ma quella fede che ci accompagna

O dei grandi passaggi al compimento della maggiore età.

Ieri pomeriggio sono andato a ritirare in Comune la nomina a presidente di seggio elettorale; l’ennesima, fatto salvo un recente periodo di due o tre anni di pausa. Non so se nostalgia sia il termine appropriato per le riflessioni che hanno accompagnato la chiacchierata con l’impiegato comunale, certamente la mia mente non ha lesinato in confronti con il passato. Spiego.

Il raggiungimento dei diciott’anni è collettivamente riconosciuto come il momento di passaggio all’età adulta: la fine delle scuole superiori per chi le fa, la patente, il diritto di voto, nessuna limitazione legale al consumo di alcol,  bye-bye adolescenza. Nella mia famiglia d’origine e in buona parte del circuito parentale ad essa collegato, però, quel momento portava con sé anche un’aspettativa particolare, sempre in relazione alla questione elettorale: sia per mia sorella, prima, sia per me, dopo, i diciotto erano l’età in cui finalmente avremmo potuto partecipare attivamente come segretari di seggio elettorale per il nostro babbo. Non era una questione economica di arrotondamenti, come nel caso di lavoretti occasionali (il faceto sed scarseggiat semper a completamento di pecunia non olet potrebbe tranquillamente essere nato in un seggi elettorali).
No, niente vil denaro: era davvero una conquista. Era un privilegio. Era poter conoscere nel profondo il meccanismo elettorale, erano racconti di nottate a scrutinare, erano le goliardiche sfide all’ultimo secondo per “chi chiude prima la busta numero 7-bis e 7-ter da inserire nella 7” (e alzi la mano chi non ha sbagliato almeno una volta e dovuto riaprire tutte le buste perché nella 7-quater, ormai dentro alla 7-bis, ormai dentro alla 7, mancava il foglio volante dell’estratto del verbale anche detto «ohccazzo-ma-non-l’avevi-messo-dentro-tu?!?»), erano la monetina lanciata in aria per decidere a chi toccava il voto dei militari in servizio alla sezione elettorale – e le schede in più da vidimare, e le enne pagine in più da compilare, e i conti da tenere d’occhio per quel “più due” che il voto delle divise comportava.
Era l’immancabile insalata di riso preparata da nostra madre durante il turno di pausa pranzo ed erano, alla sera, il panino con il prosciutto o la pizza nella mano destra e la scheda con la matita copiativa per l’elettore/elettrice nella mano sinistra («mi scusi, sa, ma poi, sa com’è, fino a stanotte…»). Era la pizza il giorno dopo con gli altri componenti del seggio, a volte di tutti quelli dell’intera sezione, specchio di due giorni vissuti davvero intensamente. Erano gli odori, inconfondibili, dell’inchiostro dei timbri e delle schede elettorali che, dopo quattro ore di tump-tap-tump-tap-tump-tap (rispettivamente, il tonfo sordo del timbro sul tampone e quello acuto sulla scheda appoggiata sul tavolo rigorosamente in fòrmica post-bellica), ti permeavano anche l’anima, oltre che le narici.
Era consapevolezza. Era un percorso, era formarsi alla vita politica; era entusiasmo, era partecipazione. Credo di essere appartenuto ad una delle ultime generazioni alle quali i genitori hanno – collettivamente, non individualmente – trasmesso questo. Sottolineo, non fosse chiaro, che in questa riflessione i partiti non entrano neanche di striscio: niente confronti (ormai ampiamente abusati) tra attualità (indubbiamente triste, eh) e passato, niente riferimenti a compromessistorici-pentapartiti-tangentitime-ahquandoc’eraTizio-ahquandoc’eraCaio. Niente di tutto questo: solamente, la sensazione che quel percorso di vita, quel giorno ai seggi, facesse parte della crescita, del diventare adulti, della propria coscienza civica. È, ora, la mia sensazione quella di una coscienza civica anestetizzata al pari di quella politica.
Non so se sia o meno frequente, ma ho apprezzato la scelta del Comune in cui abitiamo di nominare, come scrutatori, solo ragazzi al di sotto dei venticinque anni ed alla prima esperienza («per dare continuità, per non far morire una cosa importante», dice l’impiegato comunale – che ben conosco e parecchio stimo – di una generazione avanti alla mia). Che bello. Sarà per me e per gli altri presidenti di seggio più faticoso, certo, ma posso garantire, in ogni caso, che sia assolutamente preferibile spiegare il perché di un regolamento elettorale apparentemente farraginoso e macchinoso – ma con quante più garanzie possibili di limpidezza potessero esser partorite allora da anime antifasciste – ad un ventenne, che non cercare di convincere di un errore un rincoglionito settantenne (ex)democristiano convinto di possedere la Verità sulla scheda elettorale per aver fatto lo scrutatore una volta nell’82.
La disaffezione e la disillusione, invece – e questa volta sì che c’entrano i partiti (o quel che ne è rimasto) – fanno sì che, personalmente, mi peserà non poco il 25 maggio andare ai seggi ad assolvere l’obbligo della nomina: avrei preferito pensarmi in giro in bicicletta o a camminar per sentieri. Disaffezione e disillusione che rendono ancora più faticoso spiegare al non ancora seienne primogenito il senso di una domenica fuori casa; ancora lontano, lui, da quel compimento della maggiore età che potrebbe anche solo conferire a tale impegno un vago senso di utilità o nobiltà intellettuale. Inutile dirlo: mi costa fatica. Però ci sono. Per oggi, ancora una volta, scelgo di pensare a quanto sia stata preziosa per me (e forse non solo per me) quell’attesa dei diciott’anni, quella – ancorché poca – consapevolezza, quella conquista, quella scoperta.
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57 thoughts on “ma quella fede che ci accompagna

