panem et palmenses

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(immagine dal web, sottotitolata: “How to confuse a vegan”)

Quando lavoravo in una trasmissione radiofonica, poco più che diciottenne e sbarbatello, le dediche erano all’ordine del giorno. Avevano, ovviamente, tutt’altro (effimero) sapore e significato, ma tant’era: in questo consisteva il gioco delle parti con gli ascoltatori, avevano il loro perché come preludio di una mia successiva stagione di trasmissioni d’informazione che si fecero le ossa proprio sui divertissement delle trasmissioni d’intrattenimento.

Quelle dediche avevano, dicevo, tutt’altro sapore di quelle che si possono ricevere più o meno vent’anni dopo e che generano tutt’altro tipo di piacevole emozione. Quella a chiosa di questo post di gaberricci, in compagnia di wellentheorie (“cronache random di piccole scoperte quasi quotidiane”), mi ha strappato un gran sorriso, perché arrivata al termine di un altrettanto piacevole dissertare di cibo, epidemiologia e storie di varia umanità che la mia “anima antropologa” ha gustato (qual miglior termine) in lungo e in largo (a proposito, gaber, ti devo ancora dei link bibliografici per la connessione con la teoria dei giochi: incomincio da Dawkins, qui, che riprese quanto venne inizialmente teorizzato da Hamilton nel 1963).
Per “gustato in lungo e in largo” intendo a partire dall’incipit, che mi ha rievocato un mio post analogo, questo, scritto se non sbaglio quando io e gaber ancora “non ci fequentavamo”: a breve verrà istituito un giorno per ogni cosa, e non tarderà a venire il giorno in cui le caramelle gommose o Marge Simpson scalzeranno i veterani. [A questo proposito: non escludo che a saltare, presto, toccherà al primo maggio. Non so dalle vostre parti, ma ieri qui dalle mie c’erano supermercati aperti, negozi aperti, centri commerciali aperti. Non solo era il primo maggio, era pure domenica. Da qualche parte, in qualche momento, credo che abbiamo sbagliato qualcosa]. Dato l’argomento del post e consapevole del palese conflitto d’interessi (…) mi preme ricordare che il prossimo 22 maggio sarà la Giornata nazionale del biologo nutrizionista. Con immenso dispiacere (…) ancora una volta non potrò partecipare: non potei alla prima edizione perché – cadeva il 25 maggio – concomitante alla Giornata dell’asciugmano (“Towel day”), non potrò a questa perché, ubi maior, andrò in giro per oasi faunistiche ad onorare la Giornata nazionale della biodiversità.

Va bene, fine della lunga e sarcastica digressione. Torniamo alle questioni serie.
Per rimanere sul tema del post di gaberricci che, se non si è capito, vi invito non solo a leggere ma ad assaporare, non posso che ribadire che l’argomento mi è caro – oltre ad averlo già più volte affrontato sul blog: da un punto di vista sociologico, magistrale l’interpretazione di Valerio Mastandrea di un testo di Mattia Torre di cui raccontai in questo post.
Di quanto scrive gaber trovo molto interessante, come spunto di riflessione, ciò che comporta nelle nostre abitudini alimentari la comunicazione intorno al cibo. Ho l’impressione che quell’ambiguità tra causa e fattore di rischio non sia solo una questione terminologica ma, ancor di più, ciò che sostiene e avalla la diffusione di concetti aberranti sulla “corretta alimentazione” – sfruttando banali meccanismi di psicologia di massa. Un esempio su tutti: sarebbe potuta esistere una bufala come quella della dieta AB0, quella basata sull’abbinamento tra cibo e gruppi sanguigni (sbugiardata come è giusto in maniera rigorosa, non essendo basata su logiche scientifiche né tantomeno pre-scientifiche) senza una platea disposta ad accogliere il DottorMozzi di turno come colui che ha risollevato le sorti di milioni di malnutriti? La domanda è se il termine “corretto” non vada più di pari passo con ciò che il consumatore (ormai concetto economico ma, credo sia doveroso ricordarlo, dalle indubbie origini ecologiche) richiede, piuttosto che con il suo benessere fisico. Stesso discorso vale per il gluten-free di cui parla ampaimente gaber.  Su un piano contenutisticamente diverso, ma non concettualmente, l’interrogativo sulla prevalenza delal comunicazione mi viene spontaneo quando, ad esempio, leggo l’elenco dei prodotti di uno dei cibi del nuovo millennio, il muscolo di grano. Non è curioso che alimenti costituito al 10% da glutine e per il resto da farine di legumi e acqua si chiamino “bresaola”, “salsiccia”, “spezzatino”? Le prove sono qui.
Quest’ultimo periodo è stato segnato dall’attenzione posta sull’olio di palma (qui trovate l’estratto integrale del servizio di Report). Ciò che più mi ha colpito della vicenda non è tanto la negavità dell’ingrediente in sé, quanto il fatto che l’olio di palma nella mente del consumatore non è esistito fino a che, al di là dell’obbligo di dichiarazione in etichetta, non è esistita una campagna mediatica per demolirlo (indipendentemetne dal fatto che questa sia a ragion veduta); però, a dirla tutta: il gemello derivato, l’olio di palmisto, o il cugino, l’olio di cocco, non sono certo di migliore beneficio per la salute, anzi. Eppure, ho il dubbio che leggere “olio di cocco” fra gli ingredienti in etichetta non generi le medesime idiosincrasie che sta generando quello di palma, anzi. Lo stesso ragionamento sulla “pressione comunicativa” potrebbe applicarsi alla recente vicenda delle carni rosse o, un po’ più in sordina, per gli zuccheri (ribadisco: indipendenemente dal fatto che entrambi gli allarmi siano a ragion veduta).
Pur consapevole che la teoria avrebbe bisogno di spazio e tempo per essere argomentata, mi permetto un piccola provocazione al Feuerbach-pensiero e un piccolo completamento della bella riflessione di gaber: in una certa parte di mondo (necessario circoscrivere), «siamo quello che ci comunicano di mangiare».

