di donne e di trascurabili riflessioni sul quarto stato

Questa mattina ho deciso di farmi un regalo (il fatto che fosse gratuito e che non richiedesse più di un quarto d’ora ha semplificato enormemente la decisione): andare a vedere dal vivo, a due metri di distanza, Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo al museo del Novecento di Milano.
Premesso che l’opera, esteticamente ed evocativamente parlando, ha tutta la mia approvazione, non voglio addentrarmi in questioni politiche, né nella genesi del quadro, né in una discussione sul mancato riconoscimento che ebbe l’opera durante la vita dell’autore – al punto da attribuire alle conseguenze emotive di tale insuccesso le cause del suicidio dell’artista stesso.

Mi dedico, invece, a piccole riflessioni di relativa importanza: le prime due sono interrogativi, che mi auguro abbiano un vago retrogusto di divertissement. Il primo: dove è la firma dell’autore? (ci ho messo cinque minuti a trovarla, ma alla fine ce l’ho fatta!). Il secondo: ma quale è il sesso del bambino/a in primo piano?!? (e questo, vi giuro, con tutta la buona volontà – e una discreta miopia a mio sfavore – non l’ho proprio capito).

Le altre trascurabili riflessioni sono invece pure osservazioni, ché se fossero posti come interrogativi le risposte sarebbero, forse, fin troppo facili: dell’intero popolo di camminanti raffigurati nel quadro, solo quattro (ho un dubbio su una eventuale quinta figura) sono di sesso femminile, in mezzo a decine di uomini. Curiosa coincidenza: dei camminanti raffigurati nel quadro in primo piano, solo cinque non hanno le scarpe ma camminano a piedi nudi. Tre di questi sono donne. Ma tant’è, saranno coincidenze – e la statistica in fondo è una grande opinione: viva la sinistra, viva il proletariato, viva la lotta di classe.

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25 thoughts on “di donne e di trascurabili riflessioni sul quarto stato

  1. ordunque…il bambino è un bambino.
    mi pare di distinguere chiaramente l’attributo che lo rende tale.
    e anche perché rivoluzionario sì ma erano tempi in cui la nudità femminile non si sarebbe messa così in vista, foss’anche in versione neonatale.
    Per quanto riguarda le donne mi viene da dire malignamente che abbiamo ottenuto poco più che la libertà del tacco 12! 🙂
    cmq è bello il Museo del 900…ne ho un ricordo, di sera (anche dopo le 20.00 l’ingresso è gratuito!), con quella vetrata affacciata sul Duomo bianco come fatto di zucchero.

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    • sul “distinguere chiaramente” continuo a non essere convinto, mentre al secondo aspetto avevo pensato anch’io, e se così effettivamente fosse questo sarebbe sicuramente un valido motivo per sostenere l’ipotesi “o” anziché “a”. rimango nel dubbio (credo irrisolvibile) che, comunque, l’intenzione fosse di lasciare l’ambiguità.
      sul secondo commento, invece, quello relativo al tacco 12, dico solo una cosa: chapeau. irraggiungibilmente caustica.

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  2. Le donne nella rivoluzione proletaria hanno giocato un ruolo fondamentale. Loro, sulle cui spalle grava la famiglia, in senso sostanziale e formale, sono quelle che maggiormente percepiscono la povertà in relazione soprattutto ai figli. Una cosa è sorprendente di questo quadro. La presenza di donne vere, non di dame, di bellezze apparentemente ricche e variopinte, ma di donne che hanno un vissuto alle spalle. Sono loro le vere protagoniste della famiglia, loro, in un ottocento martoriato (come d’altronde le due guerre nel novecento, la crisi nel 2014) che si affiancano ai loro uomini per sostenere una parificazione dei diritti, dal lavoro all’economia. Non sono quelle donne, come nei quadri di Monet, perfettamente e delicatamente vestite di un candido vestito, e neanche quelle di Manet, subdole nella loro sfacciata nudità Sono le donne che noi siamo abituati a vedere anche oggi, quelle vere e concrete. E qui il significato che io, personalmente e ignorantemente, do a questo capolavoro.

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  3. Oggi alla radio parlavano di cambio di sesso. La legge italiana su questo è (tanto per cambiare) decisamente inadeguata. Una persona non può vedere riconosciuto il cambio di sesso se non quando dimostra di aver provveduto chirurgicamente. La cosa è strana perché tutti noi riconosciamo il genere da altri elementi. Per capire se sei maschio o femmina non ti chiedo di mostrarmi la patata o il pisello, lo capisco da altro. Con i bambini è diverso, spesso non lo si capisce. Quando è nato il mio primo figlio ricordo che una delle domande più ricorrenti era: “E’ un maschio o una femmina?” Mi sono sempre chiesta il perché di questa domanda. E poi così importante saperlo?
    … anche di qua 🙂

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    • mah, non so risponderti. posso solo ipotizzare che ci sia qualcosa (istinto? geni? curiosità scimmiesca?), nella natura umana, che presiede alla nostra tendenza a voler incasellare in base al genere. il gioco sul quadro era il pretesto per questa riflessione, e grazie che hai raccolto lo spunto! (nessuno che però ancora abbia trovato la firma…) 😉
      […anche di qua-bis]

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