dei delitti e delle piene (carceri)

Ovvero: teorie e storie da galera. Quello che segue è il post (qui nella versione originale) che introduce il nuovo tema settimanale su I discutibili: come recita il titolo, dei delitti e delle piene (carceri). È scritto, come consuetudine dei “duelli” sul tema, a quattro mani: quelle di redpoz (la prima parte) e le mie (la seconda, dopo i tre *), ma con la preziosa collaborazione in qualità di traduttori – in ordine di apparizione – di: quartopianosenzaascensore, graziaballe, francesco vitellini (con l’aggiunta di una imperdibile versione audio), esercizidipensiero.

 

Uno dice: “mandiamoli tutti in carcere“, l’altro aggiunge: “e buttiamo via la chiave“. Passa un terzo e ribatte: “bisognerebbe ammazzarli tutti“.
Questo, in sintesi, l’approccio del cittadino medio alla questione del reo e della sanzione. In poche parole: al mondo del carcere. Un modello che potrebbe benissimo trovare un’adeguata giustificazione giuridica, basti pensare al modello lombrosiano, o alla citata legge dei “tre stikes” (“tre strikes e sei fuori” recita una regola del baseball: in USA si è deciso di applicarla anche al diritto penale, condannando all’ergastolo chi commetta tre reati). Questo, volenti o nolenti, pare essere il modello imperante nella realtà carceraria: servire esclusivamente da isolamento, come spazio per creare un mondo separato nel quale racchiudere gli elementi “antisociali” perché non arrechino danno alle “brave persone” fuori.
Purtroppo o per fortuna, questo modello non è univoco e non mancano altre idee sulla “finalità della pena“.
Tre, in estrema sintesi: retributiva (tanto male hai commesso, tanto male patirai); prevenzione speciale (perché tu reo non delinqua più) e prevenzione generale (colpirne uno per educarne cento). Mentre la terza dev’essere, se non radicalmente abbandonata in virtù del principio personalistico intrinseco nel diritto penale (punire qualcuno solo per ciò che ha commesso, ovvero -kantianamente- non usare l’uomo come mezzo); le prime due svolgono entrambe un ruolo imprescindibile nella commisurazione della pena e devono essere applicante congiuntamente.
Storicamente, nasce prima l’idea retributiva (occhio per occhio), la quale oggi deve essere interpretata solo nel senso di fissare un limite massimo alla pena: occhio, non tutta la testa! Il calcolo esatto va invece rapportato alla finalità preventiva speciale. Questa può esser suddivisa in due approcci: “positivo” e “negativo”. Il secondo è quello della vulgata: chiudetelo dentro e buttate la chiave. Al contrario, il primo vorrebbe essere quello sancito anche nella nostra Costituzione (art. 27 [le pene] “devono tendere alla rieducazione del condannato) di “risocializzazione”,  attraverso l’apprendimendo di alcuni valori di convivenza fondamentali e l’offerta di soluzioni alternative per il fine che intendeva perseguire con il proprio crimine (qui qui due spiegazioni storico-giuridiche).
Quello che quasi nessuno dice e che tutti gli show televisivi (da “Law and order” ai talk show nostrani) occultano dietro casi sconcertanti ed incomprensibili al pubblico comune è che in realtà la maggioranza dei delinquenti arriva a commettere reati perché non trova alternative. E non trova alternative a bisogni primari: piccoli furti; piccolo spaccio… Insomma, una immensa parte dei detenuti se potesse eviterebbe di delinquere.
Perché dunque la pena possa svolgere tale funzione di risocializzazione, occorre innanzitutto che essa sia giusta, ovvero non sproporzionata. A questo servirebbero i criteri di commisurazione previsti dall’art. 133 codice penale.
In secondo luogo, la pena non può essere un “trattamento contrario al senso di umanità” (sempre art. 27 Cost). Questo principio è ripreso anche dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Purtroppo, la pratica è un’altra cosa: la realtà è ben diversa dai principi costituzionali. Mentre quasi ovunque mancano strumenti per rendere attuale il principio di risocializzazione (corsi di formazione, anche professionale -questo, ad esempio- un raro ed eccellente progetto) tutti sappiamo come abbondino proprio quelle condizioni “inumane e degradanti” (la stessa CEDU ha recentemente condannato l’Italia a risarcire dei detenuti proprio per tale motivo) che rendono non solo la possibilità di rieducare i detenuti irrealistica, ma la stessa vita in carcere insopportabile. Chiunque abbia assistito ad una lezione o anche solo ad un convengno o un’assemblea affollata si rende perfettamente conto di come sia impossibile comunicare (quindi educare) in tali contesti.

