tablet e no

Pensieri sparsi su neoluddismo e apprendimento, riflessioni nate da alcuni spunti di questi recenti giorni – che qui riporto in ordine sparso.

Qualche giorno fa, casa di amici. Riflettiamo sul fatto microwaveche – perlomeno in Italia – le cucine contemporanee o, piuttosto, gli uomini e donne che oggi le frequentano si dividono in “microonde e no” (breve inciso: come dissi un giorno a intesomale, onore e gloria a Vittorini per quella piccola licenza sintattica che ha segnato una lingua). Io appartengo decisamente alla seconda categoria: appartengo a quelli che, quando entrano in una cucina, anche dovesse esserci un microonde, per scaldare l’acqua per il tè accendono il fornello. A volte mi chiedo se non sia una deformazione professionale: chi nasce come ricercatore su un bancone mostra spesso una spiccata propensione alla cucina, all’incastrare tempi e ricette, cercare alchimie fatte di attese, passaggi lenti e delicatezza, che mal si sposa (lo accetta, ci convive, ma non è amore) con lo strumento iper-tecnologico modello self-made-man meneghino “ghe pensi mi a tüt“.

Ieri. Leggo questa notizia (che trovate per esteso qui): sembrerebbe, secondo una ricerca condotta al Cohen Children’s Medical Center di New York, che i dispositivi con touchscreen, se usati in età precoce, provochino ritardi nel linguaggio e una scarsa conoscenza della lingua. Tutti, compresi i cosiddetti “giochi educativi”. Prenderei con le pinze lo studio, condotto su una sessantina di famiglie, perché mi sembra di capire che sia preliminare e non ho ancora trovato in rete la pubblicazione associata per verificarne personalmente i contenuti. Diciamo che non mi sembra un’idea così campata per aria, ecco (in ogni caso, sarei curioso di sapere cosa avrà pensato il comitato etico che pose la firma sull’autorizzazione a somministrare fino a quattro ore/die un tablet ad un bimbo di undici mesi).

E arriviamo a oggi.  Questa mattina saluto come di consueto S., ragazzo nigeriano che incontro regolarmente alla stazione di Cadorna all’arrivo a Milano e con cui spesso scambio piacevolmente due chiacchiere. Le nostre conversazioni sono spesso un misto di italiano ed inglese; un’ambiguità su una parola detta oggi ha aperto una breve e piacevole conversazione sul pidgin nigeriano e sul quasi diritto acquisito d’esser considerato lingua creola (parentesi: ve l’ho mai detto che adoro le lingue creole? la loro musicalità, la loro bastardaggine, l’idea di intreccio di storie di mondo che portano con sé? e adirla tutta: avete fatto mai caso che anche googletranslate ha di recente introdotto il creolo haitiano?). Mi dice, S.: in Nigeria ci sono tre lingue nazionali, e poi io parlo l’edo, quella della regione di Benin City. Ma tutti conoscono il pidgin. Rifletto, tra me e me, a quanto poco tempo passiamo a conoscere anche solo la nostra lingua, le sue millemila sfumature di bellezza (e non di grigio).

Oggi, seconda parte: leggo alcune mail ricevute. Tra le newsletter, trovo questa notizia: in Africa (o  meglio, a macchia di leopardo in alcune zone africane, come riporta l’articolo) si passa «dalla lavagnetta a gesso al tablet». In Rwanda, la holding di Zuckerberg e una nota società di produzione di smartcosi collaborano con il governo per il progetto “SocialEDU”, che prevede «l’accesso libero ad un’esperienza di educazione collettiva online attraverso l’utilizzo di smartphone “low cost” come riporta la rivista di Medici con l’Africa Cuamm». Rilfetto, tra me e me: bella, l’idea, ma non è che per caso il passino sarà un pochetto più lunghiccio della zampetta, in contesti nei quali la principale necessità sarebbe arrivare a una diffusione capillare e completa dell’educazione quanto meno primaria?

