un ponte per

Mannaggia alla mania delle insopportabili feste e ricorrenze di un giorno. Da un momento all’altro, ti aspetti che compaiano la Giornata Internazionale della Cerniera Lampo, la Giornata Mondiale delle Benzodiazepine al Bisogno, la Giornata Internazionale del Coniglio Domestico. A volte, drammaticamente – ed in linea con le ferrea legge per cui la realtà supera la fantasia – scopri come alcune di queste temutissime entità esistano già, ad esempio quella del coniglio, per l’appunto.
Ho recentemente scoperto che domani, giorno nove del mese di maggio, sarebbe la Giornata Mondiale del Pendolarismo Casa Lavoro in Bicicletta (per i sintetici anglofoni, “Bike-to-Work Day“). Pur praticando e sostenendo strenuamente l’uso della bicicletta per lavoro o per diletto, non voglio portare dati a suffragio di ciò: ci sono ciclo-bloggher che lo fanno da più tempo, meglio, e con indiscutibilmente maggiore efficacia rispetto a me, come ad esempio lei o lui – ubi maior.
Vivo in un contesto territoriale, quello di Milano e del suo intorno, che progetta e costruisce ponti come simbolo dell’architettura e della comunicazione viaria del futuro; ponti stradali, ponti ferroviari, ponti sorretti da campate avvenieristiche, come enormi vele spiegate; ponti su viadotti, o su canali, o su strade o su altri ponti, ponti all’incomunicabilità di quartieri o zone separati da ben altro che barriere ambientali; ponti a due, tre, quattro corsie. Ponti per la velocità della connessione che, ahimè, raramente contemplano piste ciclabili o spazi, anche minimi, dedicati alle due ruote. A Milano, oggi, come in altre città di questo paese, parlare di Giornata Mondiale del Pendolarismo Casa Lavoro in Bicicletta è una sfida, più che una ricorrenza.
Ripeto, non porto dati a sostegno di ciò, mi limito ad una sensazione, ad un invito, ad un piccolo, forse bucolico piuttosto che pragmatico, aspetto dell’andare a lavoro in bicicletta: riscoprire gli odori ed i suoni della città intorno, quelli che un finestrino di un auto o una galleria metropolitana separano, irrimediabilmente distanti. Ce ne sono davvero innumerevoli, non solo quello delle brioches appena sfornate, non solo il vociare della gente davanti ai bar. E poi, vi capitasse d’incontrare un ponte per la via, il non rinuciare a godere di quell’attimo che separa il prologo di una leggera salita dalla leggerezza della strada che scivola in discesa, lambiti dal vento della primavera: un qualcosa di cui solo le due ruote sanno raccontare.

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26 thoughts on “un ponte per

  1. http://perleditoscana.wordpress.com/2009/01/20/101/ponte-sospesomammiano/

    A pochi chilometri da casa mia c’è questo ponte sospeso. Fu costruito per accorciare di tanti chilometri il percorso che molte persone facevano per andare a lavorare in una cartiera che era dall’altra parte. Molti lo percorrevano in bici (allora era perfino in legno 🙂 Se abitassi a Milano anch’io farei come te ma qui c’è un po’ troppa salita 🙂

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  2. Fossi ancora nei pendolari mi sentirei presa per i fondelli da una giornata così. L’assurdità di dover fare chilometri ( per cinque anni ne ho percorsi cento al giorno in una strada sulla quale si potevano fare i 60 all’ora quando andava bene per colpa del traffico e del tipo di strada in sè, non pensata per tale transito ) e chilometri in auto, in treno, in bus per lavorare la capisco poco. Mi spiego meglio: se è perfettamente comprensibile ed inevitabile nel caso in cui un centro di ricerca è posto in una grande città e solo lì, tanto per fare un esempio, diventa poco chiaro il motivo per cui un comune impiegato di banca, di posta, o un insegnante debba transumare ogni mattina pur avendo la sede della stessa impresa poco distante da casa nella quale lavorano persone transumanti a loro volta. A volte non ci si può far niente, a volte la soluzione logistica è bizantina. Dove lavoro uno si fa il suo centinaio di chilometri giornalieri; nel paese in cui sta il luogo del lavoro vive una che percorre gli stessi chilometri per andare a svolgere la stessa funzione in un’azienda che sta nel luogo in cui vive il tipo di prima. Soldi di carburante, vita sprecata – in treno per lo meno si legge o si pisola, in bici si fa sport se vogliamo trovare il lato positivo – e tanta stanchezza evitabile. E’ come l’acqua che producono dove vivo io che si fa 500 km e viene servita sulle tavole del centro e del sud Italia mentre quella imbottigliata in Lazio me la ritrovo in tavola io. A parte lo sproloquio, visti i disagi che affrontano i pendolari veri – per esempio quelli che si fanno tratte sull’autostrada o sulla rete ferroviaria Brescia-Bergamo- Milano ogni giorno – fossi uno di loro, nella giornata a me dedicata me ne starei a casa per prendere fiato.

