l’editto nigeriano

Il teatraccio che pratico, tra le varie cose, mi sta insegnando che avere poco tempo a disposizione e, al tempo stesso, urgenza di comunicare delle informazioni alla lunga fornisce una certa propensione a selezionare quelle che si ritengono davvero importanti.
Posta in quel “che si ritengono” la giusta soggettività rispetto all’importanza che si assegna alle notizie, la mia personale selezione odierna rimanda a una in particolare, la cui visibilità sui media (inter)nazionali è inversamente proporzionale a quello che, sempre personalmente, ritengo il suo valore. Rispetto alla mancanza di visibilità è doverosa una distinzione come premessa: ci sono casi in cui il sommerso è intenzionale, anche laddove sarebbe necessaria un’eco considerevole. Di alcuni di questi episodi – che toccano fondamentali questioni di privacy e censura, con il corollario di scenari simil-orwelliani – ha raccontato, con ironia e acume, Barney in due suoi recenti post che ho piacere di segnalare: questo il link al primo e questo il link al secondo (con i relativi commenti).
In altri casi, al contrario, la mancanza di visibilità è unicamente collegata all’importanza che i media assegnano alla notizia: la storia ha ampiamente dimostrato che le notizie che non fanno notizia superano di gran lunga in quantità quelle che occupano rotocalchi, quotidiani, internet.
Quella che ho scelto di raccontare brevemente oggi rientra tra quelle piccole, insignificanti, notizie di secondaria importanza con la potenzialità di cambiare la vita a diverse migliaia di persone. Errata corrige: a diverse migliaia di donne. Di prostitute, per l’esattezza. La notizia non è quella a cui forse alcuni di voi hanno pensato: non c’entra il fatto che la neoeletta Presidente del Senato della Repubblica italiana Maria Elisabetta Alberti Casellati abbia in tempi (non) sospetti espresso posizioni antiabortiste e favorevoli alla riapertura delle case chiuse.
La notizia a cui mi riferisco è questa: in Nigeria sono stati vietati i riti voodoo che vincolano le donne alla tratta. Per comodità ricopio l’incipit: «In Nigeria, a Benin city, nell’Edo State, è accaduto un fatto storico che potrebbe liberare molte ragazze vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale: l’Oba (che vuol dire ‘re’) Ewuare II, ossia la massima autorità religiosa del popolo Edo (che vive in Nigeria e nella zona del delta del Niger), ha convocato nei giorni scorsi tutti i sacerdoti della religione tradizionale juju e, in una cerimonia solenne, ha formulato un editto in cui revoca tutti i riti vudù di giuramento che vincolano le ragazze trafficate, obbligando i sacerdoti juju a non praticarne più.»
Non mi sento di esagerare nel definire questo fatto di portata potenzialmente epocale. L’articolo spiega molto bene l’importanza dello scioglimento di un vincolo fondamentale per sostenere il ricatto economico e l’asservimento in schiavitù. Se non se ne capisce fino in fondo la portata, se non viene facile riuscire a mettersi nell’ottica di come un rito voodoo (o vudù) possa rappresentare un imbrigliamento spesso non risolvibile alla libertà di una donna, provate a fare un paragone e pensare a quanto possano essere imbriglianti il peccato e il senso di colpa in una cultura permeata dal cattolicesimo (senza faziosità, solo mi riferisco per comodità a ciò che conosciamo meglio). L’evento è recente e non sono sicuro che possa avere ripercussioni immediate sull’esistente ma sicuramente, da qui in avanti, minerà alla radice uno degli strumenti fondamentali nel sostenere la tratta delle ragazze e la prostituzione coatta: il confine labile tra piccole insignificanti notizie di secondaria importanza e piccole insignificanti notizie di secondaria importanza con la potenzialità di cambiare la storia.

P.S. c’è un nuovo logo, in calce al sito: quello di un virus cartaresistente e di un progetto che, come araba fenice, dalle ceneri del blog CRT chiuso all’inizio di quest’anno rinasce nelle proposte di un gruppo che, trasversalmente e con la medesima filosofia, continua a sostenerlo. Per saperne di più rimando a questa pagina qui e vi invito a seguire i racconti dei maginifici sette.

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17 thoughts on “l’editto nigeriano

  1. D’altronde, lo sfruttamento (di qualunque tipo) e la religione organizzata vanno spesso d’accordo… l’evento può dunque, a suo modo, essere considerato epocale, e ti ringrazio per averlo condiviso. Resta da vedere se le vittime verranno mai a conoscenza di tale editto.

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    • ecco, mi hai giusto servito su un piatto d’argento questa:

      (nell’idea che, di fatto, ciò che sostiene lo sfruttamento è anche la non verità).
      sul venirne a conscenza, come scritto è il mio medesimo dubbio. purtroppo, in mancanza di diffusione mediatica, temo per ora si possa fare solo affidamento ai mediatori culturali e agli operatori delle associazioni che si occupano di prostituzione coatta, laddove si riesce ad ‘agganciare’ la ragazza.

