la privacy ai tempi dell’innominabile

Perché così verrà chiamato nel presente testo, l’innominabile, a chiarire sin dalle prime righe il fatto che esso non sarà l’argomento (non credo ci sia necessità di aggiungere ulteriori voci a quanto già sta saturando la comunicazione, virtuale e non) ma unicamente il pretesto per una riflessione sull’altro elemento dichiarato nel titolo. La riflessione sarà per altro breve: dopo una lunga pausa di scrittura non bisogna esagerare con le parole, meglio soppesarle adeguatamente e invitare piuttosto a leggere altri blog che, come dico spesso, “sanno dirlo meglio di me”: il blog di Gaberricci, il Bandolo del Matassa e, ça va sans dire, Giap.
Lo spunto del presente è stato per me ricevere via mail, nel tardo pomeriggio di ieri, la comunicazione collettiva (leggi: a tutti gli ennemila dipendenti dell’istituzione ospedaliera in cui lavoro attualmente) che il dottor TizioCaioSempronio, ancorchè importante figura istituzionale (ex, ora in pensione) di riferimento, fosse “positivo all’innominabile”. A fugare ogni dubbio sul fatto che gli ennemila destinatari potessero perdersi la notizia, il tutto è stato scritto – a mo’ di titolo a nove colonne – nell’oggetto del messaggio.
La mia prima reazione è stato un messaggio ai colleghi, che qui riporto testualmente: «Comunque vorrei dire che con ‘sta storia ci si può permettere ormai di “fottersene” della privacy e dei dati sensibili senza che nessuno dica nulla, e questo per me è molto grave.»
La mia seconda reazione è stata collegare tutti i tasselli che in questo periodo si stanno piano piano affiancando l’uno all’altro, a comporre un puzzle per me disorientante.
Permettetemi il breve accenno ad alcuni episodi, senza pretesa di generalizzazione (il primo è quello già citato). Da genitore che come tanti altri si trova a vivere la gestione dell’educazione scolastica a distanza, la settimana scorsa sono stato “richiamato” dall’Istituto scolastico dei miei figli perché, dopo tre settimane di totale silenzio da parte della scuola (stiamo parlando di scuole elementari e medie inferiori, per precisazione), mi ero attivato per poter mettere in comunicazione tramite un qualunque sistema di videoconferenza insegnante e bambini: non tanto a scopo didattico, quanto per venire incontro a una richiesta collettiva di incontro che non fosse una sterile comunicazione fatta di messaggini su liste di gruppo. La scuola ha (giustamente?) obiettato che, per questioni di privacy, non poteva essere accettabile che venisse svolta una videochiamata e che avrebbe risposto a breve con un sistema di “aule virtuali” nei quali finalmente studenti e insegnanti avrebbero potuto comunicare. Inutile dire che il sistema non prevede alcuna video-comunicazione e che, purtroppo, ancorché con nobile intenzione non ha raggiunto il risultato sperato (così come non lo sta probabilmente raggiungendo in gran parte degli istituti nei quali si è anteposta una questione formale ad una questione educativa). Altro episodio: faccio parte di un gruppo di acquisto. Per poter rispettare le disposizioni vigenti per il contenimento dell’innominabile, ho l’obbligo, per poter effettuare il ritiro della spesa nel punto di raccolta comune, di comunicare anticipatamente alla Prefettura il dettaglio dei miei spostamenti e della merce trasportata. Quarto episodio: ricevo comunicazione tramite newsletter dell’accordo (qui il link) tra alcune grosse realtà della comunicazione e l’UE che prevede la comunicazione a quest’ultima del tracciamento geografico delle utenze (leggi: gli spostamenti registrati dagli smartphone e dal loro proprietario di conseguenza). In altre parole, se anche non verremo tracciati più di quanto non lo siamo già adesso, sarà quantomeno formalizzata la registrazione e l’utilizzo di dati da parte di terzi (apparentemente in forma anonima ma, viene da sè, con tutte le riserve del caso sulla protezione dei dati).
