toscanità

L’incipit è una citazione: «[…] se c’è una cosa che ci rende altezzosamente simpatici, insopportabilmente snob e democraticamente uguali, è proprio la nostra visione comune di toscanità. Che è qualcosa che non può essere definito.». L’autore è lui, il post da cui è tratta la citazione è questo, quello in cui racconta di «un (falso) dispaccio di agenzia», che «ha lanciato la notizia che un gruppo di giornalisti canadesi era arrivato a Soci, nel Casentino in provincia di Arezzo, dopo aver confuso Soci con… Sochi.». E insomma, non voglio peccar di spoiling, vi lascio proseguir la lettura sull’originale. Questa è semplicemente la risposta al nostro (brevissimo) carteggio in commento:

carteggio.mrinc

Mr, dammi solo il tempo di un copia-incolla dalla pagina wikipedia su Modigliani, giusto per dare a tutti le informazioni minime necessarie.
«In occasione di una mostra promossa nel 1984 dal Museo progressivo di arte moderna di Livorno […] per il centenario della nascita e dedicata alle sculture di Modigliani, su pressione dei fratelli Vera e Dario Durbè si decise di verificare se la leggenda popolare locale, secondo la quale l’artista avrebbe gettato nel Fosso Reale delle sue sculture fosse vera. Secondo la leggenda infatti nel 1909 Modigliani tornò temporaneamente a Livorno decidendo di scolpire alcune sculture che mostrerà poi presso il Caffè Bardi ad amici artisti, i quali lo avrebbero deriso consigliandogli di gettarle nel fosso. Dragando il canale nei pressi della zona di piazza Cavour, dove si trovava il Caffè Bardi, vennero ritrovate tre sculture rappresentanti tre teste. I critici d’arte si divisero: da una parte Federico Zeri che negò subito l’attribuzione e dall’altra Dario e Vera Durbè, conservatrice dei musei civici livornesi, […] che attribuirono le teste con certezza a Modigliani.
Un mese dopo il ritrovamento un gruppo di quattro studenti universitari livornesi si presentano alla redazione del settimanale Panorama dichiarando la burla e presentando come prova della falsificazione una fotografia che li ritrae nell’atto di scolpire una delle teste, ricevendo, come compenso per lo scoop, dieci milioni di lire. La cosiddetta “testa numero 2” era opera loro, realizzata per burla con banali attrezzi prima di essere gettata nottetempo nel Fosso Reale e come prova mostrarono una fotografia che li ritraeva con la scultura. Di fronte alle perplessità suscitate, tre di loro furono invitati a creare in diretta un nuovo falso, durante uno Speciale TG1, al fine di dimostrare coi fatti la loro capacità di realizzarlo in “così poco tempo” (come riteneva invece impossibile Vera Durbè, […] convinta, almeno apparentemente, dell’originalità delle tre teste). I tre studenti crearono in diretta un nuovo falso davanti a milioni di telespettatori.»

Gran danno d’immagine per la città di Livorno, che in pochi giorni era stata travolta dall’ondata di migliaia di turisti attratti dalle famose teste. Gran danno d’immagine che i livornesi prontamente ed ovviamente attribuirono, in massima parte, alla suddetta Durbè.
Ora, quello che la storia non racconta è ciò che accadde nei giorni successivi allo scoop e alla trasmissione televisiva: non racconta, in sostanza, un perfetto esempio di quella toscanità. Nottetempo, un gruppo di livornesi si recò, munito di secchi di vernice nera, in piazza Repubblica, una “spianata” di – a dir poco – un centinaio di metri di lunghezza per una trentina di larghezza di lastricato grigio su cui si affacciava, se non ricordo male, l’appartamento della suddetta Durbè. La mattina successiva, dalle finestre della critica d’arte, si poteva ammirare per tutta l’estensione della piazza (ripeto, a dir poco un centinaio di metri per trenta di lastricato) il disegno di un gigantesco pene con scritto, al centro del corpo principale: “Dicci, o divina Durbè: questa testa, di chi è?”.
Toscanità. Nient’altro da dire.

Ai tempi, prima metà degli anni ottanta, non esistevano smarfòn, non esisteva instagram, non esistevano tuitter ne feisbùk. Esistevano gli occhi dei (pochi) passanti che poterono ammirare tale spettacolo prima che il pronto intervento dei pulitori compisse celermente il lavoro di rimozione del disegno e della scritta. Tra quegli occhi, quelli di mio zio. E, questo, in fondo, è uno dei ricordi più belli che ho di lui, della sua toscanità, di noi, attorno a un tavolo mai privo di buon vino.

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11 thoughts on “toscanità

  1. Sai che Argan definì uno sfregio della statua “una prova della esuberanza giovanile di modigliani”.
    La risposta di uno dei ragazzi “… In verità m’ era sgusciato il bleckendeker…”

    Momenti epici, dove la gente comune si riappropria del palcoscenico.
    Ah … Livorno merda!!

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  2. ganziale! 🙂
    la cosa della piazza non la sapevo!
    cmq ho letto entrambe i post a Ludo tanto x edurlo sulle genialate dei suoi quarti di sangue e perché capisse questo aspetto goliardico della toscanità che è vero, o ce l hai o non ce l ha, e che è particolare xke sfrutta il momento, l ingegno e la fantasia.
    …ovviamente l ha usata subito come alibi x le bischerate scolastiche! 🙂

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