uozzapperie

«Ma la preside conferma che i nostri piccoli non avranno nessun contatto visivo con gli extracomunitari che fanno lezione al mattino e che i bagni li usano solo loro? (Non è razzismo il mio xche sarebbe un controsenso)»

Ah, ecco.

***

Ero tentato di chiudere qui il post, lasciarlo al destino della commiserazione o del rinforzo, ma credo sia necessario aggiungere almeno una brevissima considerazione che ritengo centrale.
Le coordinate per inquadrare la vicenda sono estremamente semplici da definire: scuola elementare, cambio di aula richiesto con insistenza da numerosi genitori per apparente inconciliabilità tra le dimensioni di quella attuale ed il numero eccessivo di frequentanti (bah…), avallo della scuola alla richiesta (non con poche perplessità) ed indicazione della nuova aula in un settore differente dell’edificio, dove si svolgono durante l’orario scolastico anche lezioni di italiano per stranieri (non necessariamente extracomunitari). Apriti cielo.
«…ho solo un figlio è VORREI poter lavorare serena sapendo che l’ho lasciato in un luogo PROTETTO», «Non è razzismo ma tutelare i bambini. Siamo abituati ad agire quando è troppo tardi», «…per la sicurezza dei nostri piccoli», e così via.
Ora, lasciamo perdere il fatto che una certa modalità e certo putiferio comunicativo, come quello generato dalla citata comunicazione, siano più facilmente sdoganati dall’utilizzo un noto sistema di messaggistica istantanea. Ho già scritto altrove in proposito e non è il punto. Lasciamo perdere – credo sia troppo complicato spiegarlo alla persona che l’ha scritto – il fatto che “evitare il contatto visivo” e “non essere razzisti” nella medesima frase siano un perfetto esempio di bispensiero.
Prendo invece spunto dalla vicenda personale perché ho molto a cuore una questione, ciò che ritengo aspetto più preoccupante di ogni altro: la paura e la diffidenza sono legittime, non sono legittimi la (offensiva, spesso) caccia alle streghe ed il trascurare il fatto che la stragrande maggioranza di violenze e abusi a carico dei minori avvenga tra le mura domestiche e ad opera di persone conosciute. Per molto tempo, a supporto di ciò, è stato citato ed è citato tuttora (come risulta da una banale ricerca in rete) un rapporto Censis che riporta una sintesi dei dati ricavati dai procedimenti penali del Tribunale di Roma, rapporto nel quale si dimostrò che il 90% dei casi di violenza e abusi nei confronti dei minori avviene in famiglia (e vede nel ruolo di abusante il padre naturale, il patrigno ma non secondariamente la madre o la matrigna) e buona parte dei restanti casi in ambiti extrafamiliari (come la scuola, certo) ma con abusanti che risultano essere persone conosciute dal minore (insegnanti, personale scolastico); solo una minima percentuale coinvolge abusanti che risultano del tutto sconosciuti.
Nel 2015, la realtà non sembra diversa: a questo link il rapporto Istat ma, sopratutto, questo il rapporto Indifesa che riassume i suddetti dati e non solo. Ne consiglio assolutamente la lettura: è un ottimo spunto per chi non vuole rassegnarsi al Ku Klux Klan versione due punto zero.

2015-10-15 09.54.46

(qui nella foto in versione analogica)

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73 thoughts on “uozzapperie

  1. A me diverte sempre sentire quelli che premettono “non è per razzismo, eh”, come quelli “nulla contro i gay, eh”. Questa necessità di autolegittimarsi con la premessa di non discriminazione, come a dire “non sono io, sono gli altri che sono così”.
    Comunque anche io ragiono così: non ho nulla contro gli idioti, basti che idioteggino lontano dagli altri.

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  2. Ti deluderò: i genitori dei compagni dei tuoi figli per legge hanno ragione. In teoria le due istituzioni dovrebbero essere separate. E’ un dato di fatto che fa agio su una serie di ragioni che riguardano la sicurezza. Se viene un terremoto, e le due zone sono comunicanti senza previa autorizzazione, la tua preside paga anche la sottoveste di danni. Sic est.