  1. L’Uomo lo fa ancora. Io ho smesso. Ho passato nottate indimenticabili. A sentirmi parte di qualcosa. E pure a finire in un reparto infettivi dell’ospedale a far votare uno che aveva i problemi suoi, ma voleva votare. Non è mai stato per denaro. Se l’Uomo facesse due conti, non si paga manco la benzina. Io l’ultima volta mia, al seggio, ho portato oltre ai generi di conforto, cancelleria ed elimina code. M’ero rotta di tutti quei vecchi in coda in piedi a litigare. Requisite d’autorità sedie delle elementari, loro fuori a conversare. Gli altri dentro a votare.

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    • “a sentirmi parte di qualcosa.”. ecco, hai centrato il punto. quello che mi manca, adesso: l’essere parte di qualcosa.
      (geniale l’idea dell’elimina code! ma l’hai preso tu o te lo sei fatto prestare?!?stai a vedere che approfitto dell’idea, ché quest’anno è tutto in giornata e sarà dura parecchio)

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      • Me l’aveva prestato un amico che ne aveva un piccolo supermercato (quelle superette in franchising) e ne aveva uno vecchio di riserva. I rotoli (un paio, per sicurezza) li avevo comprati io da un grossista di cancelleria (non ho osato farmeli regalare dal mio amico…). Completeva la scena un giovin scrutatore assurto al ruolo di valletto che chiamava gli astanti, non avendo ovviamente un display per i numeri…

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  2. Che bellissimo post. Non ho fatto la scrutatrice, perché al mio diciottesimo sostanzialmente ero già domiciliata a 400 km dalla mia residenza e dunque tornare a votare era un rito, il rito, ma spesso poi non rimanevo tutti quei giorni a ‘casa’ (che poi casa non lo era già più). Poi, quando sono diventata residente nella piccola città, ti accorgi che ci vuole un po’ per farla tua davvero, in tutte le cose che nelle città in cui vivi da adolescente ti scorrono sotto pelle. Ho fatta spesso il rappresentante di lista, però. E comunque quel senso di importanza del rito istituzionale è stato trasmesso, insieme al latte, anche a me.
    Anche per me questa volta non risuona. Andrò, voterò (Tsipras), ma con la minore convinzione della mia storia di sempre. Ahimé.

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    • capisco perfettamente. pensa che quando mi sono trasferito, iscrivermi alle liste per presidente della nuova regione è stata una delle prime cose che ho fatto in comune, come se questo gesto fosse proprio uno dei modi per avvicinarsi alla nuova realtà territoriale. mi chiamarono già dalla prima tornata. evidentemente alla corte d’appello avevano capito 😉
      siamo in due, anch’io – copio le tue parole – con la minore convinzione della mia storia di sempre, e anch’io credo che andrò a parare lì. ma che tristezza, ‘povna, che tristezza.

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      • Io, invece, dopo attento riflessione, e senza (ahimé) alcuna convinzione voterò Pd. Credo nella necessità di un Pd forte che impedisca al M5S di avanzare richieste di elezioni anticipate. Un governo M5S sarebbe una iattura da cui non riusciremmo più a riprenderci.

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        • mi spiace, non ce la posso fare. non riesco a fare calcoli politici, né sulle soglie di sbarramento (non ne ho mai fatti) né sul voto utile. il mio disappunto nasce dal fatto che, in italia, riusciamo a trasformare in maccheronata anche l’idea più nobile e rendere ridicolo un progetto europeo di spessore (giusto perché non mi sembra il caso di fare nomi e cognomi: casarini, ad esempio, proprio non ce la fa a levarsi di culo, eh?). guarda, leggevo giusto poco fa questo: http://t.co/e2XHIMuqnx ci sono tante, tante cose che mi convincono, sia sul programma economico, sia su quello politico, sia su quello culturale. nel pd io non riesco a trovare una virgola. mezza dico, nemmeno una. cito: non si può pensare di risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che l’ha creato. non riesco a trovare pensiero più adatto.

