vintagismi

vintagismi

Il telefono a parete è vintage. Fotografare con la reflex manuale e il rullino B&N è vintage. Gli effetti di Instagram o Picasa, per chi non possieda la reflex manuale e il rullino in B&N, sono vintage. La sciarpa in shantung è vintage. Le biciclette di Rossignoli, a Milano, sono vintage. La pettinatura con lo chignon abbinata al fermacapelli a pettine in legno è vintage. Gli occhiali colorati alla Andy Warhol sono vintage. I gambaletti bianchi al ginocchio e le scarpe col tacco largo sono vintage. Scrivere con la stilografica, rigorosamente tenuta nel taschino della giacca in fustagno nei momenti di inattività, è vintage. Le pubblicità con le ammiccanti pin-up anni ’40 sono, ovviamente, vintage. Fare footing (e non jogging, e non running, prego) con il compact-disc e le cuffiette è vintage. Vintage, vintage, vintage ovunque.

Ecco, pur non negando che alcuni vintagismi mi piacciano, credo d’essere arrivato ad avere un’idiosincrasia (che a volte rischia di diventare molesta) nei confronti dell’ostentazione del vintage. Azzarderei a dire che in certi momenti arrivo a concepirne il senso solamente in relazione all’etimologia, ovvero nel vendange francese evocativo del vino pregiato: al riguardo, nulla da eccepire, anzi. Nutro innanzitutto una perplessità legata al senso che comunemente viene assegnato al sostantivo: il termine, che io sappia, è generalmente rivolto ad oggetti che, pur datati nel design e nella concezione, siano dotati di funzionalità e qualità superiori rispetto ad analoghi odierni (questo, appunto, anche senza voler affrontare la questione estetica). Funzionalità e qualità superiori: forse un po’ pregiudizialmente (lo ammetto), a mio parere sono spesso traditi da quella scritta in carattere corpo quattro “Made in China” sul retro della confezione – o “Made in P.R.C.”, per ingannare chi non mastica acronimi esterofili – a sostituire quello che vent’anni fa era un “Made in Italy”, un “Made in U.S.A.”, un “Made in U.K.”. Ma tant’è.
Supponendo anche di voler trascurare questo aspetto, quello della delocalizzazione della produzione che ha sdoganato l’idea che il valore della manifattura in patria non debba essere un requisito necessario per l’oggetto vintage, la principale causa della mia riflessione è un interrogativo che mi s’è affacciato alla mente: “e il vintage di domani?”
L’elucubrazione è nata da un cartellone pubblicitario visto l’altro ieri nel sottopassaggio della stazione di Padova, su cui era raffigurato uno smartphone grande quanto un orologio, con tanto di cinturino: proprio come se fosse un orologio. Ho scoperto, a posteriori, trattarsi di “smartwatch”. Stupore. Da un lato quelli che viaggiano con l’iPhone con attaccata una cornetta del telefono stile anni sessanta (ridicoli. senza appello). Dall’altro lato, il sempre più piccolo, in barba ad ogni stereotipo di virilità: ve l’immaginate il palestrato di un metro e novanta per ottanta chili di muscoli che con la punta del mignol(in)o cerca di “tappettare” l’icon(cin)a giusta tra le dodici presenti sull’orologio da polso?
Ecco, m’è venuto da pensare con un certo timore a quali, degli oggetti di uso comune della nostra quotidianità, verranno considerati vintage tra venti o trent’anni. Chissà se l’orologio-smarfón sarà vintage. Chissà se andare ad un concerto con il tablet per riprendere le immagini sarà vintage (e questo, confesso, è un piccolo omaggio a questo splendido post). Chissà se l’iPhone sarà vintage, o se lo sarà il MacBook bianco tredici pollici (che, a mio parere, rischia quasi d’esserlo già con vent’anni di anticipo). Il forte sospetto è che la tecnologia attuale sia in qualche modo immune dalla prospettiva di essere “anticata”, per motivi opposti ma ugualmente determinanti: o cade in disgrazia con una rapidità tale da giustificarne l’oblio più rapido possibile, o il marchio è talmente necessario alla continuazione della specie da garantirne il perpetrarsi semplicemente grazie ad un numero di versione teso verso l’infinito (tipo: ne riparleremo se e quando le immagini delle code di fronte agli Apple store invaderanno i social network per l’uscita degli iPhone27). Non mi immagino nostalgici del Blu-ray organizzare serate a tema o promuovere memorabilia sul web, contrariamente a quanto accade ora con i fanatici delle musicassette o dei videogiochi del Commodore64. Belle, improbabili, inevitabili, nostalgie.
Chissà se i DrMartens o le sneakers saranno vintage, chissà. Probabile. Dovesse accadere, potrei negare l’evidenza anche sotto tortura e terrei a precisare quanto sia sottile la differenza che separa noi snob da coloro che si perdono in vintagismi.
Chissà se scrivere un blog sarà vintage. Probabilmente – ma forse lo è già adesso – quel soffio di vendange si respirerà in coloro che, della lingua, continueranno a rifiutare solecismi, anacoluti e sgrammaticature, che continueranno a usare il congiuntivo e la consecutio, che non si nasconderanno dietro a neologismi imperfetti quando il linguaggio imperante sarà lo specchio di quello dell’anno duemilatredici, al tempo in cui il vicepres. del Sen. della Rep. It. parlava degli oranghi.
Quel tempo è ora e, purtroppo, è tutt’altro che vintage.

