l’indispensabile culo che, quella volta, mancò

Quell’anno andammo in vacanza in Portogallo.
Vacanza itinerante, chilometri su chilometri e tante belle immagini negli occhi (incluso un serendipicamente-incontrato-concerto dei Madredeus di una bellezza da brivido, nella loro terra, quando ancora era la voce di Teresa Salgueiro ad illuminarli). Pochi inconvenienti da ricordare, forse giusto una cucitura della tenda che non tenne benissimo e che le piogge di Lisbona misero a dura prova. Bella gente ma facce scure, in Portogallo, quell’anno: la Grecia aveva appena vinto il campionato europeo di calcio battendo in finale proprio i lusitani; bene quindi chiacchierare di baccalà o fado ma, insomma, meglio non tirar fuori l’argomento calcio. Erano i giorni in cui si viveva lo strascico dei ricordi e dei documentari sulla prima salita alla vetta del K2 (e sulle non poche scaramucce ad essa relative) da parte della spedizione italiana, cinquant’anni prima. Non era l’unica notizia ad occupar le pagine dei rotocalchi: erano i giorni della fine della leva obbligatoria in Italia, erano i giorni in cui il mondo iniziò finalmente ad accorgersi e a parlare di Darfur (anche se non necessariamente a saperlo collocare sulla cartina geografica).
Ma erano soprattutto i giorni della ventottesima olimpiade, ad occupar le cronache, quella che ad Atene sarebbe dovuta tornare nel centenario della nascita dei giochi olimpici moderni e invece arrivò mestamente con otto anni di ritardo. Gli occhi del mondo erano puntati lì, in quell’estate calda, «calda ma non come la grande estate calda del duemilatre» diceva la saggezza popolare. Erano, insomma, i primi giorni di agosto.

Erano, ancora,  “i giorni dell’Iraq”.
Erano i giorni dell’inizio del “processo” a Saddam Hussein, catturato da ormai qualche mesetto. Fresco nella memoria degli italiani c’era un episodio di qualche tempo prima, l’uccisione di una guardia di sicurezza privata italiana (ché se dici “mercenario” è politically incorrect), cui due anni dopo sarà assegnata postuma una medaglia d’oro al valor civile, con motivazione («Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese.») che sancisse in maniera incontrovertibile che quel che noi in patria chiamammo “partigiani” erano definitivamente diventati “terroristi” e quel che noi chiamammo “invasore” era diventato “contingente di pace”. Mi si perdoni la polemica, ne riconosco la gratuità ma, che volete farci, su certe idee se nasci tondo non puoi diventar quadrato.
Ecco, erano qui giorni lì.
C’è chi sentì nominare Enzo Baldoni per la prima volta in quell’agosto 2004, quando venne rapito a Najaf, in Iraq, insieme ad altri due giornalisti francesi, Christian Chesnot e Georges Malbrunot. Non andò in Iraq come mercenario, ma come giornalista free-lancer e volontario della Croce rossa: ad ogni buon conto, a differenza del compagno di sventura mercenario di cui sopra, tanto gli bastò per essere presto ampiamente dimenticato dal nostro paese e sopratutto per avere in dedica le tre probabilmente-peggiori-prime-pagine della storia giornalistica d’Italia degli ultimi vent’anni (queste). A memoria, una lapide a forma di balena, forse l’unico momento da ricordare in un silenzio durato sei anni.
Ora, dato che fra pochissimi giorni, di anni, ne saranno passati ben dieci esatti esatti, colgo al balzo la ricorrenza prendendola d’anticipo (in un giorno per altro di eventi tristi, a proposito di giornalismo – e non solo, ovviamente – in contesti di guerra). Non per un memoriale, non li amo particolarmente, ma per memoria sì: vorrei che, anche chi di Baldoni non ha mai sentito parlare, potesse conoscerne anche solo un pochino; anche perché non credo che, prima del 2004, all’altra schiera appartenessero in molti, se si escludono coloro che, come me, da anni ne leggevano le traduzioni di Doonesbury di Garry Trudeau (parentesi: genio, genio, genio) su Linus, o ne frequentavano la sua Zonker’s zone (e, tra questi, ho scoperto per caso in questo post qui, anche chi fa parte della mia blogosfera) – la Zonker’s zone: il suo blog, insomma, mannaggia a lui che prima di molti altri aveva intuito in che direzione stesse andando la rete; forse si può escludere anche qualche appassionato di cinema che lo conobbe per tramite del fratello, autore di uno dei film culto degli anni novanta (il cui titolo è “Strane storie“, per onor di narrazione).
Quindi, posto che chi lo conobbe (non ebbi purtroppo occasione), o magari ci lavorò anche insieme, raccontava di non riuscire a conciliare l’intonsa immagine televisiva disegnata in quei giorni con quella del «proverbiale paraculo» nonché «simpatico figlio di puttana» che allietava ed illuminava i rapporti diretti – la qual considerazione credo sia imprescindibile punto di vista per capire ciò che si andrà a leggere – per evitare ulteriori preliminari e manfrine rimanderei direttamente a questa pagina,  su cui potrete trovare rifugio culturale per i prossimi giorni. Non sapeste da dove cominciare tra racconti, articoli o reportage da luoghi improbabili e di vicende dimenticate, mi sbilancio a suggerirne alcuni in particolare (di cui, solo il titolo, per me dovrebbe esser richiamo di bellezza): su EZLN e subcomandante Marcos (anzi, ex, per chi si fosse perso la notizia raccontata qui), “Culo e carisma“; “Ingrid, Ingrid, où es-tu?“, la storia del rapimento di Íngrid Betancourt in Colombia; “Svegliatevi, mammine!“, il racconto di una personale – e, posso immaginare, molto dolorosa – esperienza di pedofilia di fronte al quale è praticamente impossibile non prender posizione; “Ballata triste di sesso cubano“, un viaggio improvvisato a ficcare il naso nelle case di cameriere, jineteras, commercianti, passanti e agenti dei servizi segreti di L’Avana a ridosso della Primavera Negra di Cuba.