***

La prima volta che vidi come fosse fatto un carcere, all’interno, probabilmente fu all’inizio degli anni ottanta, in televisione, quando avevo poco più di una manciata d’anni e trasmettevano un film in cui recitava pure Pelé. A quell’età non mi rendevo conto di come la televisione fosse capace di edulcorare la realtà e creare immaginari in grado di far apparire bello anche l’estremamente tragico. Con la stessa abilità con cui Hollywood è riuscita a trasformare la guerra in Vietnam dalla più pesante sconfitta militare statunitense nel ventesimo secolo al più grande successo cinematografico degli anni ottanta, così è stata capace di nascondere al grande pubblico le nefandezze di un sistema carcerario solo apparentemente garantista (nella presunzione d’innocenza), a cominciare dalle discriminazioni nei confronti degli afroamericani per finire con l’illogica procedura del “three strikes out“, indipendentemente dalla gravità del reato commesso.

O voi bellini che entrate và ppe un giorno o po’o di più, mi’a ve l’immaginate le logi’he perverse vàddentro. Badate bene, i cocci ‘un li si fanno mi’a ‘o’ detenuti, i cocci se li fanno tralloro le vardie penitenzarie. ‘arcere ‘hevvai, partiti ‘he te tu ti trovi. ci so’ velli bonini, velli che ai detenuti gli garbano, oppure ci so’ le bestie, e velli ‘un ti lasciano passa’ nulla, deh. Il direttore, alla fine, oh se lo scelgono loro: se a velli ‘un ni piace, te tu stai tranquillo ‘he si dève leva’ di ‘ulo!1

La prima volta che entrai in un carcere fu per insegnare scienze e geografia. L’aula era una cella di una decina scarsa di metri quadri di forma irregolare che, nonostante le dimensioni ridotte, riusciva ugualmente a contenere due file di banchetti scolastici e le sedie ammassate alle spalle dei banchi. Ciò che mi colpì maggiormente non furono tutti i passaggi canonici, che al contrario rispondevano perfettamente alle mie aspettative e ad ogni possibile stereotipo sulla vita in carcere: i controlli e le perquisizioni all’entrata (in confronto un body scanner aeroportuale è meno invadente); la sequenza interminabile di porte, sbarre e telecamere a circuito chiuso; l’odore di detersivo a base di candeggina su una base di umidità persistente; i volti inespressivi delle guardie penitenziarie dietro ai vetri infrangibili; corridoi lunghissimi e celle microscopiche; e così via. No, non fu questo: ciò che mi colpì maggiormente fu una sensazione: quella che ci fosse una regola universale, non scritta, non codificata ma silenziosamente presente, a governare il quotidiano: se non sai, non fare, non dire, non chiedere. A partire dalle piccole cose. Credo sia la prima reazione naturale ed umana di fronte all’esasperazione pragmatica del “maestra, posso andare in bagno?” che ci insegnano alle scuole elementari: per ogni cosa in carcere c’è da chiedere. I bisogni primari, così come un foglio, una penna.

Cerca di capì ch’ te vogl’ dire, che cadd’int o sann tutt che ci stann delle regole, e gguardie, o’ direttore o’ssann buon pure lor. A nat carcerat nun gli’o cchied’ mai c’ha fatt; si o bbuò, t’ho ddice iss. ‘E cuccurun ‘e llor tu ggià o saj ch’ha fatt, pecchè quann’arrivan chelli llà, niscuno ‘o dovrebbe sapè ma o’ssann tutti quanti ch’hann fatt chelli llà. E po’ na cosa è a legge e na cosa è a sustanza e ‘e gguardie o’ssann bbuon pure loro come vann’e ccose. E spesse volte in isolamento ci trase uno che nun c’ha niente a che spartere co sta ggente ccà e che int’e cancell niscun l’ha mai vist o sentit e c’ha nun ha mai fatt nient e malament e ‘o bbuò sapè pecchè? Pecchè c’hanno ritt che ci trasev ch’e gguagliun. Nu pedofil , cuccurun ch’a se mis a fa cose ch’e criature. E chill sta bbuon int’ ll isolamento pecchè int’o carcer c’è na regola e a chill è n’omo muort, pecchè può ffa chill cha bbuò tu, ma ‘e criature nunn’e ppuò tuccà… E poi ossaj comm succere, nun c’è stann muort iint’ o carcere, alla mugliera ‘e dirann che chill nun è stat bbuono o che s’è ammazzat.2