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    • la scuola non è nuova a pecche di questo tipo (ricorderai la questione della preghierina sulle scle di ingresso), ma questo no, non è il caso. nel post non mi ero addentrato in tecnicismi per non appesantire il post, ma l’istituto comprensivo accoglie solo per “continuità architettonica” nel medesimo edificio la scuola elementare e altre istituzioni, tra cui il centro socio educativo appunto, ma ciascuna autonoma, con vie d’accesso e fuga separate e ben distinte, con bagni autonomi e quant’altro. dove sta il problema? sta nel fatto che i bimbi sono spostati al piano terra, dove non c’è un bidello fisso (e su questa pecca, niente da dire), piano in cui, in un punto dell’atrio, le due realtà sono separate “solo” da una porta antipanico a vetri, per altro chiusa durante l’orario scolastico. lì sta il punto del “contatto visivo”, l’assurdità del messaggio di cui sopra. non c’è alcuna vera coesistenza nello stesso spazio di adulti e bimbi, e di lì il senso del post – spostando la questione su ciò che ritengo davvero centrale nell’alimentare questa ingiustificata fobia. in parte questo credo risponda al tuo commento successivo, sulla metroquadratura invece la riflessione va a seguire.

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      • Sì, convieni che così la cosa assume un altro aspetto. Sul contatto visivo non avevo commentato, è risibile, ma per esempio la necessità di bagni separati va da sé, e andrebbe da sé a prescindere da chi siano gli altri utenti adulti, per me potrebbero essere anche tutti familiari dei compagni di classe, ma è ovvio che una scuola deve garantire una serie di cose, tra le quali che sia censita l’identità degli adulti che per legge interagisce coi figlioli.
        L’assenza di custode però è talmente abominevole e si configura come profilo di tale gravità da annullare, permettimi, ogni altra considerazione, di qualunque tipo. Chiunque si lamenti, non importa se sia Salvini o Martin Luther King, molto semplicemente, ha tutte le ragioni.

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    • guarda, è il concetto più ampio di xenofobia, e capisco che esista, e capisco che vada ascoltato. c’è un’amigdala, ci sono connessioni sinaptiche alla base che supportano queste paure, ed è legittimo riconoscerle e non liquidarle con un “tanto sono solo dei razzisti”. il grosso problema, per me, sta nei meccanismi con cui si autoalimentano e che non si fa mai abbastanza per disconfermare. per questo nel post ho insistito, più che sul sottolineare il razzismo della comunicazione, sul veicolare un messaggio che sposta l’attenzione sul reale problema di abuso e violenze nei confronti dei minori.

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    • no no, non sei pessimista: è realismo. ma, come scrivevo ad aida nel commento precedente, il cuore del post per me non è stigmatizzare un atteggiamento razzista, ma rifocalizzare l’attenzione su ciò che ritengo centrale per quanto riguarda le violenze nei confronti dei minori.

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  3. La base di tutto è l’ignoranza (non solo nell’accezione del non sapere, ma anche come sinonimo di idiozia). Siamo dei maghi ad usare gli smartphone, ma guardiamo il mondo con la faccia di un lobotomizzato. Corriamo dietro a chi vuole usare le ruspe o dare dei soldi agli immigrati per tornarsene nel loro paese (vedi il sindaco della mia città). Ma non ci chiediamo cosa è realmente il mondo, perchè il mondo non lo abbiamo mai conosciuto.
    Orrore puro.

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  4. ti potrei raccontare della petizione che volevano fare in classe di mia figlia per espellere una alunna con difficoltà comportamentali,ma te la risparmio ché ne provo profonda vergogna. i mostri siamo noi genitori

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  5. Avere un figlio e cercare di aiutarlo a diventare degno del mondo che vorremmo, per me crescere e educare un bambino significa questo.
    Poi accorgersi che, lontano da te, galleggia per la maggior parte del tempo in una brodaglia di ignoranza e luoghi comuni degni del peggior medioevo.
    Sperare quindi che basti ciò che un padre e una madre, soli o in piccola ma buona compagnia, possono fare per evitare che diventi un ottuso e inutile essere umano.

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    • se basti, non lo so. ciò che so è che, senza fare terrorismo psicologico, i primi adulti da cui insegniamo ai nostri figli a difendersi sono proprio quelli più vicini. c’è un illuminante articolo di enzo baldoni che cito sempre in proposito, questo (se ne era parlato anche qualche post fa, mi sembra)

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        • sì sì, avevo capito. stavo solo rinforzando il concetto espresso nel post in relazione a quanto hai scritto tu. lato bambino, invece, vale la considerazione: se basti, anche in questo caso, non lo so, ma certo l’impegno e la speranza è per rendere il più aperta possibile la loro prospettiva sul mondo, fatta di ascolto prima che di (pre)giudizio.