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  2. Grazie della segnalazione.
    Tema interessante, personalmente, non solo per l’aspetto immediato legato allo sfruttamento, ma anche con riferimento a tutto il “marasma” relativo all’ “ibridità” fra sistemi formali e informali nella governance. Più netta ed evidente in paesi come la Nigeria, ma -come tu stesso giustamente sottolinei- presente anche da noi (pensiamo, per restare in tema, al ruolo che un parroco può avere nell’indirizzare l’elettorato o nel fare da intermediario con situazioni ai limiti della legalità).
    Il tema della governance ibrida, secondo me, rappresenta uno dei nostri maggiori limiti nella comprensione e nella capacità di intervenire in moltissimi contesti di altre culture (dalla lotta allo sfruttamento della prostituzione fino ai progetti di cooperazione allo sviluppo).
    Sarà interessante capire, come detto qualche commento sopra, come (e se) i servizi sociali / polizia in Italia sapranno fare uso di questa decisione (allargando il tema, azzarderei a dire che una seria cooperazione allo sviluppo avrebbe anche bisogno di sviluppare meccanismi per conoscere e cooperare con tutte queste realtà informali – con tutti i caveat che questo implica).

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    • hai toccato un tasto dolente. anzi, due. il primo si liquida in fretta: il prete del paese in cui vivo fa campagna elettorale spinta (nomi cognomi e simboli) fino alla domenica delle elezioni (“e che la dannazione eterna vi colga se non votate lì dove dico io”), ben oltre i limiti della legalità. tu che sei del mestiere, se alle prossime comunali (quando sicuramente farà la stessa cosa) riprendo l’omelia su supporto video e denuncio, è valido o è violazione della privacy?
      il secondo punto: la governance ibrida. personalmente, in via ideale, sarei anche abbastanza contrario al fatto che realtà (spesso) informali debbano sopperire alle carenze istituzionali su aspetti di così grande portata. in via pragmatica, bisogna dare atto del fatto che gli stessi attori sociali (spesso) faticano a venire a capo di aspetti per cui necessiterebbero anni ed anni (ed anni) di lavoro di etnopsichiatria, antropologia culturale, psicologia sociale – quelle che nell’imaginario collettivo delle “facoltà da sfigati” sono battute solo dalla mia, biologia 😛

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      • Sul primo aspetto, dovrei approfondire. Ma su due piedi ti risponderei che -ammesso che non si tratti di funzioni private, sulle quali dovremmo discutere- la funzione religiosa è evento pubblico o per lo meno aperto al pubblico. Quindi non vedrei sussistere ipotesi di violazione della privacy.
        Diverso se riprendessi (direttamente) spettatori non-attori della funzione (ma anche qui: sempre in luogo aperto al pubblico sono…).

        Sul secondo punto, immagino che per “attori sociali” tu ti riferisca per lo più ai “servizi sociali” o comunque attori “formali”. Giuste le considerazioni.
        Personalmente, credo che il tema della governance ibrida meriterebbe un pò più d’attenzione e di pragmatismo, perché il nodo cruciale è che per “fare uno Stato” servono prima di tutto le risorse, e in secondo luogo una certa coesione “ideale”. In molti di questi contesti mancano sia l’una che l’altra. Ergo, attori simili continuano a svolgere funzioni essenziali per la convivenza. Ragion per cui -in quei contesti- pensare ad integrarli nella governance complessiva può essere strategicamente conveniente.
        Ovvio che, nella loro autonomia, questi attori possono anche essere problematici (pensiamo alle mafie).
        Il tema è ampio, naturalmente, e questo mi spinge anche a scrivervi molto (work in progress).

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        • Ok, smartphone pronto. 😎
          Personalmente sono assolutamente d’accordo con l’integrazione se comunque sono fissati dei chiari paletti entro cui muoversi, al fine di evitare rischiose ‘derive’ economiche e procedurali (intendendo con procedurali l’utilizzo di modalità operative riconosciute da una prassi etica e scientifica condivisa e non affidata al paraculsimo di pochi): senza necessariamente arrivare alle mafie, mi viene da pensare a tutte quelle realtà per cui si crea consenso popolare attorno ad una figura nonostante il progetto sia per certi aspetti scriteriato (giusto per non titare il sasso e nascondere la mano, facciamo pure nomi e cognomi: muccioli e san patrignano, don mazzi ed exodus, don giussani e il banco della colletta alimentare…)

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          • Partirei dalla premessa che in tutti questi casi non userei il concetto di ibridità (ed ecco perché mi son spinto all’esempio della mafia), perché parliamo pur sempre di situazioni che per tutta una serie di elementi “di contesto” non raggiungo i livelli che assistiamo, ad esempio, con l’Oba nigeriano.
            Ciò detto, il problema dell’ibridità (ed è il problema cui ho immediatamente pensato nello scrivere il mio primo commento), è che essendo informale, è per propria natura anche “fluida” e non può essere interamente codificato e organizzato. Il rischio è che queste codificazioni distorcano il sistema originario (penso a tutti i casi dei “capi tribali” investiti dalle potenze coloniali).
            Ovviamente, questi casi sono molto lontani dagli esempi cui pensi- anche per questo mi pare parliamo di cose leggermente diverse: in fin dei conti, gli esempi che citi sono pur sempre inseriti in un contesto nel quale esiste uno Stato con un relativamente efficiente sistema sociale e d’amministrazione, cosa ben diversa per l’Oba. Inoltre, in questi sistemi si trascende quella che è la figura del capo “carismatico” in una prospettiva di più lungo periodo

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