La prima volta che entrai in un carcere non italiano fu a Barcellona, durante un percorso di approfondimento per formatori teatrali sull’utilizzo del teatro all’interno del carcere. Fu la prima volta in cui ebbi la consapevolezza (azzardo, la certezza) che, pur con tutte le diversità esistenti tra i vari sistemi penitenziali nel mondo, un elemento risulta comune ad ognuno: il passaggio (quasi) definitivo da parte del detenuto allo status di oggetto di qualunque forma di relazione o comunicazione, e conseguentemente l’abbandono (in parte coatto, in parte auto-determinato) del ruolo di soggetto. Preciso che questa riflessione non venne indotta dall’osservare un qualche abominevole comportamento da parte di un secondino inasprito dalla vita e dal lavoro, ma quello dei sedicenti psico-form-educatori che ostentavano neanche troppo velatamente il proprio ruolo di redentori e salvatori delle coscienze obnubilate dal senso di colpa per il reato compiuto e dalle condizioni di coercizione a cui la vita li aveva condannati.

 Io ce so finito in galera, perché ho arrischiato, e ce lo sapevo d’arrischià, e m’è andata a buca. Abbitavo a Torino, e per me che ero di ggiù, gli anni che le cose annaveno bene è stata ‘na pacchia. Poi me cacciarono dal lavoro. Inizziai a rubbà, pure a mano armata, ma poi addivenne er giorno che mi beccarono. Prima annai all’ospedale con un proiettile ne la cianca, poi appresso er tribbunale me condannò. E in finale m’è annata pure de lusso, perché quanno sei disperato nun ce pensi che magara stai a fa ‘na cazzata, ma drento me ce potevano sbatte tutta la vita, che è stato quasi un terno all’otto quello d’esse stato sparato.3

La prima volta che capii che i veri antagonisti dei detenuti probabilmente non sono sempre i secondini, o il direttore del carcere, o il magistrato di sorveglianza (o che per lo meno non sono solo loro), fu quando portammo in scena un teatro forum, con attori i detenuti stessi, all’interno di una casa circondariale. Fu un’occasione particolare perché, in prima fila tra il pubblico, era presente anche l’allora sindaco della città, giovane virgulto leghista di seconda generazione ma tutt’altro che di primo pelo per quanto riguarda il saper metter le mani nell’illegalità. Senza entrare nel dettaglio di come funzioni il teatro forum, ciò che emerse dall’evolversi dell’improvvisazione fu che i primi antagonisti di un detenuto sono gli avvocati. I detenuti che parteciparono alla scena misero tutta la loro rabbia, in quelle parole, incuranti della presenza di qualunque autorità e della fazione partitica che rappresentava.

 Ti pari ca a chidu bastardu e figghju i buttana quandu torna a’ casa nci venn’i sensi i curpa? A idu nc’interessanu sulu i sordi nostri, ma non ndi difendìu mancu p’o cazzu. Nudu abbocatu chi ndeppi mi difendìu mai nu cazzu, pecchì idi ti difendinu pè quantu i’ paghi, e tutti cca ti poterrìanu cuntari a stessa storia: chidi d’ufficiu sugnu megghju, pecch’armenu se ti vaci mali t’ncazzi c’a sfortuna, e ambeci jeu m’incazzu cu idu, jeu u vitti a chidu leghista i mmerda chi si ndi torna c’a Mercedes chi si pagau ch’i sordi nostri, e poi n’du menti ntro culu pecchì mancu si presenta o’ processu.4

La prima volta che misi veramente in discussione il senso di quello che stavo facendo, durante i percorsi di teatro insieme a dei detenuti, non fu quando organizzai il primo corso per quelli in regime di articolo 21. In quell’occasione gli interlocutori primari erano l’associazione capofila del progetto e l’assistente sociale della casa circondariale. No, la prima volta fu uno dei corsi successivi, quando l’interlocutore era un ex-detenuto che aveva avviato una cooperativa sociale, con cui si occupava del reinserimento sociale e lavorativo di detenuti in semilibertà o ex. Quell’interlocutore era (è) un brigatista nero che non s’è mai pentito.

