della grande magia della plasticità sinaptica

Ultimamente ho avuto poche occasioni di parlare di cinema, complice una effettiva ridotta attività cinefila, ma finalmente arriva sulla punta delle dita una riflessione da aspirante Mereghetti (anche se temo di non essere propriamente un mago della critica dei 35 millimetri). Non è lunedì, ma venerdì: pazienza, facciamo che questo post sarà una crasi tra il #lunedìfilm di iome e il #venerdìdellibro).
L’occasione è l’aver recentemente assistito alla proiezione di Inside out. Non ero mai stato un grande sostenitore dei film d’animazione, quantomeno ai tempi in cui “film d’animazione” era sinonimo di Walt Disney (non fatemene parlar male, vi basti questo commento per intuire la mia opinione in merito); così era, però, prima di incominciare a guardarli con un’altra prospettiva (vale a dire, dovendocisi prima o poi confrontare in quanto genitore di aspiranti cinefili) e, soprattutto, prima che arrivasse una nuova concezione del film d’animazione: quella della Pixar. La storia narra che il destino della Pixar Animation Studios sia cambiato il giorno in cui venne toccata dalla mano di Steve Jobs: romanzata o meno che sia tale ricostruzione della storia, ad oggi, forse, poco conta, dato che a livello cinematografico puoi sopravvivere ben poco con l’eredità, ancorché copiosa, delle fortune passate se non sai offrire qualcosa di nuovo, se non sai osare. Sono necessarie poche righe per esprimere il concetto e per invitarvi, calorosamente, alla visione: ciò che rende Inside out (prometto: nessuno spoiler, niente che non troviate su wikipedia o nel trailer o nelle normali recensioni cinematografiche) un film d’animazione forse non meraviglioso ma certo bello, molto bello, e meravigliosamente riuscito è l’aver saputo osare, l’aver osato scegliere di abbandonare i cliché cinematografici da garanzia di botteghino per strade nuove, per un salto nel buio, forse (il target ottimale di questo film è una fascia d’età decisamente diversa rispetto ai precedenti e spostata verso – almeno – la seconda o la terza decade di vita), rischioso quanto, se riuscito, spettacolare; l’aver osato, in ultima analisi, travalicare un confine delicatissimo per la cinematografia, quello dell’esplorazione della mente umana.
Per chiunque abbia un minimo di passione per l’antropologia e le neuroscienze (gaber, smettila di sbucciare mele e vai al cinema, orsù), questa pellicola è godimento puro, in una cornice esteticamente pregevole (atteso, dalla Pixar) ma, soprattutto, con una sceneggiatura da far invidia ai testi di psicologia dello sviluppo (aggiungerei: adeguatamente corredata di ironia, sapientemente centellinata fino all’ultimo secondo delle immagini sui titoli di coda). Inside out, ovvero: dello scorrere della vita, di bivi, di scelte dolorose, di grandi opportunità, di viaggi della mente con la consapevolezza che per qualcosa che si chiude c’è qualcosa d’altro che si può aprire, che può trasformarsi, che può evolvere.

xkcd.debugger

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41 thoughts on “della grande magia della plasticità sinaptica

  1. Non vedo l’ora di andare. Sull’abbandono del cliché legato all’età a cui è destinato, ho proprio appena sentito tre adolescent-ONI (quelli che a 16 anni abbassano la testa per entrare in metro) che dicevano cose tipo “ma si…ci andrò forse” “sarà una merda come gli altri” “boh non lo so vediamo” ma che -si vedeva lontano un miglio- crepavano dalla voglia di vederlo 😃😃

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  2. a me Pixar è sempre piaciuta, fin dai tempi del geniale Pennuti spennati, però confesso di patire un po’ l’iperrealismo da animazione 3D…

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  3. Vado anche io – e ai miei adolescentONI piace senza mediazione, potenza delle scuole di frontiera in cui te la devi tirar poco. Sull’equazione novità = qualità artistica, in una arte anche è rituale e ripetizione per definizione, anche, nutro i miei bravi dubbi. Ma non staremo qui a fare lezione di critica letteraria! 😉

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    • l’equazione non è automatica, certo, e aggiungerei che ancor meno lo è il rapporto tra incasso di botteghino e qualità. in questo caso, è proprio l’insieme di sensazioni piacevoli, anche rispetto a quell’osare di cui parlavo, che hanno spinto alla scrittura!

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  4. Tra poco vado a recuperare Patitù: i genitori di una sua compagna di classe per festeggiare il compleanno della figlia hanno portato tutte le bimbe della classe a vedere Inside Out e poi in pizzeria. Sono curioso di sentire il commento al film di mia figlia (poi riuscirò a vederlo anch’io prima o poi)

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  5. Concordo sul fatto che sia da vedere. Dalle recensioni e dai commenti di chi tra gli amici lo aveva visto, mi aspettavo un capolavoro che però come hai detto anche tunon ho trovato. Bel film, sicuramente, ma i capolavori sono altra cosa.
    Ciò che mi è piaciuto è stato per una volta il dominio dei contenuti sulla forma. E di questi tempi non è scontato.

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  6. Sono ampiamente in ritardo, ma l’ho visto solo di recente (e ovviamente mi è piaciuto tantissimo). Coetanee in lacrime un po’ ovunque in sala 🙂

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