Infine: sempre oggi, sempre tra le mail, trovo questo post. Ecco, non so bene con quale filo concettuale io abbia legato tra loro questi pensieri sparsi, ma ho deciso democraticamente con me stesso di prendere il bellissimo post di Tiasmo come risposta a tutte le precedenti riflessioni.

P.S. per concludere, una postilla: un doveroso ringraziamento a solounoscoglio, che cito per questo post (e così ne approfitto per diffondere #BringBackOurGirls e questo blog) e, soprattutto,  come promesso, per questo commento, che mi ha provocato incontenibile lacrimazione da risata compulsiva e che qui con piacere riporto: «ah, una domanda che volevo farti da tanto: ma una volta eri anche ATP?».

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24 thoughts on “tablet e no

  1. Tra i regali di nozze ci pervenne un microonde. Fighissimo. Bellissimo. Lo riciclai. Come regalo di nozze (of course). Mi sono piegata a tutto. A ciò che mi piaceva, e a ciò che mi piaceva meno assai. Ho mandato mail col tablet, mentre parlavo allo smartphone. Mi sono sentita idiota, non connessa col mondo. Ma il microonde, quello mai. Il forno. elettrico, a gas, come sia. E il tablet a 11 mesi, è roba da assistenti sociali. Non da ricerca. E il post di tiasmo, da stasera, finisce sul frigo.

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    • l’ho già stampato pure io. è un capolavoro. e un plauso al riciclo del microonde di nozze in nozze (piccolo aneddoto: a noi regalarono un fornetto che si chiamava tipo pizza-party. una roba inutile e inguardabile. lo misi in vendita su ebay senza, ovviamente, averlo mai aperto. mi toccò pagare l’elettricista all’acquirente perché il fornetto, difettoso nella resistenza, gli fece saltare l’impianto elettrico. argh)

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    • no, beh, in realtà era in media 11 mesi. per dirla tutta, lo studio ha preso in esame 65 coppie, i cui figli hanno avuto un primo contatto con uno smartcoso o tablet in media a 11 mesi e per 17,5 minuti al giorno, con punte di 4 ore. dicono che le attività principali (?!?) per i bimbi erano guardare show educativi (30%), usare app educazionali (26%), premere a caso lo schermo (28%) e fare giochi “non educativi” (14%). insomma, qualche riserva su come sia stata fatta la valutazione mi sembra doverosa, ecco…

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  2. Il micro-onde per me è un quasi no: Mrs. Mifflin me ne ha lasciato il loro vecchio, e l’ho preso. Nei fatti lo uso per una sola cosa: scaldare la tazza del tè quando me ne faccio un pitale di inverno e lo bevo per tutto il pomeriggio e riscaldarlo al micro-onde è meglio che ribollirlo. Per il resto, quando traslocai nella nuova casa, a maggio, lo attaccai ai primi freddi (e tè), a ottobre, per dire.
    Il tablet a scuola è una figata, però. (Parlo di superiori).

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  3. tiasmo è un mito…
    anche a casa nostra il microonde non ci entrerà nemmeno se regalato 🙂
    ehhmmm un tablet alle 35enni sfigate invece di darlo ai lattanti no???

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  4. Io sono una pro microonde, ti abbasso il livello dei lettori?
    E’ che quando lavoravo 12 ore al giorno mi era piuttosto utile: se torni a casa alle 21 non puoi aspettare che il forno si scaldi prima che, a sua volta, scaldi la cibaria della cena.
    In generale sono pro qualsiasi tecnologia. Ritengo che la tecnologia sia solo un mezzo e che il problema nasca solo da chi utilizza il mezzo a cazzo di cane.

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    • no, no, ti capisco benissimo!
      ma ti dirò di più: io non credo di essere veramente neoluddista, la tecnologia mi affascina, mi affascina vederla, mi affascinano le potenzialità. per tante cose so perfettamente che la ragione per cui, oltre che nelle biciclette, non affondo le mani nella tecnologia è prettamente di natura economica.

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  5. ahahaha ma lei è quello dell’apt?
    Comunque io sono pro microonde cari miei -ricordiamoci che vivo fronte marghera quindi esente discorsi sul rischio di malattie- però al mattino un minuto e cinquanta ed è pronto il the. Anche un minuto e venti quando fa caldo. Poi per il resto è soltanto forno normale ma per scaldare, insomma.

