ci sono troppe buche, chi le riempirà?

A mia memoria, non avevo mai letto prima d’oggi un romanzo incompiuto. Posso sbagliare, so di avere in lista Il re pallido di DFW e Petrolio di PPP ma sono, appunto, per ora chiusi sullo scaffale e destinati ad occasione di lettura futura; non considero personalmente come tali (incompiuti) Le anime morte Appunti partigiani, anche se wikipedia li annovererebbe nella categoria. Per questo motivo, gongolo un po’ all’idea che il mio primo romanzo incompiuto, rimasto in nuce per decesso dell’autore e pubblicato postumo pochi giorni fa da Feltrinelli, sia Alabarde, alabarde di José Saramago. Dell’autore, val poco dir qualcosa su questo blog che possa aver l’autorevolezza di un recensore; preferisco semplicemente riportare, a titolo personale, il grande piacere nella lettura di uno scrittore che, per abusare di un piccolo paragone, considero alla stessa stregua di Kubrick nel cinema (travolgente sperimentatore di idee inesplorate; con epigoni, per altro, non particolarmente brillanti nell’emulazione).
Riassumere il libro, l’incipit della storia di Artur Paz Semedo (oh quale nemesi, nel nome) è molto difficile sopratutto per un motivo: qualsiasi riassunto rischia di essere più lungo del testo che Saramago aveva completato, ovvero tre corti, cortissimi, capitoli, a cui va però il merito d’essere particolarmente densi e ricchi, quanto basta per rendere l’incompiutezza di Alabarde, alabarde qualcosa di più di un libro dal finale sconosciuto. Qualcosa di più, intendo, a parte ovviamente l’originalità dell’idea (si è mai visto uno sciopero in una fabbrica d’armamenti? Sì, racconta la storia dell’operaio che sabotò la costruzione delle munizioni per gli obici), sottilmente diversa da una mera obiezione di coscienza. Esiste, inoltre, un altro diritto umano che poche volte si cita, anche se è destinato a essere importantissimo: è il diritto, o il dovere, del cittadino a non cooperare ad attività che considera sbagliate o dannose. Il sapore di ciò che è rimasto nella penna, la possibile evoluzione della storia di Atruro Paz Semedo – anzi, arturo paz semedo, senza voler peccare di lesa maestà nell’uso delle minuscole – sono negli appunti sparsi tratti dal diario dell’autore, che i curatori del testo hanno sapientemente riportato (e, come ricorda la quarta di copertina, nei quali è fedelmente citata l’idea che Saramago ebbe del dialogo conclusivo del testo: “Vai a cagare“): pregevolissimo e autorevole il contributo iniziale di Gómez Aguilera, condivisibile la scelta della (bella) immagine di Günter Grass in copertina, non particolarmente necessario né illuminante il contributo di Saviano (nel suo inconfondibile stile), di cui il libro avrebbe potuto fare tranquillamente a meno.
Per il resto, in quei tre capitoletti centrali, adorabile Saramago, così insofferentemente anarchico nell’uso di punteggiatura e discorso diretto libero da far quasi rabbia, a pensare a come gli riesce; così efficace da racchiuder pensieri lunghi una vita in poche battite. Non cercare ordini firmati dal generale franco, non li troveresti, i dittatori usano la penna solo per firmare condanne a morte. Si diceva, ad ogni buon conto: qualcosa di più di un semplice libro dal finale sconosciuto. A parte che sfido chiunque a scrivere così tanta bellezza in tre minuscoli capitoli; a parte l’universalità del contenuto per cui ognuno, nella Bellona SA vedrà quel che vuole: chi Finmeccanica, chi la Lockheed Martin, chi più ne ha più ne metta. Tutti i paesi, quali che siano, capitalisti, comunisti o fascisti, fabbricano, vendono e comprano armi, e non è raro che le usino contro i propri cittadini. A parte che in quei tre miserrimi capitoletti è riuscito a inserire così, quasi per divertissement, dei macigni d’attualità. Nel catalogo della fabbrica si notava l’assenza di carrarmati, ma era ormai pubblico che si stava preparando l’entrata delle produzioni bellona s.a. nel rispettivo mercato con un modello ispirato al merkava dell’esercito d’israele. Non avrebbero potuto scegliere meglio, lasciatelo dire. A parte tutto questo, dico, sarebbe in ogni caso sufficiente un semplice motivo a rendere quasi imperativa la lettura di Alabarde, alabarde: uno splendido promemoria del fatto che (abbiate pazienza, cito chi lo disse ben prima e più efficacemente di me) d’obbedienza cieca non s’arricchisce alcuna virtù.

Se getterà la bomba, Marcondirondero
se getterà la bomba, chi ci salverà?
Ci salva l’aviatore che non lo farà
ci salva l’aviatore che la bomba non getterà.

guernica

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34 thoughts on “ci sono troppe buche, chi le riempirà?

    • ti dirò: la mia impressione è che, in fondo in fondo, forse grazie agli appunti dell’autore che tracciano una linea, o meglio segnano un puntino di direzione, tutto sommato quell’incompletezza risulti sfumata. non so se questo possa servire alla causa dell’eliminazione del “quasi” 😉

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  1. Nella mia ignoranza, per romanzo incompiuto intendi proprio iniziato dall’autore e mai terminato?

