il paziente cinese

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Non ho alcun dubbio che la notizia più commentata nei giorni scorsi nei laboratori di ricerca di tutto il mondo sia stata questa: per la prima volta nella storia ad un paziente oncologico sono state somministrate le proprie cellule immunitarie modificate geneticamente con la metodica CRISPR/Cas9, in modo che agiscano contro le cellule del tumore del polmone da cui è affetto.

Di tale acronimo di non facile pronunciabilità, CRISPR, avrete probabilmente sentito parlare in tempo di pronostici relativi al premio Nobel 2016. Credo inopinatamente, a dire il vero: se per la scienza non è troppo presto per valutarne le potenzialità, certamente lo è per comprenderne appieno i rischi – e raramente il comitato che conferisce il prestigioso riconoscimento trascura tale aspetto, quantomeno in ambito medico. Per carità, niente scenari da Frankestein junior («Si… può… fareeeee!»), intendiamoci, ma semplicemente ho la sensazione che i tempi non siano maturi.
Di per sé, da un punto di vista concettuale, l’intervento svoltosi in Cina non rappresenta una novità terapeutica in senso assoluto, anzi. Il trattamento agisce con lo stesso meccanismo con cui agisce uno dei farmaci biologici di nuova generazione (dal nome più semplice: nivolumab, uno di quelli destinati a cambiare le statistiche – e in meglio – della cura dei tumori): ovvero, in parole semplici, il meccanismo è quello di inibire l’espressione di un gene, la cui sigla è PD-1, dando così la possibilità alle cellule del nostro sistema immunitario di contrastare efficacemente quelle tumorali (se ve lo state chiedendo, prevengo la domanda: no, purtroppo funziona solo con il gene PD-1, non con i partiti che condividono lo stesso acronimo. Peccato, lo so). Dove sta, allora, la differenza con il farmaco? Sta nel fatto che il sistema CRISPR/Cas9 ottiene lo spegnimento del gene (che funziona, appunto, da “blocco” del sistema immunitario) attraverso un meccanismo di cosiddetto “taglia e cuci del DNA” [questa orribile espressione mi fa pensare che per certi giornalisti scrivere “taglia e cuci del DNA” in un articolo sia, credo, più o meno pari all’onanismo, n.d.adp] delle cellule dell’individuo. Il successo delle due metodiche non è ancora pienamente confrontabile, essendo il farmaco, seppur di recentissima introduzione, già consolidato nella prassi clinica, mentre la procedura ancora indaginosa basata sul sistema CRISPR è tutta da sviluppare – inclusa ovviamente l’applicabilità su larga scala, con quel che comporta.
Non vado troppo oltre con i dettagli scientifici della faccenda per non complicare troppo il tutto, anche perché è qui che la questione politica si fa interessante, quella che dà spazio alle maggiori discussioni che riguardano anche, non ultimo, l’aspetto etico.
Tre le questioni spinose: la prima è relativa ad uno studio, sempre cinese, del 2015, quando si sentì parlare per la prima volta di CRISPR e cellule umane con vasta eco. Lo studio aveva alimentato un acceso dibattito etico dato che, allora, le cellule ad essere manipolate furono embrioni umani.L’asino cadde per la prima volta.»]. Credo non sia necessario aggiungere che è tutt’altro che facile stabilire a quale livello porre l’asticella, quell’asticella per cui la manipolazione di un embrione è considerata illegittima (salvo rivalutazioni successive) mentre di “volgarissimi” linfociti T non solo legittima ma auspicabile ed incoraggiata. Quanto conta il condizionamento posto dall’obiettivo, ancorché possa essere non manifesto? Una cura antitumorale studiata su cellule embrionali sarebbe ugualmente legittima? Se il limite è posto dal fatto che da quelle cellule possa nascere un nuovo individuo, che cosa legittima il trasferimento di materiale genetico da una cellula all’embrione – che, con tutti i rischi di danno che ciò comporta, non è certo demonizzata dalla comunità scientifica – e non la manipolazione mirata? È solo questione di tempo?