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    • hai centrato in pieno il “non scritto” che stava dietro a questo post. rosaverde, una cosa di cui sono certo è che a me e a te non ci farebbero mai scrivere una legge sul lavoro, ché con le idee che abbiamo di part-time, vicinanza al luogo e scelte che pensino alla qualità della vita – individuale e collettiva – non saremmo proprio contemplati…

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      • No. Rischieremmo la galera. Eppure guarda che a me lavorare piace: e’ una sfida intellettuale meravigliosa e ho sempre studiato e lavorato tanto. Non mi vanno giu’ le logiche strampalate, le trasferte a tutte le ore per sempre, la ricerca del massimo casino possibile, gli straordinari non pagati, le feste aziendali del siamo una grande squadra, li spreco di intelletto in compiti da scimmia. No, meglio che me le tenga per me queste idee prima che qualcuno me le suoni.

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      • e beh, sottoscrivo in pieno anche questo, ed è bellissimo che tu definisca il lavoro “una sfida intellettuale”, quel qualcosa che per me, in uno dei due ambiti lavorativi che vivo quotidianamente – quello della ricerca – separa la curiosità ed il mettersi in discussione dalla staticità della routine (necessaria, a volte, per carità, ma se posso evitarla… non fa per me, ecco)

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  3. Ieri era la giornata internazionale del vichingo… se lo fossi stato i ponti li avrei passati da sotto 🙂
    Quello che dici sull bici è sacrosanto ma manca la cultura a Milano anche se molto si sta facendo… ma è difficile vista la vastità del territorio e il posto di lavoro non è abbastanza vicino da essere raggiunto dalle due ruote a pedali.
    E sarebbe comunque bello riassaporare i profumi di ciò che ci circonda.

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    • ahahah! prima o poi lo scriverò un post in cui raccolgo tutte le giornate internazionali più assurde, sai? hai ragione, comunque, anche se sono convinto che sia più una questione di mancanza di cultura che di distanze: se sei nella cerchia cittadina, le distanze più grandi da percorrere raramente superano i 7-8 km. in bici, andando con calma, li puoi percorrere nella grande maggioranza dei casi in un tempo ragionevolmente più breve di quanto non ci voglia con la macchina o con i mezzi pubblici (degli scùter non parlo perché mi fanno venire l’orticaria, ma su questo scriverò un post prima o poi :-P). non mi addentro però nel discorso “dati”, per quelli è davvero meglio andare a curiosare in altri blog, tipo i succitati

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  4. io ho due bici in due città diverse e mi muovo in treno, (l’autobus da giovane lo prendevo ora proprio non lo sopporto più) mi lamento del pendolarismo, certo che mi lamento quando si spaccano i treni e mi lasciano nel nulla per ora, però non credo che sarei più capace di chiudermi in una macchina tutte le mattine, mettermi in coda, no. lo spazio del viaggio è uno spazio di libertà, di relazione, di pensiero, di lettura. e questa libertà sono disposta a pagarla un pochino con un tempo più lungo.