Per la cronaca: ho scoperto che esiste una categoria che identifica il mio regime di alimentazione prevalente. Si definisce pescetariano. Quando lessi per la prima volta il nome pensai che, a mettersi di buzzo buono, con un libro ad hoc (â-la-AB0, diciamo) e con un po’ di pubblicità, con un nome così potrebbe diventare una nuova religione alimentare: ha tutti gli ingredienti (scusate il gioco di parole) per spopolare.

Poi, subito dopo, ho scoperto che qualcuno, a suo modo, alla religione alimentare ha già pensato, e l’ha fatto con un colpo di genio (vi prego, andate a leggerne la storia, è una perla): lettori di questo blog, io vi invito tutti a diventare seguaci del pastafarianesimo.

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37 thoughts on “panem et palmenses

  1. Welcome to the world, Amme: pastafarianesimo spopola da non poco. Sul resto, starei attenta ad equiparare regimi necessari alla salute come quello sgluto per la celiachia a mode più o meno passeggere.

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    • pensa che ne ignoravo l’esistenza fino a ioleggoperché dell’anno scorso, quando lessi la citazione sul muro della feltrinelli di gae aulenti. ora ho riletto la pagina wikipedia e se prima erano poche righe è diventata un papiro! sulla celiachia assolutamente nessuna equiparazione, ci mancherebbe, ma il riferimento era all’abuso del gluten-free di cui parlava gaber anche tra chi non ne ha bisogno

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    • Sì, ma il problema è che quelle mode non sono prive di effetti collaterali, non ultimo che il costo della spesa settimanale si alza. E non mi stupirei, a scoprire che qualcuno risparmia sulla frutta, o compra una mozzarella invece di una bistecca*, pur di potersi comprare i cibi “gluten free” di cui ha assolutamente bisogno, perché mangiare senza glutine “fa bene”. E badate bene, tutto questo ha un costo anche per la collettività: se davvero si scoprirà che mangiare senza glutine, in realtà, fa MALE alla salute, per i motivi che dicevo nel mio articolo, allora sarà il Servizio Sanitario Nazionale (cioè noi) a pagare per quella moda. Poi, sarà deformazione professionale, ma personalmente trovo ODIOSO guadagnare TRUFFANDO qualcuno sulla sua salute. Che questa truffa avvenga facendo credere a qualcuno che è malato davvero di poterlo guarire, sia, viceversa, inventandosi una malattia per farsi pagare la cura.

      Per il resto, condivido: addò vivi, amme? 🙂

      *nel caso ve lo stiate chiedendo: la prima fa più male, contiene sale di suo, mentre la bistecca la salate come volete, e per di più una quantità di grassi IMMENSAMENTE superiore a quella di un taglio anche meno nobile di carne. Quando i medici di base danno diete a basso contenuto di lipidi, la prima cosa che falcidiano sono i formaggi, e soprattutto le mozzarelle. Avete sentito di qualcuno (a parte quelli che urlano per il lattosio) che ha paura delle mozzarelle? Ecco, appunto.