Quando conobbi la figlia di Enzo Baldoni, giocolante e clowneggiante nelle piazze milanesi, pensai che forse deve essere stato splendido, per lei, un padre così.

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«Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski.»

«Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di Zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato.»

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Aggiornamento 1 settembre 2014. È in corso una petizione (qui) promossa da Articolo 21: la richiesta, rivolta all’amministrazione comunale di Milano, è quella di intitolare una via o una piazza della città a Enzo Baldoni (i perché sono raccontati qui)

Aggiornamento 8 settembre 2014.  La risposta alla petizione: la via, o la piazza, ci sarà.

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16 thoughts on “l’indispensabile culo che, quella volta, mancò

  1. Caspita, quante cose mi racconti che non so, grazie. Mi vengono i brividi. (posso solo dire che i Madredeus li ho visti mille volte e che Teresa è l’unica rimasta, sono gli altri ad esser stati cambiati, ahimè!).

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    • leggi i suoi scritti, se e quando riesci. ne vale davvero la pena, mi sento di garantire!
      (i md li conobbi, come credo il 99% degli italiani, con lisbon story. dopo averli visto in concerto a milano pensai “che bellezza”, ma dopo quello di lisbona…)

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      • Caspita, ma sai che credo che nonostante un fidanzato portoghese ovviamente fanatico di loro mi sa che non li ho mai visti in terra natía?

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  2. Doveva passarci l’allegria…è quello che chiedeva anche lui!
    Mi trovo anche io a ringraziarti per questi rinverdimenti di memoria che ahimè, sbiadiscono più che per negligenza, per l’ormai terribile accumularsi. Però sono persone che come si nominano ritornano vive! Potere dell’intelligenza!
    ci metto anche Antonio Russo, perchè lo conoscevo dai tempi dell’Università…e chissà quanti altri. Che in fondo son morti per noi, anche.

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  3. hai scritto tutto e meglio quello che ricordavo di Enzo, la sua morte fu un colpo basso, io inoltre gli devo un allora precoce e lavorativamente fondamentale utilizzo di internet. e Doonesbury tradotto meglio che l’originale genio genio genio…

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    • guarda, ti dico solo che ogni tanto, in momenti di “decluttering”, penso che potrei vendere la collezione di linus. poi penso a bd, zonker e zolletta e mi rispondo che sarebbe un delitto farlo…e sono lì, sempre pronti ad esser riletti! (e grazie per l’apprezzamento)

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  4. Pingback: buon compleanno | ammennicolidipensiero

  5. L’avevo letto, ai tempi, quel “testamento” E ricordo di aver pensato qualcosa che ho poi nuovamente toccato con mano. Le persone veramente speciali lasciano sorrisi e risate. E si possono anche piangere, perché mancano, ma comunque, senza dimenticare che un sorriso e persino una risata è probabilmente il ricordo migliore. Dopo il cercare, per quanto possibile, di prendere esempio, naturalmente.

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