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  3. L’ho fatto più di una volta, scrutatrice poi segretaria. Poi cheppalle, da ragazzino i soldi paiono tanti, ma un giorno capisci che tre giorni tre a sentir dire cazzate no, non vale la pena. Mi piacevano i vecchi che mi dicevano “che bella segretaria sorridente qui, che di là hanno un brutto muso” questo sì mi piaceva. Poi tutto quel puzzo di burocrazia, di sbirri che girano intorno. Siam fratelli ma io quel padre che dici, non l’ho avuto. (Prenditi Calvino, “la giornata di uno scrutatore” fai finta che te lo abbia regalato io e portalo in seggio che a pranzo c’è sempre un po’ di tempo per leggere)

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    • ma sai, ci sono tante cose che anche a me non piacevano, non piacciono, tante assurdità e prima c’era anche una quantità enorme di sprechi, tra cancelleria e spese elettorali. ma quell’atmosfera, e sopratutto ciò che veicola (quel senso civico che il mio babbo ci ha trasmesso, ancorché su posizioni politiche che poi non si sono sposate), li custodisco per tutta la sua preziosità.
      libro trovato. è già sul kindle. grazie.

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  4. Moltissimi anni fa ho fatto la segretaria di seggio, qualche volta. Quando sono diventata maggiorenne io, tra referendum e votazioni varie si andava a votare piuttosto spesso. Mi sentivo molto orgogliosa del mio compito, e ancora ricordo l’atmosfera che tu racconti così bene.
    Poi ho iniziato a lavorare, spesso anche nei weekend… E nei seggi ci son tornata solo più per votare…

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    • sì, orgoglio: c’era anche quello. aggiungo un aspetto (non l’ho scritto perché in realtà questo per me era di minor importanza, ma eccome se c’era): altri tempi, ma al seggio i presidenti andavano con l’abito bello del guardaroba. l’abito della festa, giacca e cravatta. aveva un’importanza particolare, quel momento.

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  5. Vabbè, dalle mie parti si dice “ecchettelodicoaffà”….che rende bene il concetto della comprensione per quel senso che hai ai 18 anni di far parte finalmente del mondo in cui vivi, mentre resti quei due minuti sola con te stessa tra quelle 3 pareti di legno, e per la disillusione cui si giunge nell’età matura, quella che immaginavi sarebbe stata la migliore grazie anche a quel tuo contributo…e invece! :/
    Sono d’accordo con Mafalda, nelle parole di Grillo c’è troppo fascismo per i miei gusti. In quelle di Renzi troppo poco comunismo. Il voto a Tsipras rischia di disperdersi ed è un rischio elevato. Insomma, come al solito sono preda della gastrite elettorale!

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  6. Lord M. capirà, e fai bene ad andare. Fai bene a dar l’esempio come tuo padre ha fatto con te. Un post bellissimo, adp, differente dalla norma. Sono le persone come te che mi fanno pensare che forse ancora qualche speranza c’è, per questo povero Paese.

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    • e chi lo sa, max, noi ci si prova. poi, ricordi, l’hai detto anche tu: il dramma, quel 50% di probabilità, che un figlio ti diventi fascista è sempre dietro l’angolo… ma dovevi vederlo quando, qualche giorno fa, cercava di spiegare agli occhi sgranati dei sui compagni di scuola materna i danni che creano le grandi navi a venezia, devastando i fondali. (oh, a proposito… il 17 maggio, mi raccomando: fate gli onori di casa, eh? http://17maggio.noblogs.org/)

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  7. Ho fatto una sola volta la segretaria, a vent’anni, poi ho cominciato a lavorare e ho preferito non farlo più anche perché ho pensato avesse più senso lasciare quei (pochi) soldi a chi un lavoro non ce l’aveva.
    Ero in un seggio di Marghera, c’era un rompiscatole del PSI… che contestava ogni scheda (e io a scrivere…). 1982 mi pare. A Marghera, vittoria totale, globale del PCI.
    Ciao, bellissimo post.

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  8. Bel post e tanti ricordi. Io ho abbandonato le liste degli scrutatori un paio d’anni fa dopo un’esperienza terrificante ma istruttiva sul declino dell’Italia e degli Italiani. Se anche qui ci fosse stata la stessa scelta fatta nel tuo comune, però, forse mi sarei iscritta di nuovo.

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      • Mi sa che ci penserò, alla prossima tornata…In realtà nell’esperienza traumatica avevo affiancato e anche sostituito (nelle pause) i poveri presidente e segretario che si sono trovati in situazioni incredibili a causa di scrutatori improbabili (per usare eufemismi).