Lungi da me, come scrivevo precedentemente, il voler considerare questi episodi in senso assoluto e farne una generalizzazione: hanno l’unica funzione di essere spunto di riflessione per un grande dubbio. L’annoso interrogativo di fondo che tali situazioni generano – in parte paradossale, se considerate congiuntamente – è semplice: “Che cosa siamo davvero disposti a sacrificare, della nostra privacy, in caso di eventi di portata epocale – come quelli epidemici tipo quello causato dell’innominabile?”. Che cosa è necessario sacrificare e quanto, invece, è solo un abuso di diffusione delle informazioni (vedi il caso della mail di cui sopra)? E che cosa invece avremmo necessità che uscisse dalle logiche della privacy per preservare una comunicazione che, viceversa, verrebbe annichilita (vedi il caso della comunicazione in un gruppo-classe)?
Questo interrogativo tocca molto da vicino il mondo scientifico, molto più di quanto non sia emerso in questo periodo in relazione alla pandemia da innominabile: lo spartiacque, a mio modo di vedere (e non solo mio: se avete tempo, guardatevi fino in fondo questo TED Talk – ma il tempo penso non manchi in questi giorni, no?), è stato rappresentato del sequenziamento massivo del genoma. Provo a riassumere con un altro esempio e parole semplici ciò su cui si gioca il confine legato alla privacy sollevato dall’interrogativo: mi perdoni la semplificazione chi si occupa dell’argomento. Nel mondo oncologico è ormai prassi consolidata, laddove possibile, tracciare il profilo mutazionale della cellula tumorale. Il profilo riguarda un certo numero di geni, diciamo ad esempio cinquecento, che vengono “interrogati”, mediante tecniche di sequenziamento, in base a dei criteri standardizzati (parola chiave). C’è però un importante vuoto, in parte scientifico ma soprattutto legislativo da colmare, che riguarda tutti quei cosiddeti dati “omici” (gen-omici, trascitt-omici, etc.): se nel genoma dell’individuo fosse individuabile una mutazione diversa da quelle per cui è stato eseguito il test, i soggetti interessati devono o possono esserne messi a conoscenza? Considerando che potrebbe essere una potenziale risorsa, ad esempio, per trattamenti farmacologici? La risposta ad oggi è (probabilmente a ragion veduta): no. Un nodo è chiaramente quello della standardizzazione (che va di pari passo con l’attendibilità del test, conditio sine qua non), ma il nodo più grande è quello legislativo che, inevitabilmente, coinvolge il confine labile tra il diritto alla privacy e l’opportunità della conoscenza.
Lato sensu, il medesimo ragionamento è applicabile agli ambiti di cui sopra: in caso di eventi pandemici, il diritto alla riservatezza viene messo a dura prova. D’altro canto va riconosciuto che, pur essendo rubricato fra i primi della Dichiarazione universale dei diritti umani (“Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.“), è anche vero che esso appartiene al gruppo di quelli che stabiliscono i diritti dell’individuo nei confronti della comunità, e non individuali di per sé; la qual cosa, va inevitabilmente a confliggere con una visione che antepone il benessere collettivo a quello individuale come viatico per il benefico indiretto dell’individuo stesso (piccolo divertissement: credo di essere stato contagiato da Gaberricci nell’uso spropositato del carattere corsivo nei post, n.d.apd).