La seconda querelle è di natura politica. Tra la Cina e gli Stati Uniti, nella corsa alla terapia genica (e sul CRISPR in particolare), si presenta uno scenario pari a quello che accompagnò la corsa allo spazio USA/USSR. Arrivarono prima i sovietici, e certo una domanda – legittima – che ci si pone oggi, ad anni di distanza e a guerra fredda finita, è: a quali conseguenze? [«L’asino cadde per la seconda volta.»]. Non voglio con questo commento tracciare scenari apocalittici: non penso certo a vittime sacrificali o a stermini di massa di pazienti ammessi ai trial clinici dei nuovi Mengele, o a ricercatori costretti ad ore e ore (e ore, e ore…) e a notti insonni per portare a casa il risultato (per quanto questa seconda ipotesi possa non essere così irrealistica), ma al fatto che in una corsa simile, al rialzo, il rischio è che si vada al ribasso in qualità ed onestà intellettuale (dell’argomento ho già diffusamente parlato in passato). Un esempio? Sempre dalla Cina (con furore) sono arrivati segnali di una possibile alternativa al sistema CRISPR, questa volta l’acronimo è NgAgo: tutto bene e gran successo editoriale, con una pubblicazione nientepopodimeno che su Nature biotechnology. Davvero tutto bene? Mica troppo, dato che nel giro di poco tempo emerge che meno del 10% dei tentativi di ripercorrere il metodo proposto dal gruppo cinese riesce, in parte, a confermarlo, al punto che la stessa rivista – dopo le innumerevoli segnalazioni di fallimento nella riproducibilità del metodo – ha avviato un’indagine di verifica sulla validità scientifca dello stesso.
La terza questione, forse quella che mi preme maggiormente discutere, è strettamente collegata alla precedente. Chi ha posto un freno alla corsa degli Stati Uniti non è stato tanto un limite tecnologico, quanto burocratico: l’approvazione dell’utilizzo della metodologia CRISPR nella sperimentazione clinica da parte del National Institute of Health a partire dal marzo 2017. Più o meno a parità di punto di partenza, i tempi di approvazione da parte del Comitato Eitco che ha seguito lo studio cinese sono stati incommensurabilmente rapidi, tanto che per procedere al trattamento del paziente si sarebbe potuto operare già in agosto – ed il breve rinvio motivato solo da ragioni tecniche nella preparazione delle cellule. I detrattori del “sistema cinese” possono sicuramente appellarsi alle garanzie che offre un sistema di revisione preclinica più accurato ed articolato (che, per contro, evita di incappare in truffe colossali come quella di Stamina). Potrebbe quindi essere facile liquidare la questione con un j’accuse nei confronti dell’eccessiva rapidità (leggerezza?) dell’uno a favore della rigorosità dell’altro, anche alla luce di quanto ho scritto prima, ma non è così scontato. Riflettevo su questo parlando con dei colleghi, ovvero del fatto che quello che forse viene considerato il più grande successo terapuetico (farmacologico, quindi chirurgia esclusa) per un tumore, nella storia della medicina, è rappresentato dall’unico trattamento, tra quelli “biologici” attualmente praticati (ovvero, quello con acido trans-retinoico nella leucemia promielocitica) che, di fatto, ha praticamente eluso qualunque passaggio di sperimentazione clinica (e non escludo che abbia in parte sdoganato la possibilità di inserire con estrema facilità l’arsenico in terapia combinata, qualche anno dopo), diventando in breve tempo prassi indiscussa. E, qui, l’asino cadde per la terza volta, in questo caso senza – temo – nessun cireneo che possa aiutarlo a rialzarsi: mettere in discussione, alla base, l’iter della sperimentazione dell’utilizzo dei farmaci in ambito clinico comporta smuovere delle montagne che la ricerca (ancora troppo dipendente dal farmaco) non è, a mio parere, ancora in grado di smuovere.
Tutto ciò premesso, e riconoscendo quindi come inevitabili le implicazioni antropologiche che un argomento simile comporta, mi preme comunque sottolineare che resta fermo l’aspetto fondante: quello scientifico. La meraviglia di un equilibrio che porta continuamente l’uomo a confrontarsi con l’infinitamente piccolo della sua natura biologica.

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8 thoughts on “il paziente cinese

  1. Confesso che non ci ho capito una mazza (magari rileggerò con più cura) ma ad un certo punto, col buonsenso dell’uomo della strada, ci trovo qualcosa di positivo… Se le superpotenze invece di rincorrersi sul riarmo nucleare o sulle possibilità di mettere piede su una palletta rossa nello spazio, si rincorrono sulle cure per i tumori beh, aldilà delle considerazioni etiche e degli asini che cadono, non mi sembra una cattiva notizia… O forse non ci ho capito niente?

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