Mi so a posto, go saldà i me conti co ea giustisia. Go copà e go pagà e xe giusto cussì. Però queo che go fato o rifaria compagno. Pentirme no, varda. Mi ghe credo ‘ncora desso a tutto queo che go dito e che go fato. Tutto rifaria, tutto. Ma ti, ti credi che quando che i me ga messo dentro, gabia cambià idea? Ti credi che sia cambià calcossa quando che so ‘nda fora da novo? No, no cambia a gente e no cambia e gaere, tutto compagno resta. Ea gaera xe na punision e basta. Na punision anca se quei che la ga inventda pararia che dixesse el contrario. Ea gaera ghe serve a chi che no xe dentro par star in paxe, par star mejo. Cussì quei che xe fora xe in paxe coe so cosciense. Ma fin che ti sta dentro no cambia miga niente.5 

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1 Voi che entrate qua per pochi giorni non potete immaginare le logiche perverse all’interno del carcere. Ma badate bene che la prima guerra non è mica coi detenuti, la prima guerra se la fanno tra di loro le guardie penitenziarie. Ogni carcere che vai, due fazioni che trovi: ci sono quelli “permissivi” e quelli che non lasciano passare nulla. Il direttore, alla fine, lo scelgono loro: se alla fazione che prevale non va bene, salta.

2 Cerca di capire quello che ti voglio dire, che qua dentro tutti sanno che ci sono delle regole, i secondini e i direttori lo sanno benissimo. A un altro carcerato non chiedi mai che cosa ha fatto, se vuole te lo racconta lui. Di alcuni lo sai, perché quando arrivano i mafiosi non lo dovrebbe sapere nessuno ma è il segreto di pulcinella. E poi una cosa è la legge, e una cosa è la prassi, e i secondini anche questo sanno bene. A volte in isolamento ci finisce uno che non è un mafioso e che in carcere non ha fatto nulla, e lo sai perché? Perché gli altri hanno saputo perché era dentro, e c’entrano i bambini. O un pedofilo, o qualcuno che in altro modo gli ha fatto male. E a quello gli conviene finire in isolamento, perché in carcere la regola è quella, e io t’assicuro che a quello prima o poi lo ammazzano, perché di cose nella vita puoi fare tutto ma quello no, in carcere non te lo perdonano. E poi tanto sai come va a finire, che i morti in carcere non esistono, alla famiglia diranno che s’è sentito male oppure che s’è suicidato.

3 Io ci sono finito, in carcere, perché ho rischiato, e lo sapevo che rischiavo, e m’è andata male. Abitavo a Torino, e per me che venivo dal Sud, gli anni in cui le cose andavano bene era una favola. Poi mi licenziarono. Iniziai a fare rapine a mano armata, ma poi arrivò il giorno che mi beccarono. Finii prima all’ospedale, con una pallottola nella gamba, e poi mi condannarono quasi subito. Alla fine è andata bene, perché quando sei disperato e fai la cazzate non ci pensi ma potevo passare dentro tutta la vita, e quasi è stata la mia fortuna che m’avessero sparato.

4 Quel bastardo figlio di puttana quando torna a casa non ce li ha i sensi di colpa, a lui frega solo dei nostri soldi, ma non ci ha mai difeso un cazzo. Nessuno degli avvocati che ho avuto a me ha mai difeso un cazzo, perché loro ti difendono per quanto li paghi, e tutti qua ti potrebbero raccontare la stessa cosa: quelli d’ufficio sono meglio, perché almeno se sei sfortunato t’incazzi con la sorte, e invece io m’incazzo con lui, io l’ho visto quel leghista dimmerda che se ne torna con la sua Mercedes che si paga coi nostri soldi, e poi ce lo mette in culo perché non si presenta nemmeno al processo.

