metodi

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All’occorrenza, sostituire “students” con “researchers”.

P.S. perdonerete, so che questa immagine sulla sezione “metodi” di un paper scientifico è per addetti ai lavori e vagamente nerd, ma l’ironia odierna si spreca. Per dire: ho appena saputo che all’ordine dei medici non accettano come “valida”, come veramente-veramente certificata, la “postacertificat@” offerta dal portale del Governo Italiano, in quanto (ho dedotto) destinata quest’ultima all’uso esclusivo di comunicazioni tra cittadino e Pubblica amministrazione (non inclusi, ovviamente, gli ordini professionali). Ça va sans dire. Quando di sparare sulla burocrazia italiana non ne vorresti mai avere abbastanza.

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36 thoughts on “metodi

    • mah, da quello che ho intuito (ma è una mia deduzione, eh, perché non è che all’ordine abbiano fornito particolari delucidazioni) postacertificata.gov.it è gratuita e la puoi usare solo per le comunicazioni con enti pubblici (comuni, province, regioni, università, scuole). p.s. ma tu se non sbaglio risulti, su ini-pec (il registro nazionale dei professionisti) mi sa che ci sei.

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      • Ah non sapevo che ci fosse una pec del governo, noi la nostra c’è la da l’ordine pellegrino ma credo che la paghi. Figo, risulto in un elenco di professionisti e non lo so, da molto tono, moltissimo chic.

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        • ma infatti, credo si paghino tutti o quasi i servizi pec fuorché quello appunto postacertificat@. ho dato un’occhiata adesso e quasi tutti offrono paccehtti con un sacco di roba, comprese firme digitali e altre eventuali. certo che girano parecchio gli zebedei che il servizio statale funzioni a metà, eh…

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  1. Fa piangere. Ma fa piangere anche perché – almeno nel mio letterato campo – non c’è uno, uno solo dei fottuti precari italiani che provi a ragionare in termini marxiano-economicisti, e dunque si comporti, di fronte alla prospettiva del contrattino gratuito, non come dovrebbe (opponendo un sobrio rifiuto e motivando un sovrano disprezzo), ma con la bava alla bocca e la lingua a dire grazie tutta la vita.

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    • touché. hai centrato in pieno la questione. ma non solo sulla gratuità, aggiungo: nel mio lab (che ho potuto constatare già più volte essere in piccolo un campione rappresentativo della nostra società) vedo colleghi (anzi, sarebbe più giusto dire colleghe) che fanno fatica a far rispettare dei minimi diritti che un contratto precario non prevede se non facendoli valere; ne discutiamo regolarmente, mi fa una rabbia che non hai idea, ne discutevamo anche oggi per l’ennesima volta in pausa pranzo. un esempio: non sono previste ferie? non si prendono, per paura che il capo possa rivalersi. ma non esiste! tizio fa part-time? non è giusto, è un privilegiato perché gli altri sono lì a lavorare per lui. eh?!?
      anziché lottare per un diritto, ci si spalma. la mia impressione è che sia stata progressivamente tolta la capacità di essere collettività lavorativa: prima ci si univa, ormai ci si è abituati troppo a pensare come singoli, a lavorare “da soli”.

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  2. Assolutamente d’accordo. Da noi si vede in maniera più capillare, non essendoci un laboratorio di raccolta, ma il principio è lo stesso. Io sono insegnante di ruolo a scuola da quasi quindici anni, oramai, durante i quali mi sono presa delle pause (pagate, bene), come congedi, all’università. Poi dal 2006 sono rientrata a scuola in part-time perché avevo un contratto di collaborazione con l’Università (abbastanza ben pagato: 6000 euro). Finché il contratto è stato pagato, e io rientravo dalle spese e ci guadagnavo qualcosa, ho mantenuto il part-time. Poi ci sono stati i tagli-Gelmini, e mi hanno offerto di rimanere a fare il lavoro gratis, per il “prestigio”. Ho sorriso, ho ringraziato, e me ne sono andata. Non sono stata capita. Perché per il mondo universitario era ovvio che dovessi sentirmi onorata. Ora collaboro con l’università solo per quanto riguarda la partecipazione a convegni (se rimborsata) e continuo il lavoro di ricerca in network internazionali. Ma sono considerata una mosca bianca, bianchissima. Ancora un altro esempio: ho rinunciato per due volte alla richiesta di fare un secondo dottorato, con motivazione: “Sono un dipendente pubblico che ha compito di collaborazione alla dirigenza della mia scuola, un dipendente della pubblica amministrazione non torna indietro, non si stariffa”. Ancora una volta, mi hanno capito in tre.
    Il potere gioca la sua partita, ma chi lo subisce dovrebbe forse avere una percezione diversa sia di sé, sia della presunta aura dell’università.

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    • perdona il ritardo nella risposta, sono via in questi giorni e poco connesso. credo tu non potessi spiegare meglio quanto abbiamo perso la capacità – e la bellezza – di saper rifiutare per una questione di dignità. grazie, davvero.

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