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  6. Oddio e poi se tuo figlio vede un negro? E se durante il terremoto il negro salva tuo figlio e la preside oltre a pagare i danni deve anche dare spiegazioni? E se il negro, salvando tuo figlio, se lo rapisce perché ha perso il suo durante la traversata col barcone?
    La verità è che mi veniva solo una bestemmia, quindi ho scritto delle cazzate, che è meglio.
    Però siamo un paese di merda, questo sì, concedimelo. Un paese di rigidi quando c’è da esser morbidi e di morbidi quando c’è da esser rigidi. Un paese inutile. Sempre evviva l’itaglietta nostra.

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    • Edp, tu non vorresti che tuo figlio tra i sei e i dieci anni stesse per otto ore al giorno in un luogo in cui possono entrare e uscire sconosciuti adulti senza controllo – non importa se negri, bianchi, gialli e rossi. E’ un dato di fatto con il quale è opportuno fare i conti prima di ergersi a padri della rivoluzione.
      E te lo dico dall’alto di quindici anni di esperienza a scuola con minori che sono ben più grandi di dieci anni.
      Sapere da dove nascono le derive razziste è sempre utile a costruire qualcosa di più proficuo dell’indignazione, che è tanto bella per lavarsi l’animo, ma, ahimé, serve poi così poco.

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      • Hai ragione cara povna, è che a volte sento che non mi resta altro che indignarmi, sai. Che poi fa anche molto sfogo. Anche io comunque, come te, passo le giornate con i ragazzini. Che sia quello? Che sia il burn out?

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    • c’è un chiarimento “logistico” necessario nel commento precedente, mi rendo conto che avevo semplificato un po ‘ troppo le coordinate della vicenda.
      sul resto, invece, non è questione facile, perché al di là della considerazione generale qua subentra il particolare, cioè il come vengano modificati i rapporti interpersonali per questioni di questo tipo. perché dopo aver digitato tutto ciò su una tastiera, la mattina dopo ti ritrovi davanti al portone, e il figlio tuo si trova seduto al banco a fianco dei figli degli altri, e il peso delle parole (che qui non ho riportato) digitate non è quello di un pixel, ma ben più grosso.

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  7. Ah. Un’altra cosa. “per apparente inconciliabilità tra le dimensioni di quella attuale ed il numero eccessivo di frequentanti (bah…)”. Qui bah lo scrivo io. Perché la sicurezza dei luoghi pubblici non è qualcosa di “apparente”: ci sono dei parametri di metri quadrati per densità, o un’aula è idonea rispetto al numero di alunni, o non lo è. Punto. Tertium non datur. Se per una volta una protesta di genitori ha dato luogo a un cambio di aula perché l’altra non era idonea, plaudo. Se invece non lo è, male ha fatto il Comune per il tramite del direttore didattico ad accettare. Ma di qui non si scappa: o il numero di metri quadri/uomo è sufficiente, o non lo è.

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    • il bah ha un motivo (che non avevo esplicitato, hai ragione): il numero di metri quadri/uomo non è sufficiente così come non lo è per molte altre delle aule della scuola. il punto è stata l’arbitrarietà con cui, in quella classe e non in altre, si è deciso di insistere sullo spostamento, sottolineando come il ridotto spazio potesse essere causa di maggiori problemi di gestione della disciplina. il mio “bah” nasce quindi dal fatto che se in una scuola ci sono venti aule e dieci non sono a norma per rapporto di metroquadratura, o si agisce radicalmente e si interviene perché il problema è a monte (si sono accolti troppi iscritti rispetto alla capienza) oppure si accetta che il problema è condiviso e non si guarda al proprio piccolo mondo di classe.

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      • Beh, ci sono classi che sono oggettivamente più gestibili di altre. Resta il fatto che quell’apparentemente non ha ragione di essere. Ben venga che si cominci da una, se gli altri hanno protestato meno, o in maniera più indignata e meno fattiva, problema loro. Da un gancio si può fare leva, dalle parole ci si fa solo un gran vento. E pure per quello vanno urlate con continuità.