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      • vabbè, adesso non farla spessa: mica si nasce imparati. sennò che ti leggo a fare? 😛 😀
        scherzi a parte: sottoscrivo in pieno. del costo sociale di una moda mal applicata non ho parlato per non replicare quanto già da te detto. giusto aggiungere l’aspetto economico.

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  2. In questo momento non riesco ad approfondire i link che suggerisci, però forse ho trovato il nome per ciò che potrei essere.
    Prosecchiana.

    😀

    Am piasun no, ma’ i varga’ (non mi piacciono solo le botte).

    Fruttariani, vegani, vegetariani, respiriani (sentito a Report) onnivori, tutto va bene, basta solo che non rompino le balle agli altri cercando di convincerli che la loro strada è la migliore. Buonsenso e rispetto.

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  3. Solitamente i links li apro, e l’ultimo mi ha portato dove non mi sarei aspettato, o forse era voluto? Di tutto il resto, avendo un occhio attento a ciò che succede “dietro le quinte”, mi sento di dire che il gluten-free è probabilmente l’unica filiera disciplinata, mentre per le altre esistono grandi lacune per cui una definizione talvolta non corrisponde affatto a ciò che il prodotto offre.

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  4. È una psicosi, fratello. Questa cosa del cibo rasenta la follia, ma almeno a cena si parla meno di feisbuc e si elencano le proprietà di questo e di quello.

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    • guarda, giust’appunto. stamani in edicola guardavo le riviste patinate una a fianco all’altra. titoli delle testate (non degli articoli, eh, delle testate proprio): “dimagrire”, “perdere peso” e non mi ricordo gli altri (ne ho contate 5). dei titoli non parliamone. oggi, combinazione, ho ricevuto un messaggio su uozz dal gruppo di canoa (dove questo non è decisamente un argomento sostenibile :-P): “se mio nonno avesse saputo che spendiamo più soldi per dimagrire che per mangiare avrebbe detto che siamo dei cretini”. ecco, ho quasi preferito l’ironia vintage.

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  5. Concordo su quasi tutto ciò che ho letto, anche se adesso non riesco ad approfondire tutti i link. Soprattutto sul fatto che oggi il cibo spazzatura costi molto meno del cibo sano.. E questo meriterebbe un approfondimento . Per quanto riguarda le aperture di supermarket & co domenica 1 maggio credo ci sia soltanto da stendere un velo pietoso….

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    • è una curiosa logica umana quella per cui una merce, se vale di più, debba costare di più. la grossa variabile di cui non si tiene conto è che il plus-valore di questo “scambio” è offerto dalla salute (mentre, gioco forza, prevale il profitto). è, ahimé, storia vecchia come il mondo.
      l’altra questione, invece, no. è pura assurdità. non che voglia vedere sempre l’erba del vicino facendola facile, ma in germania al sabato pomeriggio e alla domenica è tutto chiuso. eppure.

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  6. Occhei, mi autoproclamo “cicchettariana” che sarebbe quasi no carne e no pesce, ma alla polpetta con lo spriz -il cicheto veneziano, appunto- o alla seppiolina con il prosecco, o al crostino col baccalà mantecato chi ci rinuncia, e soprattutto, perchè?

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  7. Che, sia nelle diete che negli alimenti,si vada a mode e a business è innegabile e non è cosa di adesso. Se cerchi troverai che la Buitoni negli anni ’50 ha fatto fortuna con la pastina glutinata.. cioè con l’aggiunta del 30% di glutine (http://www.altrapagina.it/wp/storia-localela-pasta-glutinata-un-successo-nazionale/) o che all’inizio del secolo scorso andava di moda perfino la cioccolata radioattiva (http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/04/18/esagerazioni-radioattive/).
    Oggi, oltre alla questione del glutine, non capisco l’uso delle bistecche di soia o di grano e così via: io non mangio la carne rossa ma non mi interessa avere il sostituto di soia… La soia la mangio sottoforma di fagiolo di soia, il grano sottoforma di grano o di pasta o di pane… che mi frega dello spezzatino di grano!

    Però un bel pollo vegano biologico come questo lo mangerei di sicuro…

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