gaza rhapsodhy

Di questi tempi, su i discutibili, si parla di paure.

Le mie paure sono (stati) attimi. Attimi di grande intensità emotiva, attimi di terrore, attimi di angoscia; ma, appunto, attimi. Attimi, forse anche giorni, e ricordi anche nitidi; ma, per grande fortuna, davvero pochi. Sparsi.

La suola di para delle polacchine che scivola sul pedale della bici, il mento sul cofano della macchina, l’atterraggio di schiena di fronte all’altra vettura che inchioda. Oddio, muovo le gambe? Sì, le muovo. Il volto preoccupato ed una frase inopportuna di una dottoressa durante un’ecografia, mentre ero steso sul lettino. Il piede di una compagna di escursione che perde l’appoggio, l’equilibrio che se ne va, il suo corpo che vola per decine di metri lungo la parete del crepaccio, noi che osserviamo, in silenzio, l’affondo ovattato e salvifico nell’unico panettone di neve che avrebbe potuto frenare la caduta. Qualche incubo (ma spesso conseguenza di inopportune libagioni). Le sagome nere sopra la testa che bucano il fumo dei lacrimogeni, in corso Italia, a Genova, nel luglio 2001. La diretta di Radiopopolare alla sera ed alla mattina dopo dalla Diaz, fino alla telefonata rassicurante dei nostri amici: eravamo appena usciti. Una sensazione di insicurezza appiccicata addosso per giorni.

Ecco, se ripenso a quest’ultima, se ripenso a quanto una sola giornata – pochi attimi, in fondo – possano segnare tanto a lungo, rimango con l’interrogativo irrisolto di quanto possa essere segnato un bambino, un ragazzo che ha vissuto – o vive – quella sensazione, quotidianamente, per anni, in contesti di guerra. Da qualche anno la ricerca sta inziando ad occuparsene, da qualche anno ci si sta iniziando a chiedere se esista, giusto per fare un esempio, una relazione tra l’incontinenza urinaria notturna, o i disturbi di attenzione, e la paura di ritrovarsi sotto ad un pioggia di missili o soffocati da pareti che crollano sul proprio letto. Se cerco dei tentativi di risposta, forse ne trovo alcuni qui, grazie a ricercatori per cui l’orizzonte di studio non sono solo nuove molecole o nuovi farmaci.

Ma no, di quella paura, non riuscirò mai a farmene una ragione.

ikea.fear

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9 thoughts on “gaza rhapsodhy

  1. o di chi cammina e sa, lo sa con certezza atrocemente matematica, che un passo in avanti, o di lato, potrebbe essere una esplosione in alto. che potrebbe toccare a lui. come testa o croce, oggi croce, salti tu.

    a questa còsa pensai anni fa durante un giro in macchina in croazia.
    noi, almeno io, pensavamo a come e quanto ci voglia per bonificare dalle mine anti-uomo, così da poterci fidare dei siti “viaggiare sicuri”. e per un attimo ho avuto paura.

    ecco, la paura della paura (che tu chiami attimi di paura, aver paura per un attimo della paura e del dolore, mi permetto di aggiungere), è una còsa che accomuna e ci rende profondamente e indistintamente tutti umani e vicini.
    in ogni parte del mondo.

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    • sai che ho provato la medesima sensazione, per le strade della bosnia, anni fa?
      sì, è la mia stessa impressione, che sia un qualcosa che rende davvero tutti profondamente e indistintamente umani e vicini.
      grazie della bella riflessione.

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  2. E peró ci sono paure anche qui. Paura di tornare a casa e trovare un padre ubriaco, una botta, un giudizio deluso negli occhi di qualcuno di caro. Si puó vivere nella paura anche adesso, anche qui. Purtroppo.

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    • anche di quelle non mi faccio una ragione. grande tristezza.
      non ho esteso solo perché il post era nato da un riflessione sul ptsd. come dicevo a edp sui discutibili, a me sembra assurdo che se tu ne parli in giro ti rispondono: “ah sì, quello che colpisce i militari che tornano”. c’è qualcosa che non va, è un mondo a testa in giù, per diamine.

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  3. condivido la riflessione che la paura sia una sorta di “livella” in vita, un po come la morte nella poesia di Totò.
    E forse quando siamo intolleranti verso gli altri dovremmo fermarci a pensare quali paure o dolori si portano dietro, sapendo bene che anche noi trasciniamo le nostre.

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  4. Per quella che è la mia piccola ma incisiva esperienza posso dire che la paura è un ottimo deterrente che abbatte i rischi.
    Quando invece è tardi e non c’è più rischio ma certezza del problema non hai più paura ma sei già proiettato in avanti per capire come risolvere, se possibile, oppure adattarti alla condizione sopravvenuta.
    Morale: se hai paura ascoltala. C’è ancora margine.
    Bello il post e bella l’idea di FEAR/IKEA.

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    • effettivamente la paura come deterrente per i rischi ha un suo perché, nel caso in cui tu sia soggetto “attivo”. mi chiedo se sia valido quando non hai voce in capitolo, ma forse in questo rientra la tua seconda parte: come scappare 😉
      grazie per l’apprezzamento all’immagine, l’idea è solo parzialmente originale ma comunque sono abbastanza fiero della realizzazione! (scusa il ritardo nella risposta, sono via e poco connesso)

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