circolarità

“Cosí Manlio, a vent’anni, entra finalmente in contatto con la «mitica classe operaia». Impatto traumatico, in verità: altre cocenti ingiustizie. L’azienda servizi municipalizzati all’inizio non lo assume; ottiene solo incarichi temporanei attraverso una ditta appaltatrice, con la qualifica di muratore, anche se ripara le linee del filobus. Il rinnovo del contratto dipende dal suo capo, operaio regolarmente assunto alla Asm. «E se chiamano per un guasto all’ora dei pasti, la notte, col maltempo, chi mandano?» Il giovane, l’ultimo arrivato, il non garantito, ovviamente. Vive sotto ricatto, con la paura che il capo lo lasci a casa se prova a ribellarsi. Altro che classe rivoluzionaria. «Mi sembra di vedere una circolarità, sai? Certe forme di sfruttamento sono tornate. Li capisco bene i precari di oggi, ci sono passato, in quel terrore. Accumulavo una rabbia…» Manlio impara subito che ogni gerarchia, anche quella tra operai, esprime un potere, e ogni potere, anche piccolo, comporta la tentazione di abusarne. L’operaio vi è esposto quanto il padrone, e le ristrettezze materiali solleticano i peggiori istinti. La solidarietà, insomma, è qualcosa che s’impara.”

Benedetta Tobagi, “Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita
Einaudi, 2013.

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11 thoughts on “circolarità

  1. dallo scritto di Tobagi ci vedo due “motivazioni”:
    – il capo ha subito la gavetta e quando ha potuto ha riservato all’ultimo il nuovo potere ricevuto
    – il capo non è mai stato un sottoposto e quindi è un “privilegiato” e pensa che così facendo le cose andranno bene o, peggio ancora, pensa di meritare il potere e ne abusa

    Dove porta questo? Una volta alla rivoluzione delle ultime classi ma i tempi mi sembrano cambiati e ormai si lavora da soli e quindi si subisce finchè non si scoppia (sperando di trovare solidarietà in qualcuno)

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    • mah, sulle cause, non saprei dirti: ne vedo tante possibili, non ultima quella di un meccanismo gerarchico di pesci grandi che per sopravvivenza mangiano pesci piccoli, che a loro volta per lo stesso motivo mangiano pesci più piccoli.
      trovo però molto molto interessante la seconda riflessione: oggi si lavora da soli. è vero, lo respiro ogni giorno nel posto in cui lavoro e lo vedo in tante, tante, tantissime realtà.

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  2. Temi davvero profondi… Potere e solidarietà sono entrambi in noi. È la storia indiana dei due lupi: quale vincerà? Quello a cui avremo dato da mangiare… Ecco, riconoscere le nostre ombre di potere e scegliere di coltivare la solidarietà è un compito per ciascuno di noi…
    Ciao!
    Chiara

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    • non conoscevo la storia dei due lupi, ho cercato in rete. non so, non so davvero se riesco ad adattarla al concetto di “potere” che ho nella testa. da anni faccio corsi ai ragazzi e agli adulti cercando di riabilitare il senso della parola potere, adesso va molto di moda la distinzione tra “power” ed “empowerment” di cui l’italiano manca in traduzione diretta, ma alla fine mi dico: ma quanto non è edulcorare la pillola? quanto non è un nostro bisogno di trovare un contraltare razionale ad un istinto animale dettato dalla selezione naturale, di prevalenza del forte sul debole? mi ritrovo davvero tanto in quella sfumatura, “ogni potere, anche piccolo, comporta la tentazione di abusarne”…

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      • Io credo che, come per qualunque aspetto umano, non esista il tutto luce o il tutto ombra. Conosco bene il concetto di empowerment, ed è importante essere consapevoli delle proprie forze e usarle. Ma è molto vero che ogni piccolo potere comporta la tentazione di abusarne, e qui comincia la responsabilità umana, la scelta etica di non farlo. Il potere è parte di noi, è istinto biologico, ma siamo anche dotati di neocorteccia, in grado di controllare, gestire in parte gli istinti. Dar da mangiare al lupo consapevole e non nutrire l’immediatezza pulsionale negativa.
        Sono questioni che richiederebbero piu di un commento, ma spero di essere stata più chiara…

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      • chiarissima, ma per altro, appunto, il cercare di proporre quella chiave di lettura, quella consapevolezza, è proprio quello su cui io stesso mi adopero. è faticoso, spesso mi chiedo davvero quanto sia talmente radicata quell’ombra che, per quanto si nutra il resto, rimane in ogni caso ipertrofica.
        ecco, diciamo che non faccio più affidamento di tanto alla corteccia cerebrale, che se da un alto presiede alle funzioni superiori dall’altro è anche la base su cui le psicosi di ogni tipo trovano, ehm… una gran quantità di concime genetico, per usare un eufemismo… 😉

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  3. P.S. Dico meglio: cercare di non nutrire l’ombra del potere, prima di tutto riconoscendola dentro di sé, quando si presenta, e nutrire la parte buona del potere, la forza, l’empowerment… Il che richiede capacità di ascolto di sé e onestà con se stessi… Non raccontarsela…

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