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      • Credo che si sono impazziti. Che ieri ho visto al bar una famiglia seduta a un tavolo, senza parlare ognuno fissi sui propri mezzi di incomunicazione. Che l’altra sera sono stato al ristorante e una coppia giocava a mostrarsi le foto sui tablet. Che c’è la figlia di cinque anni di una mia amica che quando apre un giornale striscia col dito invece di sfogliare. Che il figlio dodicenne di un mio collega si dà appuntamenti con gli amichetti sulla playstation. Che è tutto finito, l’umanità, nel senso letterale del termine si è conclusa, che stiamo entrando in un’altra epoca fatta di antimateria e anticervello, e che se il primo partito italiano si affida a un guru che si augura la dittatura di internet, allora io mi dissocio dalla mia epoca. E che più in generale mi fanno paura. Anzi senso. Uscite più spesso a guardare la luna.

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  6. qualche volta penso al tamagochi. non ricordo se si scriva così. lo aveva una mia amichetta. i miei non me lo comprarono. e mi parve, allora, un’ingiustizia, vietarmi un tamagochi.
    quando la mia amichetta mi prestò il suo – forse era già stufa – venne a noia anche a me.

    c’era, certamente, un’idea di cura, almeno nell’intenzione.
    ma non c’era alcuna interazione analogica (toccare, osservarsi, parlarsi, sentirsi).

    in effetti, se ci penso, l’interazione si è in un certo modo indifferenziata.
    anche negli adulti.
    laddove per raccolta differenziata intendo un modo di comunicare e cercarsi e confrontarsi di fisicità infungibile.
    anche invitare qualcuno a bere un caffè guardandolo negli occhi, magari con un pò d’imbarazzo, e aspettarne la risposta, senza usare feisbuc, o altri mezzi del genere, è un gesto quasi arcaico.

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    • sì ricordo molto bene il tamagochi. adesso mi hanno fatto vedere che ne esiste una app, versione analoga ma per smartcosi. me l’hanno mostrata dei colleghi quasi quarantenni che ci giocano quotidianamente. 😯
      questo per dire che sono fermamente convinto che i giochi dei bimbi siano, da sempre, specchio dei “giochi” degli adulti.
      non so se esista, ma mi piacerebbe il “neoluddismo del buon senso”: se per invitare il tuo collega, seduto a fianco, a bere un caffè, gli mandi un messaggio su feisbùk, è giusto che tu sia destinato all’estinzione per selezione naturale, molto semplicemente. troppo radicale?

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  7. io per dire mi sentirei una donna compresa.
    quindi mh bòh forse radicale, può essere, però io, secondo me, ci starei a mio agio con il neoluddismo del buon senso. ammennicoli, ha però un titolo questo neoluddismo troppo timido, chè pare quasi conciliativo.
    depista un pò.

    potremmo trovarne un altro, che dici.

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    • sai, coi titoli ho un rapporto strano. capita che io scriva un post con un titolo che rimane lì per tutto il tempo della scrittura, e poi all’ultimo secondo c’è qualcosa che mi dice “no, non è quello”. questo è stato una di quelle situazioni, in cui all’ultimo momento il post si è conciliato con “uomini e no” di vittorini, ho scritto “microonde e no” ma la musicalità non mi convinceva fino in fondo. e forse alla fine quella timidezza, quell’essere conciliativo, è davvero quello che mi rappresenta: come scrivevo nel commento a tilla, non sono neoluddista fino in fondo, non posso dire di non esserlo almeno un pochino.

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      • vittorini lo portai all esame di maturità, ci buttai dentro al neorealismo, anche la polemica vittorini togliatti e pure gramsci. Lessi un bellissimo libro di asor rosa tra l altro di critica al neorealismo. Scrittori e popolo.

        non so come mi venne in mente, in fondo era una demente diciottenne, e boh, alla fine di letteratura c era ben poco.

        mh, m era tornato in mente.

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ammennicoli di commento

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