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        • l’apparentemente si fa carico di una mia sottile critica nei confronti di una delle due insegnanti, più che sulla metroquadatura su cui hai pienamente ragione. diciamo che è stato probabilmente specchio su tastiera dell’idea inconscia (e a cui ora sto dando un po’ più di contorno) che il problema di disciplina nella classe sia estremamente soggettivo e, qualora ci sia, preveda almeno un concorso di colpa… 😛
          apprezzo invece la considerazione sul fatto che sul precedente si possa fare leva. a volte, di fronte a questo tipo di problemi, quella che mi prende per la maggiore è la sensazione che ci si focalizzi su problemi minori per non concentrarsi su quelli più grandi, e che a confronto dello spazio e del modo in cui si fa lezione in tante altre parti del mondo e d’italia, sia quasi indebito lamentarsi.

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          • Lamentarsi e basta è sempre indebito, lava solo la coscienza come l’indignazione. Lamentarsi e ottenere qualcosa, specie quando si ha a che fare con amministrazioni che sanno in ultima analisi di avere torto sulla sicurezza, cioè qualcosa di non derogabile, nella mia esperienza paga. Non al punto di avere la scuola a norma, ma al punto di avere un vetro a norma per ogni vetro rotto mano mano nel tempo… Poi, certo, se nella nostra scuola per un anno ci sono stati alunni molto indisciplinati che si lanciavano sui vetri… 😉

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          • credo che sia infatti il motivo per cui alla fine la scuola ha avallato il cambio aula, scegliendo (aspettiamo appunto di capire come) di risolvere il difetto presumo meno oneroso da affrontare, quello del bidello.
            (vetri immagino non infrangibili… 🙄 )

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  8. Dimensioni dell’aula con metratura appropriata, bidelli presenti, bagni adulti/bambini separati, rilevamento di ogni adulto presente nella scuola. Tutto questo è legittimo richiederlo, ma pare evidente che la frase della mamma in questione non si riferiva a questo. Il parallelismo tra extracomunitario e persona pericolosa, nemmeno da guardare/vedere è palese e vergognoso, ma è il risultato di anni di martellamento mediatico. Anni fa sul quotidiano della mia città uscì un articolo che titolava: incidente d’auto. Morto un uomo e un extracomunitario …

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    • sì, anch’io credo che il punto centrale sia quello. con il titolo che hai riportato, hai detto tutto.
      p.s. mi sei entrata in moderazione di commento perché risulti “pendolantependolante”. hai cambiato nome per sottolineare che è A/R? 😛

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  9. Pingback: Io non sono uno a cui piace dare nomi alle cose, ma… | Suprasaturalanx

  10. Per voluta scelta personale, ho un telefonino vecchio di almeno 10 anni che fa solamente telefonate e SMS… e sinceramente, osservando l’uso che ne fanno i miei colleghi/amici/conoscenti, uozzap proprio non mi manca per niente. Sto anche pensando da tempo di togliermi da Facebook che, rispetto a qualche anno fa uso pochissimo…
    Stai a vedere che un bel “digital divide” ti salva da tante idiozie….

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    • mah, guarda, in generale, sostengo abbastanza l’idea che il problema non derivi tanto dal social network o dagli strumenti quanto dall’utilizzatore finale: condivido che il vero “digital divide” sia quello tra il buon senso e la tecnologia piuttosto che tra le tecnologie e l’accesso a queste. a proposito di ciò, è giusto giusto di oggi una (come sempre) bellissima vignetta di randall munroe, sul suo blog xkcd: da una certa prospettiva, gli smartphone di oggi sono i walkman di ieri.

      detto questo, anch’io sono facebook-renitente e capisco che in un mondo così vasto come quello del duepuntozero esistano delle idiosincrasie a prescindere, che portano a non iscriversi a un social così come a scegliere di avere un telefono dove i tasti sono ancora tasti: se ci pensi bene, è solo una questione di margine, di soglia, di limite che ci si autorizza o non (i blog, ad esempio, non sono immuni da critiche da parte dei delatori, che li ritengono inutili perdite di tempo in chiacchiericci da piccole elite della borghesia telematica).

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  11. Siamo sempre più razzisti a tutti i livelli, con le battutine e con la pratica. Sui mezzi pubblici la gente si rivolge agli stranieri come fossero deficienti, nessuno usa il “lei”, anche alla stazione di Bologna ho visto una “hostess” di Italo, trattare un ragazzo nero, tra l’altro elegantissimo, che le chiedeva informazioni con una maleducazione che neanche Salvini!

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  12. Pingback: SABATOBLOGGER 9 – I blog che seguo | intempestivoviandante's Blog

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