5  Io sono a posto, ho saldato i miei conti con la giustizia. Ho pagato per gli omicidi, ed è giusto che io abbia pagato. Però sappi che non rinnego nulla, non mi pento, io credo ancora a quello che dicevo e che ho fatto. Rifarei tutto da cime a fondo. Credi che il carcere mi abbia fatto cambiare idea? Il carcere è solo un modo che ha la società per fare pace con la propria coscienza, ma le persone mica cambiano. E poi non potranno mai cambiare con un carcere che è, e rimane, punitivo, anche se la legge direbbe il contrario.

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24 thoughts on “dei delitti e delle piene (carceri)

  1. Oh, per il toscano, anche se si capisce, coinvolgimi! Dove vanno Graziaballe e QPSA vado io a prescindere.

    Cazzate a parte innanzitutto chapeau per le tue iniziative.
    Se poi penso che i politici usano questi disgraziati per tutt’altre ragioni … allora si che viene voglia di dre fuoco a tutto.
    Non riaprono carceri apposta, non costruiscono carceri apposta, riducono il turnover del DAP apposta, tagliano i fondi apposta.
    Fanno pagare a dei disgraziati il costo di una precisa strategia: essere non perseguibili.
    Per quanto vogliamo andare avanti?

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    • lascia perdere, guarda. seguiranno a breve (un post di redpoz in particolare) alcune riflessioni sulle questioni sollevate in questi giorni… il giorno in cui qualcuno metterà le mani a una riforma di qualità del sistema penitenziario, sarà sempre troppo tardi.

      (p.s. per il toscano, hai ragione! ho fatto la scelta di forzare un po’ la mano con un misto di vernacoli, non uno puro, ma se hai suggerimenti per migliorare attendo indicazioni più che volentieri. assoldato per il prossimo giro, in ogni caso ;)).

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  2. La prima volta che sono entrata in un carcere avevo poco più di vent’anni e una divisa indosso. Ho passato più tempo a lasciare e riprendere ciò che era mio, prima che ne facessi chissà cosa tra quelle mura, che dentro il carcere stesso.
    La prima volta che ho visto un detenuto ho sperato di allontanarmici il prima possibile perché era sospetto per non mi ricordo bene quale malattia contagiosissima.
    La seconda volta e poi la terza e poi la quarta e poi l’ennesima ho visto il sistema carcere arrivare da me e non andare io da loro. E allora, con calma, ho visto il lato umano del detenuto e il lato assurdo del sistema (tipo un uomo in coma irreversibile piantonato, sai mai che scappi dopo essere stato miracolato).
    La verità è che non so quale sia la risposta giusta, il sistema giusto, il modo giusto di affrontare il mondo del “sei andato contro le regole, non mi importa il perché, ma è giusto che tu paghi”.
    Penso non si debba mai ledere il diritto alla dignità di ogni uomo, indipendentemente da ciò che ha fatto. Sul resto non sono capace di formulare idee, fatico a sostenere il sistema educativo tra le mura domestiche e vivo di dubbi, come potrei giudicare il reato di altri?

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    • trovo un grande senso, umano ed etico, nell’ultimo pensiero che hai scritto (credo sia l’idea più importante che io abbia cercato di comunicare, fra le righe, spero almeno in parte si sia colta): il metro della dignità non serve a giudicare il reato di altri (per la qual cosa alzo le mani come te, impotente ed incapace a farlo), ma mi sembrerebbe splendido ed imprescindibile per dare un senso diverso, rispetto a quello attuale, alla gestione del sistema carcere.

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  3. Io ho aperto una biblioteca in una Casa di lavoro, una vita fa. Praticamente un carcere per recidivi. Quello che ho imparato dagli internati è che il carcere ti insegna e ti da occasione di dinquere. Non è la soluzione giusta, almeno non per tutti

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  4. vedo ke tutti abbiamo un percorso ke ci ha portato a toccare la realtà carceraria. La mia è un tantinello complicata da riferire qui. Posso solo dire ke x quanto ti venga da dire “buttate via la kiave e fatelo marcire qui” quando si parla di qln ke ti ha portato via una persona cara, x futili motivi e colpendo la persona sbagliata, non pentitosi nemmeno, questo non è di nessun aiuto. Preferiresti sempre e cmq qls di più umano. Soprattutto prima del carcere stesso. Ma ci va tanta, tanta e tanta testa.

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