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        • ecco, questa è un’altra grande differenza rispetto al passato. anni fa ci si formava prima di andare ai seggi. c’erano le serate apposta, organizzate dai partiti (per chi era iscritto) o dai comuni. ora, che io sappia, son rimasti davvero in pochi, pochisssimi, a farlo. e così l’improbabilità è sempre meno improbabile.

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  9. grazie per l’infornata di ricordi 🙂 Ho considerato le molte elezioni da scrutatore, rappresentante di lista, una esperienza che sconfinava nel mito, il contatto con l’umanità, lo scontro ideologico, il non farti fregare, il tentare di portare a casa un voto in più. Farlo nel Veneto bianco come rappresentante del PCI prima e come scrutatore poi era una impresa politica. Eppure con i democristiani poi ci si salutava, ci si rideva sopra sul : ti ricordi quella volta, dove l’uno era più furbo dell’altro e l’altro non era scemo e ci provava a sua volta. Non so come sia ora, ma l’ora in cui arrivavano i viveri dalla sezione era un momento in cui, pur perdendo, ci si sentiva una forza incredibile e l’umanità era dividere con gli altri.

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    • grazie a te, willyco, per questo bellissimo spaccato. nelle ultime volte ho percepito un astio che non ricordavo prima: ora mi dà la sensazione che sia totalmente a-finalistico, montato ad-hoc da querelle mediatiche. e l’altra sensazione è che il senso dei rappresentanti di lista, fuorché nelle comunali, praticamente sia scomparso
      (e sottoscrivo: il momento dell’arrivo dei viveri della sezione era un momento di grande umanità)

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          • allora, ci provo. anche se non vorrei aggiungere a questo post una connotazione politica né fare propaganda elettorale, ti dico che scendo a patti con la mia coscienza mettendo da parte tutta la pochezza delle querelle mediatiche all’italiana (camilleri, d’arcais, etc.) e approvando la proposta programmatica di tsipras. ne condivido molto la proposta economica. per il resto, sottolineo quanto già scritto a iomestessa (vedi il commento ed il link). certo, il mio collegio è diverso rispetto al tuo, parto avvantaggiato. non c’è casarini ma al contrario posso scegliere tra persone di spessore come maltese, somosa, lipperini, sgrena: non è poco. poi c’è un’altra considerazione: il tribunale di venezia ha sollevato la questione della legittimità costituzionale dello sbarramento al 4% per le europee, che già in germaia è stato tolto in quanto non motivato da esigenze di governabilità. credo fermamente nel sostenere le idee appoggiate da una minoranza, già ebbi modo di dirlo in altro post: non sono bipolarista, né ho mai concepito il voto utile. per le europee, a maggior ragione.
            [se tutto ciò non bastasse, aggiungo: ricordati che potrebbe essere l’ultima volta in cui hai la possibilità di votare un’idea comunista. che, per trovarla, siamo dovuti andare a pescarla in grecia, ché in italia manco più l’ombra 😀 ]
            come sto andando? c’é speranza?

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          • Il problema, amico mio, è che quello di Tsipras e tutte di le persone che hai citato, non è comunismo. Il comunismo è principalmente alternativa al sistema. Quando uno che si dichiara comunista inizia a discutere su come smussare il sistema senza volerlo sostituire, allora quella persona è uno di sinistra. Ecco, io non sono uno di sinistra. Io sono comunista.

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          • ok. uno a zero per te.
            però, ti ripeto, il mio è un ragionamento pragmatico: non che non debba fare a patti con la mia, di coscienza. sapere che siamo in due mi farebbe sentire meno solo 🙄 (ok, ok, questa è pataetica). vabbè, comunque sia, togli allora la parentesi quadra e prendi il resto: su quello ho speranza di convincerti?

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          • no non mi gratto, concordo. anzi, rilancio con wu ming: “Armarsi di: pazienza, ossigeno, immaginazione. Speranza no, quella è controproducente. Scarponi e zaino semivuoto, camminare domandando.”. hai voglia di armarti di pazienza anche questa volta?

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          • e vabbè ma no, questo non mi sta bene. se il problema è questo, è così da un bel po’. così però è rinuncia, è lasciare che quel popolo scelga anche per te, come quando non firmi per l’otto per mille e senza che tu lo sappia l’ottanta per cento della tua non scelta va nelle casse vaticane. nonnonnonno, se è così vengo a prenderti io!

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  10. Oddio, riaprire le buste già chiuse…. nei seggio in cui capito io, ovviamente, oltre a chiuderle si riempiono anche di mille timbri, quindi è una vera tragedia!
    E i conti fra schede votate ed elettori che per un istante non tornano? E dover ricontare miliardi di volte?

    Ti dirò, come scrutatore sono un pò stanchino… ma prima di chiudere, il presidente una volta voglio farlo.

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