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35 thoughts on “vintagismi

  1. Il tema proposto è molto interessante ma è difficile valutare cosa è viintage e cosa lo sarà. Io immagino che un cellulare normale, quello con la tastiera che viene usato solo per chiamare o inviare sms, oggi si vintage e non credo che un giovane, cresciuto con il touch, potrà usarlo in futuro: fa figo invece avere una cornetta sip da usare con l’iphone. Soprattutto perchè il futuro è del “voice” che prenderà sopravvento sul “tocco”.
    Chissà, magari fra vent’anni, se avremo ancora un blog, E se scrivendoci saremo considerati “vintage” o “anziani” 🙂

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  2. Perché non ti sei ancora imbattuto nello shabby chic! 🙂
    Io sono quella che sono, non sono né alla moda né vintage.
    Le cose che posseggo, le ho perché mi piacciono, perché mi hanno colpito, perché ci sono affezionata, perché le trovo utili, perché le ho volute per soddisfare un capriccio, perché si.
    E basta con ‘ste etichette! Perché dobbiamo catalogare per forza tutto?
    Perché dare un nome diverso alle cose che abbiamo?
    Penna è penna, che sia antica, alla moda, di plastica, di corno di elefante estinto.. invece no, abbiamo bisogno di dargli una sotto-categoria, forse per giustificare a noi stessi il suo diretto possesso (in fondo ci basterebbe una penna per scrivere, invece ne abbiamo centinaia) o forse per farci notare in questo mondo che tende sempre più ad uniformarci in modo da sembrare tutti uguali, perdendo la nostra identità.
    Sul domani non v’è certezza di ciò che ci rimarrà, ma credo molto poco, abbiamo troppo che usiamo poco e male e che buttiamo con leggerezza per ricomprare in forma ammodernata.
    (il tu del commento è generico, non tu tu, eh!) 🙂

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    • ommammamia, non sapevo che si chiamasse così! ho fatto una ricerca di schabby chic su gugól ed è stato traumatico… 😀
      scherzi a parte, il senso della mia provocazione del mio post sul “che cosa sia vintage e cosa no?” è esattamente quello che scrivi: purtroppo “no logo”, “no etichette”, “no categorie” non sembrano concetti radicati in questa società, anzi. ma ti faccio buona compagnia e, per quanto utopistico, non smetto di sostenerli il più possibile!

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  3. Anche le etichette “Made in PRC” sono vintage. Ora H&M produce magliette “Made in Bangladesh”, “Made in India”, “Made in Marocco”. Gli operai cinesi hanno iniziato a chiedere diritti sul lavoro, non conviene.
    Usare il punto in una frase è vintage. Se scrivi un sms o un messaggio di chat con libro di grammatica alla mano c’è il rischio che qualcuno ti risponda: “Ma sei arrabbiato? È successo qualcosa?”. Anzi, il libro di grammatica diventerà vintage. E sì, pure i blog scritti bene e i libri. Un po’ come i vinili in musica.

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    • secondo me è più vintage il punto e virgola, ché ormai va così di moda la scrittura alla baricco che il “;” è una di quelle antichità che in pochi (che adoro) si ostinano a conservare. ma ho come un deja-vu che questo discorso l’avessimo già fatto, o sbaglio?

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  4. Non so se possa esistere un vintage del futuro… Mi spiego: ciò che viene prodotto oggi ha una esistenza troppo breve per entrare nella nostra vita. Gli oggetti divenuti vintage (e ti do ragione sull’abuso del termine) sono tutti entrati nelle nostre vite per starci molto tempo. Non succedeva, come oggi, che dopo due anni erano sostituiti da un modello nuovo.

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    • sai che è proprio questo l’aspetto che mi incuriosisce? certo, per come siamo già messi male nel nostro paese, se la velocità di cambiamento è inversamente proporzionale alla durante memoria, per il futuro ci resta solo da scavare…

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  5. Tra un po’ gli anni novanta saranno vintage, è la regola del ventennio.
    Già son tornati i croptop, gli smanicati di jeans, i teli mare con le stampe dei delfini, le magliette dei nirvana… Prodi non è tornato in prima pagina proprio qualche mese fa? 😛

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  6. Leggo per la prima volta questo blog e “mi piace” per usare un’espressione che un giorno sarà vintage. La cosa terribile è che ho appena scoperto che quello che per me non rappresenta ancora il presente sia già diventato vintage, quindi io ora come mi catalogo?

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  7. Anche rispetto ed educazione potrebbero diventarlo. O la dignità di un uomo. O l’empatia. A sentir parlare mia madre, ed altri delle precedenti generazioni, ecco, forse già lo sono…

    Amo il tuo modo di scrivere. E, nel duemilatredici, non c’è nulla di più vintage che amare il modo di scrivere di qualcuno.

    Buona serata.

    r.

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      • sottoscrivo r.!!
        perchè condivido pienamente.
        perchè finalmente sono riuscita a leggere sto post che ogni volta che lo aprivo mi interrompeva qualcuno al punto che ci avevo rinunciato tanto era matematico.
        e perchè così c’ho l’ultima parola (e poi mi dis-integro dal post ovviamente) 😀

        a proposito! WP è vintage!!! è BS la nuova frontiera!!! 😛

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