Ad ogni buon conto, credo di aver scritto ben di più di quanto mi fossi prefissato, e fin troppo a ruota libera. Come chiosa, mi concedo di riportare quella che, anche se non strattamente legata all’argomento del post, ritengo una delle vignette più argute di questo periodo in tema di innominabile. Ma qui si parla di Servizio Sanitario Nazionale, e questa è un’altra storia.
Buoni giorni a tutti.

10 thoughts on “la privacy ai tempi dell’innominabile

  1. Mi sa che la prossima generazione (o forse visto le accelerazioni a cui siamo sottoposti, noi stessi tra pochi anni) avrà un concetto della privacy mooooolto più labile del nostro. Basta pensarea lle possibilità del 5G e di quello che già oggi sanno di noi gli OTT che gestiscono la rete. Amazon conosce i miei gusti musicali meglio di me e meglio di me sa quello che vorrò ascoltare domani. Trasliamo il discorso sulla salute: quando qualcuno saprà esattamente cosa fare per farmi campare cent’anni e magari anche in salute, avrà ancora senso parlare di diritto o tutela della privacy?

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  2. “piccolo divertissement: credo di essere stato contagiato da Gaberricci nell’uso spropositato del carattere corsivo nei post, n.d.apd”
    Direi! 🙂

    Comunque, per me la vera domanda è: ha un senso (ehi, corsivo anche nei commenti!) la limitazione di un mio diritto, dà un vantaggio alla comunità? La limitazione del mio diritto di aggregazione, probabilmente sì, perché previene la diffusione del virus; ma l’utilizzo dei droni ed il tracciamento degli smartphone (ed a questo punto probabilmente inizierò a lasciarlo a casa, non penso sia mio obbligo portarmelo dietro)… a che serve? A parte ad inasprire ulteriormente un impianto legislativo il cui unico interesse è punire?

    P.S.: mi ha un pochettino deluso il modo in cui i Wu Ming (ed in generale tutta la sinistra) hanno affrontato la questione delle misure di contenimento: ad un certo punto, mi è sembrato che mancasse alle loro “motivazioni” solo il più classico dei “ma è tutto un complotto”. Intendiamoci: è sacro sottolineare che il governo sta affrontando la situazione con metodi sbirreschi e da guerra civile; ma bisognerebbe pure evidenziare che chi non comprende la necessità di rinunciare a qualcosa nell’interesse di tutti non fa un discorso “libertario da sinistra”: si fa interprete del più sfrenato ultraliberismo individualista. “Io voglio uscire di casa e questa è l’unica cosa che conta”.

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    • ecco, appunto, come dicevo nel post l’hai detto con parole più semplici ed efficaci delle mie: dove sta il limite. trovo che il post del bandolo del matassa offra uno sguardo davvero lucido al riguardo.
      la mancanza di motivazioni ormai per la sinistra non è un’eccezione (per wu ming forse sì). un’analisi lucida del tempo che stiamo vivendo richiede un percoreso culturale di anni, d’altronde, non si può improvvisare e richiede a mio parere non poche competenze di discernimento (il che, oggi, è tutt’altro che banale).

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  3. Il concetto di privacy, nei periodi di crisi, dovrebbe a mio parere venire messo da parte, per il bene della collettività.
    Lo stato di salute (sono contagioso?) deve essere noto a colleghi e frequentatori se esiste un conclamato pericolo. Non ci si può trincerare dietro al diritto di privacy in periodi come questo.

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    • può essere legittimo. però il dubbio mi rimane. ti faccio un paragone: c’è un caso di meningite. questo, a livello mediatico, rimane “caso di meningite”, senza nome e cognome. l’autorità competente (sanitaria e non) fa in modo di raggiungere tutti i possibili soggetti interessati per la profilassi. nel caso della diffusione è il soggetto interessato che sceglie autonomamente di comunicare il proprio stato di salute. o ancora, un altro esempio: tubercolosi. 1 milione e 600-800 mila vittime all’anno (ma silenziose, perché stanno tutte lontano). quando però ci sono dei casi in europa (e ci sono), la privacy della cartella clinica rimane. non parliamo dell’HIV negli anni ’80… che cosa è successo, oggi? che cosa rende questa pandemia davvero diversa?

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  4. Il problema della privacy e’ stato fra i primi che mi sono posto con questa pandemia (tanto bello il modello di Taiwan e Corea del Sud…., tanto belle le app….). Ovviamente siamo ben lontani da uscirne e assai pochi si pongono le domande giuste.

    Interessante questo articolo di Harari, se non l’hai gia’ letto: https://www.ft.com/content/19d90308-6858-11ea-a3c9-1fe6fedcca75?fbclid=IwAR1aWsWf0UcrlOedim8KGZPR6oiPB_jEERjtiss2hXS5Jq1BRA1DkeJ71eg

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