in busta chiusa, lettera N (di niente, di nobel, di nudi)

lettera-nIn Busta Chiusa n. 14, un progetto di Cartaresistente
Lettera N di ammennicolidipensiero
Illustrazioni di Davide Lorenzon

***

Qualche tempo acquistai un libro di tale Alberto Salza (di cui, fino ad allora, ignoravo l’esistenza) dopo una lunga e ponderata scelta: dieci secondi dopo aver letto il titolo, senza averne mai sentito parlare, il libro era già sul banco della cassa.
Che cosa aveva di così accattivante il titolo da indurmi all’acquisto a occhi chiusi? Niente. Cioè, non proprio niente, intendo proprio “Niente”. Il titolo, intendo.
Ok, per fermare il gioco di parole che potrei proseguire all’infinito (con mio, ma non vostro, divertimento), specifico che “Niente” È il titolo. Ma, aggiungo, è il sottotitolo quello che ha sbancato i miei neuroni: “Antropologia della povertà estrema”.

Chi mi legge da un po’ sa che ho un debole per le questioni antropo-eto-etno-logiche; “Niente” sta a queste come i cantucci col vin santo stanno a fine pasto. Non è un libro accademico, non è un trattato (ancorché adeguatamente referenziato) come quelli che danno corpo e struttura al pasto di chi si ciba delle scienze antropologiche, ma è quella aggiunta dolce e amara che sazia e al tempo stesso mantiene i succhi gastrici all’erta. Sì, perché è un libro esperienziale che discute di antropologia della povertà a partire dai vissuti del narratore; è diretto, crudo per certi versi, non lascia nulla all’immaginazione, ma al tempo stesso utilizza una serie di stratagemmi narrativi che restituiscono leggerezza. Uno di questi è l’utilizzo di citazioni cinematografiche/letterarie che, come dice l’autore stesso, «hanno una funzione ricostruttiva della memoria». Non di meno, consentono di veicolare (introdurre) i contenuti dei capitoli  attraverso l’ironia ed il sarcasmo: esemplificativo il riferimento iniziale alle parole di Felice Sciosciammocca (Totò) nel film Miseria e nobiltà, «A casa nostra, nel caffellatte non ci mettiamo niente: né il caffè, né il latte.». Il libro non è però, per questo, un’accozzaglia di citazioni. È preciso e circostanziato nella terminologia, passata al setaccio, come per altro ci si attende da un testo di antropologia : «Lo sviluppo sostenibile è una frode verbale: come potrebbe esserci sviluppo se non stesse in piedi? Il termine corretto dovrebbe essere crescita, che può essere sostenibile o meno. Il problema è che la crescita è quantitativa, mentre la vita è qualitativa.» Il secondo stratagemma è la forma aneddotica della narrazione, come solo un fisico convertito all’antropologia saprebbe fare. Che sia fisico lo si capisce subito, anche senza aver letto la biografia, perché sulle metafore “in chiave quantistica” sono basati gli essenziali concetti introduttivi. Mi correggo: Salza formula delle vere e proprie teorie di antropologia quantistica. Il paradosso del gatto di Erwin Shcroëdinger (una perla, la spiegazione for dummies), premio Nobel per la fisica 1933, ad esempio, è il viatico per introdurre il concetto dei poveri come mezzi vivi e mezzi morti e della loro dipendenza sensibile da un sistema comportamentale probabilistico («non c’è modo di prevedere quel che faranno») piuttosto che deterministico. Ad un secondo premio Nobel (1932), Werner Karl Heisenberg, l’autore ricorre per spiegare il concetto di unschärfe, ovvero di quella «incertezza, assenza di chiarezza concettuale» che accompagna il lavoro sul campo dell’antropologo, «una nuvola di possibili dati attorno a una pseudoverità empirico-scientifica creata dall’osservatore». È certo un’ammissione di parzialità nell’osservazione, di condizionamento dato dall’occhio di chi guarda; eppure, eppure il libro su tale incertezza si sorregge, se non addirittura è ciò su cui si regge la coscienza stessa del lettore nella – vana – speranza che molto di quanto descritto sia un bias di interpretazione da parte dell’antropologo inesperto (che poi, a dirla tutta, troppo inesperto non deve essere considerando che, scopro, è l’autore dell’Atlante delle popolazioni edito nientepopodimeno che da UTET). Nella seconda parte del libro il dubbio che sia un bias, in realtà, scompare. Il niente diventa sistematico, accerchiante, a partire dalla memoria degli incontri che l’autore ha avuto negli utlimi quaranta anni. «Questi incontri diretti, così come i continui aneddoti ed episodi di vita vissuta, servono a ridare qualità umana a chi la sta perdendo giorno dopo giorno. Per sperimentare cosa significhi questo processo, invece di aggiungere parti umane per costruire il corpo di un mostro, com’era prassi per il barone von Frankenstein, qui prendo un essere umano e, progressivamente, gli tolgo tutto, dal cibo alla storia, dai diritti al gabinetto, fino a strappargli anche l’ultimo sogno.». E così è. L’obiettivo di un testo di antropologia, d’altronde, non è “lasciare aperta la porta della speranza” (quale speranza, poi? condivido i Wu Ming quando dicono che sia controproducente), è raccontare la cruda realtà. Se poi, alla fine del testo, il lettore è anche riuscito, anche solo per un attimo, a dubitare che esista un’unica prospettiva mzungu-centrica (perché di fatto, con o senza fardello, questo siamo: bianchi, troppo abituati a riferire tutto al nostro modus vivendi), ecco, allora credo che lo scopo del libro sia stato pienamente raggiunto: «[…] quando in Sud Sudan una ONG umanitaria ha costruito dopo la guerra civile una serie di gabinetti in muratura in mezzo alle sterminate praterie, i pastori nomadi dinka, abituati a vivere nudi, si sono rifiutati di entrarci. Spiegazione di uno di loro, armato di kalashnikov: “Quella è una casa. È una casa molto più bella delle nostre capanne. Noi non cachiamo dentro le case”.»

P.S. a proposito di premi Nobel. La settimana scorsa sono stati assegnati i premi IgNobel edizione 2016 (qui la pagina ufficiale; in passato raccontati l’edizione 2014 in questo post qui), destinati alle ricerche che “fanno prima ridere e poi pensare”. Ai vincitori dovrebbero essere andati in premio una stretta di mano da parte dei veri premi Nobel, una sveglia a 61 secondi e un premio in denaro consistente in una banconota da parecchi milioni di dollari dello Zimbabwe. Seppur forse meno accattivanti delle strabilianti ricerche dell’anno scorso, sicuramente meritevoli di citazione sono l’IgNobel alla letteratura per il testo “L’arte di collezionare mosche” o quello alla psicologia per uno studio in cui gli Autori “hanno chiesto a un centinaio di bugiardi quanto spesso mentissero, trovandosi poi nella condizione di decidere se credere a tali bugiardi”; ma la menzione speciale, ovvero il podio dei podi di questa edizione, ovvero il plauso planetario vanno all’indiscusso vincitore (im)morale degli IgNobel 2016: la Volkswagen, che ha ricevuto il premio IgNobel per la chimica per aver “saputo risolvere il problema dell’inquinamento automobilistico producendo automaticamente ed elettro-meccanicamente meno emissioni quando le automobili siano sottoposte a test”. Chapeau.
Dalla casa tedesca sono gli unici a non essersi presentati a ritirare il premio durante la cerimonia ufficiale.

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