa a seguire: «Io, per ora, non ho fatto nessuna delle tre cose, ma presto scriverò un libro». E io lo sapevo che, cocciutamente, prima o poi, l’avresti scritto. Cocciuto, anche nel titolo originale, “Come le foglie cocciute“; cocciuto come Selmo – gran nome, hai scelto – e come la sua Milano; cocciute, come le storie di periferia, tra centri sociali, campi di pallone, matrimoni Rom e corse in vespa controvento. Cocciute come la gente del Baraonda, specchio melanconico del Torchiera senz’acqua e delle strade che buie e silenziose si snodano ad est del cimitero maggiore; cocciuta ed ostinata come una salita in montagna in condizioni proibitive, cocciuta come può essere la difficile convivenza con una malattia cronica; cocciute come le quotidiane vite di migranti in una terra inospitale, cocciuto come l’epilogo bastardo di una storia di solitudine che non riesce ad abbandonarti i pensieri. Cocciuto, come il tuo riprendere in mano una storia di studio lasciata indietro anni prima, per poi poterti mettere a scrivere. E cocciuto fino in fondo: oggi, il tuo libro – e che libro, mannaggia! – viene pubblicato.

comelefogliecocciutePeccato, che gli editori raramente contemplino tutto ciò che per l’autore si nasconde dietro alla genesi di un titolo e propongano alternative indubbiamente più spendibili, ma senza la stessa profondità. Alla storia, “Come le foglie cocciute” passerà come “Chiaroscuro milanese” ma, per quanto mi riguarda, custodisco gelosamente il titolo originale, la prima versione stampata e legata con lo spago, la sorpresa nello scorrere avidamente le pagine, la bellezza di esserti compagno di viaggio come lettore curioso ed amico. E mi concedo un piccolo lusso: intitolare questo post con una delle proposte alternative da suggerire all’editore, quella che nella mia testa di tuo già fedele lettore regalava un piccolo incontro tra la cocciutaggine di quella periferia a nord di Milano con il vento ostinato della montagna o, perché no?, delle silenziose e travolgenti scogliere d’Irlanda.

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19 thoughts on “il vento contro del nord

  1. … le Cliffs. pensa che ho beccato una rara giornata in cui non tirava il vento. ed ho trascorso almeno un paio di ore seduta proprio sul loro ciglio osservando un branco di balene che pasteggiavano giù, nell’oceano. ed il libro, da come l’hai presentato merita approfondimento. grazie!

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    • ecco, una cosa forse te la sei persa, e solo per quello varrebbe la pena di tornare: se lì, sul ciglio, con il vento, lanci un oggetto non troppo pesante nel baratro, dopo pochi secondi te lo ritrovi dietro la schiena come per magia, travolto dal vento ascendente. però io mi sono perso le balene, per cui vale la pena che torni anch’io, ecco.

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    • ti capisco perfettamente. è che la fregatura, con gli aerei, è quella: o programmi o le cifre, se si organizza all’ultimo momento – anzi se possibile anche dopo – sono proibitive, improponibili. ogni volta ci sbattiamo la testa… (per la verità, ora è anche peggio: stanno diventando improponibili a prescindere. 😦 sigh.)

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