    Se si, non ti disturba l’idea di non sapere dove l’autore ti avrebbe portato?

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    • sì, esatto. saramago è morto nel 2010, quando ne aveva scritto solamente i primi tre capitoli.
      sul fatto che questo mi disturbi: direi non particolarmente, o almeno non in questo caso, per i motivi che ho lasciato trasparire nel post (e un pochino per quello che scrivo in risposta al commento di francesco, qui sopra)

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  2. anche mòi ho re pallido, lì sullo scaffale.

    non amo particolarmente saramago, sai amme? mi fa fatica, e sospetto che questo dipenda anche da particolari momenti di caos e di labirintite miei nei quali lui è, inconsapevolmente, entrato.

    tuttavia sono sempre stata circondata da persone che provavano immenso piacere dai suoi libri. forse è un limite mio. chissà.

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    • beh, ti dirò: penso questo piccolo libello possa valer davvero la pena anche per chi trova saramago ostico o labirintico.
      il re pallido è lì, ma prima infinte jest. assolutissimamente (quello però sul kindle, via, giusto per evitare mal di schiena a portalo aventi e indietro dal treno 😉 )

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  3. Concordo con Rideafa. Neanch’io amo la scrittura di Saramago. Non sono riuscita a finire L’anno della morte di Ricardo Reis, lo trovavo noioso. Ho faticato con Cecità, e ho chiuso il Saggio sulla lucidità dicendo mai più Saramago.
    Questa settimana mi sa che non seguirò il tuo consiglio di lettura 😉
    Buon weekend!

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  4. Uhuhuh, concedimi due cose fratellino 1) che di ogni contributo di Saviano, dopo Gomorra, potremmo tranquillamente fare a meno. 2) che tu prima o poi lo devi leggere, il Roman Gary che ti ho dato io quel giorno alla stazione, però. Uf.

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    • quasi concesse 😉
      saviano non ha vita facile ultimamente: forse la critica è fin eccessiva rispetto a quanto invece di positivo produce (soprattutto i brevi su l’espresso, direi). in questo libro ho trovato un po’ fuori luogo l’intervento, le parole di saramago vivevano benissimo da sole. vai a sapere il perché della scelta editoriale (non mi stupirebbe se fosse un riempitivo…).
      roman gray è assolutamente in lista: solo, è periodo in cui sono in fase ebook. necessità di un po’ di leggerezza (fisica, intendo) in viaggio.

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  5. Io c’ho grossa difficoltà col Saramago, eh, ma dura: a parte il Vangelo, che ho amato assai. Quindi per questa volta rinunzio, mio caro, rinunzio. 🙂

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  6. Pingback: Venerdi' del libro: i figli dell'ultimo banco |

  7. “(…) Saramago, così insofferentemente anarchico nell’uso di punteggiatura e discorso diretto libero da far quasi rabbia, a pensare a come gli riesce; così efficace da racchiuder pensieri lunghi una vita in poche battute”. Ti confesso che non avrei saputo spiegare meglio di così il motivo per cui da anni sono anche io nel “Fan Club Saramago”.
    Comunque, tra ambientazione, idea e tematiche di disobbedienza civile, mi hai convinta anche sull’incompiuto (nonostante Saviano). Tocca rimediare 🙂

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    • ma sì, guarda, la mia su saviano in fondo non è mica polemica eh, solo che alla fin fine mi sembrava una sorta di spot gratutio al suo libro zerozerozero, un commento al testo di saramago che poteva tranquillamente essere fatto altrove, tutto lì. comunque il suo pezzo è ben segnalato, non è difficile da saltare a pié pari 😉
      (e grazie per l’apprezzamento)

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  8. ammen ma lo sai che a me è piaciuto un sacco questo tuo post?
    e senti, se proprio vuoi svenire sul punto, io di problemi ce l’ho un pò con tutta la letteratura sudamericana.
    anche coi piu illustri…che io purtroppo lo ammetto ma per me volano troppo in alto.
    tuttavia mi sforzo. Ma poi devo sempre tornare qui nel vecchio continente a riboccheggiare.
    di saramago ho letto solo il vangelo (e per carità, cosa vuoi aggiungere? scrittura difficile magari, si, ma anche contenuti d’eccezione. E non è per niente ma, di contenuti, se n’ha bisogno). E poi c’è lì Caino che aspetta il suo turno. E ora ci sarà anche alabarde alabarde….ma non t’illudere. Che il fatto che siano solo 3 capitoletti (e l’intensità con cui li descrivi 🙂 ) ha influito non poco…

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    • aspetta, non vorrei si fraintendesse: nemmeno io mi fisso, in genere, su tutta la bibliografia del singolo autore, saramago compreso. quel che ho letto mi affascina, così come di altri sudamericani (che, sempre parlando in generale, spesso apprezzo). per questo libro, però, valeva davvero spender parola. leggilo, fidati: è ripagante!

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  9. sai cosa mi piace di questo post? la contagiosità!
    non hai scritto per riempire una pagina o per fare un elogio postumo a un grande scrittore. No, hai sentito l’esigenza di comunicarci una tua emozione letteraria.
    bene, che alabarde, alabarde, sia!
    ml

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