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  5. a Torino ci sono moltissime piste ciclabili e puoi girarci gran parte della città peccato solo che c’è un tasso di furto delle bici elevatissimo.
    a noi ne han già rubate 5 in 3 anni! e sono velocissimi, ti basta stare un quarto d’ora in libreria, o il tempo di un film…
    però c’è anche il servizio di biking comunale che è molto comodo.
    purtroppo per ora vi invidio molto…dopo una brutterrima caduta sul coggige non posso ancora pensare di riprendere la mia adorata bici se non per tratti che non siano proprio la commissione di quartiere!

    attendiamo post sulle giornate mondiali più assurde (e che tu e unarosaverde diventiate ministri del lavoro!) 🙂

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    • torino mi piace e mi accoglie sempre di più ogni volta che arrivo da voi, ed il fatto che ci siano parecchie ciclabili salta davvero all’occhio. sui furti, non siamo messi meglio: i milanesi sono soliti dire che “qui, la bici, è in prestito”. personalmente, cerco il più possibile di non sfidare la sorte e affronto le notti in stazione con tre lucchetti larghi quanto un corrimano ottocentesco… nonostante qualche chiletto in più da spostare pedalando: di necessità virtù.
      e naturalmente, benvenuta, gra!

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      • grazie!
        anche la scelta del palo fa la differenza!
        in uno dei furti (il più rapido in effetti e quello dove mi han ciulato la bici più bella…e quindi quello che mi ha fatto tornare sul luogo del delitto con amici e parenti per lasciarci un mazzolino di fiori o nella speranza che per miracolo ricomparisse :D) ci siamo poi accorti che il palo lo si poteva sfilare dal buco per terra. Non ti dico le volte succesive le manovre…metti i lucchetti, sfila il sellino…verifica il palo! (che poi parliamone, vedere una tipa di modeste dimensioni fare certe manovre col palo all’angolo della strada…diciamo che il coccige in un certo senso mi ha salvato, ecco :))

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      • noooo… il palo traditore è da antologia. ma senti, a proposito di pali e bici, già che sei autoctona, mi spiegheresti la bici sospesa ad un palo di piazza castello? si è scoperto l’autore? http://goo.gl/mIWC1 (da farmi pensare che persino l’amministrazione comunale ne abbia riconosciuto il valore “artistico”, se è ancora lì…)

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  6. Leggo il tuo post, i commenti, e mi viene la tristezza.
    Io vivo in un contesto territoriale che progetta e costruisce voragini come simbolo dell’architettura e della non-comunicazione viaria del futuro. 😛
    Ma in realtà facciamo così schifo in tanti altri ambiti che questo è il male minore, purtroppo.

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    • cam, non posso che immaginare la tristezza, e forse la rabbia di fronte a tutto ciò: ripenso al tuo post sulla città della scienza, e credo non abbia senso aggiungere altro. lo so, non ti sono molto di conforto…

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      • No, figurati, mi fa piacere tu abbia ricordato quel post. 🙂 Anzi, scusami per il pizzico di polemica che stona un po’ con il post, poco prima avevo letto degli articoli del Mattino che ora valli a ripescare… Però si potrebbe creare una Giornata Internazionale della parolaccia libera, che ne pensi?

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  7. eccertocheccè! 🙂 guarda, è una cosa strana. L’autore non so se è emerso (magari provo ad informarmi meglio) ma quella bici ha talmente perforato l’immaginario di noi tutti (perchè chi è che non ha dei ricordi legati ad una bici, se non recenti, almeno dell’infanzia) che nessuno permetterebbe di levarla e forse, a nessuno verrebbe proprio in mente di farlo. Nemmeno al solerte Comune!
    Quella istallazione è il monumento alle bici cadute in servizio, l’emblema dell’affetto per le due ruote, il simbolo del legaccio violabile a memento delle bici sparite.
    (e mai riapparse nemmeno a Porta Palazzo, pellegrinaggio del giorno dopo) 😀
    se passi da queste parti permettiti pure di farci un fischio nè!

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    • …e forse l’anonimato dell’autore è proprio ciò che completa quella magia, quel monumento alle bici (che meravigliosa descrizione!): un anonimato che si discosta dall’opera di un grande nome, che crea simboli ed immagini ma, forse, trasmette poca sostanza.

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  8. Ma lo sai che per assurdo quando abitavo nella City potevo andare al lavoro in bici e ora invece, per motivi di distanza chilometrica, non posso più andarci?
    Però.. Milano in bici a certi orari e in certe zone.. un po’ paura faceva.
    Qui invece la trovo fantastica in qualsiasi istante, anche con la zavorrina pesantina.

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  9. Pingback: panem et palmenses | ammennicolidipensiero

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