prove tecniche di dittatura

Cinico, caustico, realista, ossessivo, esagerato, pericolosamente reale, ostico, irriverente, nostalgico, delirante nell’onnipotenza onirica, despota, subdolo, spietato, comico, sarcastico, drammatico, psicopatico, contorto, evocativo, lucido, puro, utopista, monotono, ironico, stridente, irrefrenabile nell’eloquio, comunista. Sono tre giorni che ripenso ai Discorsi alla nazione ed ancora non sono riuscito a trovare parole per raccontarlo – o, meglio, per raccontarne il protagonista. Salvo che vorrei riuscire a riscrivere da capo a piedi uno spettacolo per chi sta dalla parte sbagliata. Salvo che vorrei ricordare precisamente il modo in cui uno spettacolo con un inizio improbabile su una nazione immaginaria – in cui è in corso una guerra civile ma non se ne parla, si parla della pioggia, perché “se c’è la guerra civile muore solo qualcuno, se piove si bagnano tutti” – si sia trasformato in una precisa e spietata disamina della perdità di un’identità, o di un’idea, da parte di un popolo e di una nazione, la nostra, che avrebbe potuto cullarne anche molte, di idee – con chi gli offrì la possibilità di credere maggiormente nell’ottimismo della volontà, anziché al pessimista dell’intelligenza. Ascanio, Ascanio, mannaggia a te.

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19 thoughts on “prove tecniche di dittatura

  1. Alle riga due avevo in mente Ascanio e quando l’ho visto a teatro, quando l’ho letto, quando l’ho visto e rivisto. Inutile, tu puoi anche non venir dalla Penna ma sei fratello uguale. (e comunque qui abbiamo la locandina di propatria sulla porta interna della dispensa!)

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    • cercalo discorsi alla nazione, andateci. da “celestiniana” non puoi farne a meno, “scava” non poco, dovessi farti un paragone è in chiave politica al pari della pecora nera in chiave psichiatrica (a proposito di locandine, stamani una cosa degna del miglior groupie… ivano, l’edicolante con la L maiuscola, porta i giornali al piccolo teatro dove c’era lo spettacolo, e forse forse gli stacca il favore della locandina originale…)

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  2. Io sento un dolore profondo per il nostro paese. Ho smesso di incazzarmi o di rassegnarmi. Ora porto una ferita interna come un lutto. Ogni volta che vedo l’ignobile immondizia che ci propinano in tv penso a quanto bella è l’Italia e a quanto bene potremmo stare QUI e soffro.
    Come una malata d’amore respinto, cerco di cogliere le cose che mi facciano stare meglio, vedere e frequentare la gente reattiva e buona, fare quel che posso pensando agli altri, al futuro.
    Ma poi mi assale il magone non appena apro un giornale.

    Leggendo qls su “I discorsi alla nazione” mi è sembrato trovare una analogia con il libro che ho iniziato da poco: “Lui è tornato” di Vermes (parla di un risveglio di Hitler nella Berlino contemporanea. Lui è veramente lui, solo che tutti credono sia un sosia. Ne deriveranno situazioni grottesche di “riso amaro”. Perchè lui, semplicemente, non se n’è mai andato. Siamo noi che, come i personaggi del libro, non sappiamo riconoscerlo).

    Vabbè la pianto qui prima di trovare l’albero giusto! 😉

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    • le prime righe del tuo commento sono pari pari lo stato d’animo al termine dello spettacolo dell’altra sera, accentuato dalla scarica di parole di celestini.
      la seconda parte è curiosità pura, è proprio quel genere di romanzo ucronico che adoro: vado assolutamente a cercare il libro!

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  3. wow! non si finisce mai di imparare! UCRONICO è perfetto per il libro.
    Il concetto arriva chiaro anche se è di quei termini che sono quasi certa finirò per spatarrare in qualche discorso in modo del tutto errato e fuorviante!! 😀

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  4. spatarrare (spalmare, buttare là, spiaccicare, sciorinare) si cala bene dovunque. E’ la forza dell’onomomatopea (ommmondiè!) e della dialettalità!
    Ucronico è più sofisticato e metafisico direi…ma io sarei capace di lamentarmi del tipo “Ohiohi…uu che male…c’ho sto dolore uuu-cronico guarda…da vedere i sorci verdi!” 😀

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  5. No dai :). Era per cercare qualcosa che definisse la vignetta di Altan…in effetti azzeccatissima!
    La ricerca delle parole ha il suo fascino…come quando cerchi una parola sul vocabolario e poi ci resti incollato per ore, una via l’altra!

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    • questa per me è un po’ una fissa. se la regola delle millecinquecento parole può valere per una lingua straniera, per un uso quotidiano, mi rifiuto di pensare che debba valere per la propria. abbiamo un vocabolario ricchissimo, spesso una parola potrebbe sostituire inutili perifrasi. e l’italiano, per altro, è di una musicalità indicibile. perché limitarsi?
      (p.s. scherzavo sul fatto che ti avesse segnato, ovviamente!)

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  6. Stesse sensazioni che ho provato io dopo aver visto l’anno scorso il suo “Piccolo Paese”. E’ un po’ il vizio di Celestini, quello di farti star male dopo gli spettacoli, ce l’ha congenito. E, per quanto mi riguarda, è bellissimo 🙂
    p.s. Felice di averti scoperto!

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    • benvenuta a te, leuconoe (e complimenti per il tuo blog: piacere ricambiato!). hai ragione, è il suo adorabile vizio. ma per me la bellezza è che questo, almeno personalmente, sostiene ed incoraggia continuamente le motivazioni al cambiamento, e lo trovo davvero importante.

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