quella volta che la musica cambiò

[immagine dal web]

E niente, non ho resistito: oggi è andata così, tra un lavoro e l’altro a riascoltare in cuffia l’album che – non so dire se quella del mondo, ma sicuramente la mia – cambiò la musica, per usare la meno trascendente tra le frasi che hanno accompagnato su stampa, rete, radio la commemorazione del cinquantesimo anno di uscita dell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Erano i tempi (non quelli in cui uscì, intendo – non ero ancora nato nel 1967 – ma quelli in cui cambiò la mia relazione con la musica) di quando mi immergevo nella chitarra e negli spartiti, di quando sognavo gli occhiali a palla (che poi, anacronisticamente, indossai qualche anno dopo, ma che soddisfazione!), di quando mi perdevo nella lettura della biografia Shout! scritta da Philip Norman. Credo, anzi, di avere ancora un segnalibro (un filo di cotone con due occhi girevoli all’estremità, regalatomi da mia sorella anni addietro) infilato alla pagina in cui Norman descrive l’uscita negli Stati Uniti di quell’album (salvo una neanche troppo velata antipatia nei confronti di McCartney che si respira nel libro, Norman probabilmente non avrebbe speso parole così epiche neanche per elogiare sua madre, n.d.apd). La versione originale è questa:

The landmark events in each era, those strokes of history so monumental that people recall for ever afterwards exactly where they were and what they were doing at the time, are generally tragedies. The outbreak of world wars, the passing of sovereigns or statesmen, the from-nowhere annihilations of John F. Kennedy, John Lennon and Diana, Princess of Wales, the wanton mass slaughter of ‘9/11’: such have been the moments that, for billions across the globe for their remaining lifespan, recall exactly the circumstances they were in, the clothes they wore, the faces that looked disbelievingly into theirs on first hearing the news. Only the blessed Sixties generation have such a moment to remember, not marked by open-mouthed horror and incredulity but open-mouthed delight and exaltation: the moment in June 1967 when they first listened to the Beatles’ Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. The memory in this case is uniform to all: how they rushed to their record store to buy it, how Peter Blake’s cover dazzled and delighted them as no album design ever had before, how they first opened its book-like flap and drew out the disc with its shiny virgin grooves and green Parlophone label, how at the first play they simply couldn’t believe it, and had to play it again and again and again.
[P. Norman, Shout!]

In questi giorni, curiosando qua e là, di quell’album ho letto tutto e il contrario di tutto. Un aneddoto ho fatto fatica a trovare, ed è quello per cui scrivo queste poche righe – a conclusione della giornata lavorativa – e a cui vorrei associare il senso della bellezza di quell’album, l’osare: il crescendo dell’orchestra di A day in the life tremina nel momento in cui viene emessa una nota la cui frequenza è superiore ai 20 mila Hz, percepibile dall’udito fine di un cane ma non da quello di un uomo. Chapeau, e buon ascolto.

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18 thoughts on “quella volta che la musica cambiò

  1. Se solo quei ragazzi avessero saputo che col tempo sarebbero diventati un’istituzione… probabilmente quel disco non l’avrebbero scritto. Lennon di sicuro no.

    Comunque, la citazione di Blake mi ha ricordato del miglior amico di mio padre, suo testimone di nozze e mio padrino di battesimo che racconta della prima volta che ha ascoltato Dark side of the moon dei Pink Floyd. Di questo suo amico che torna dal negozio e “tira fuori il disco, lo mette sul giradischi, appoggia la puntina e… porca troia. E chi cazzo l’aveva mai sentita una cosa così?”.

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